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    • La La danza delle falene di Freeman Brian


      Il terzo romanzo (dei dieci complessivi a oggi) della serie sul detective Jonathan Stride parte da “casa sua“. Parte da Duluth, città nel nord del Minnesota, la location preferita dalla produzione e dagli sceneggiatori di Fargo. Se il film dei fratelli Coen del 1996 è ambientato a Minneapolis, la prima stagione della serie omonima allarga le sue maglie nei territori limitrofi. Agente del dipartimento di Duluth era Gus Grimly (Colin Hanks, figlio di Tom), padre single che collaborava con l’agente Molly Solverson (Allison Tolman) della vicina cittadina di Bemidji per mettere fine agli omicidi dello psicopatico Lorne Malvo (Billy Bob Thornton) nati dall’inaspettata collaborazione con il piccolo assicuratore Lester Nygaard (Martin Freeman). Il Minnesota a gennaio. La scrittura fluida di Brian Freeman riduce al minimo la descrizione degli ambienti e ci fa “viaggiare” fra laghi ghiacciati, foreste e pianure innevate, a volte con la carezza di un fioco di neve e altre volte con l’irruenza di una bufera. Non ci concede mai cali di tensione e così, partendo dall’omicidio di Eric Sorenson e dell’ingiusta accusa di colpevolezza verso la moglie poliziotta Maggie, con l’aggiunta del classico bigliettino riportante la scritta “So chi è“, l’indagine prende sentieri inaspettati fra ricatti, violenze sessuali e persino un (abusato) club erotico. In questo vorticare di personaggi fra Duluth e le Twin Cities, dal broker palestrato Mitchell Brandt (ex fidanzato di una delle vittime) all’allampanato e ottuso tenente Abel Teitscher (chiamato a sostituire Stride nelle indagini in quanto personalmente coinvolto), dall’affarista politicante Dan Erickson (che assume Serena, la compagna di Stride, per togliersi dagli impicci) alla ninfomane Sonia Bezac, Freeman gioca con il lato più sensuale della vicenda e ci serve colpi di scena ogni minuto. L’indagine è condotta non da interrogatori veri e propri quanto da classiche conversazioni informali con testimoni e indiziati. La riuscita di un personaggio longevo come quella del detective Stride è data non solo dal fatto di muoversi attraverso la storia sempre rimanendo scevro di pregiudizi, ma soprattutto dal fatto che questa caratteristica da “super partes” risalti lungo la storia proprio perché raccontata con l’alternarsi dei punti di vista, spesso contraddittori, di tutti gli altri personaggi. Se ti è piaciuto l'inizio, continua a leggere la recensione sul blog pop nerd di Libri Senza Gloria: http://librisenzagloria.com/la-danza-delle-falene-di-brian-freeman/



      Scritto da librisenzaglo, sabato 19 ottobre 2019

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    • Quattrocento di Fortes Susana


      La storia di Quattrocento di Susana Fortes, edito da Nord, viaggia su due binari paralleli. Da una parte il racconto in prima persona di Ana Sotomayor, giovane studentessa che, come l’autrice, si è laureata presso l’università di Santiago de Compostela (l’autrice in Storia e Geografia) ma si è specializzata fuori (l’autrice in Storia americana all’università di Barcellona). Grazie alla borsa di studio della Fondazione Rucellai, la giovane Ana si trova a Firenze per la tesi di dottorato sul pittore (sconosciuto) Piergiorgio Masoni, e conta come relatore sul professor Giulio Rossi, amico del defunto padre a sua volta insegnante di Storia del diritto all’università di Santiago de Compostela. Dall’altra parte il racconto in terza persona di come il giovane apprendista Luca cercasse Vernocchio e invece nella bottega del maestro trovi il (fittizio) pittore Piergiorgio Masoni detto “Lupino” (ha pure un cane che chiama “Lupo”) a sua volta maestro, fra gli altri, del Perugino. Luca vive quei tumultuosi anni in cui Lorenzo de’ Medici detto “il Magnifico” rifiutava un prestito a Papa Sisto IV con il quale intendeva acquisire la città di Imola e farla entrare nei territori vaticani; così per vendetta il Papa favoriva la corsa di Salviati, nemico storico dei Medici, al vescovado di Pisa e congiurava insieme a Jacopo Pazzi per uccidere la famiglia di Lorenzo la domenica di Pasqua in chiesa. Nella prima parte la scorrevolezza della trama è intaccata dalla stucchevolezza delle introspezioni psicologiche, nella seconda l’intreccio parallelo minato dal falso storico. Non si capisce davvero la ragione di dovere inventare di sana pianta un pittore (Piergiorgio Masoni) e un dipinto (la Madonna di Nievole) dato tutto il materiale che il “vero” Quattrocento italiano ci mette a disposizione. Da questo punto di vista titolo e copertina sono fuorvianti per quanto epici e immaginifici. Non si racconta di un secolo intero, ma di una porzione ben precisa e che in qualche modo però quel secolo lo ha condizionato… Infatti la linea temporale del presente e quella del passato culminano IN un altalenante montaggio alternato con il 26 aprile 1478, data della Congiura dei Pazzi che ha visto coinvolto come insospettabile mandante (ATTENZIONE SPOILER) Federico da Montefeltro, al secolo duca di Urbino. Tale è il segreto celato da Masoni nella Madonna di Nievole. Purtroppo, per quanto avvincente, la trama della Firenze medicea è anche quella meno sviluppata e alla quale è dedicato meno spazio. Se ti è piaciuto l'inizio, continua a leggere la recensione sul blog pop nerd di Libri Senza Gloria: http://librisenzagloria.com/quattrocento-di-susana-fortes/



      Scritto da librisenzaglo, sabato 12 ottobre 2019

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    • Accabadora di Murgia Michela


      Accabadora, edito da Einaudi esattamente dieci anni fa nel 2009, si è sin da subito imposto all’attenzione del pubblico e della critica vincendo il Premio Dessì, il SuperMondello e il Premio Campiello. Tradotto in diverse lingue, Accabadora è il Million Dollar Baby della nostra letteratura: le drammatiche scelte di vita che ruotano attorno alla tematica dell’eutanasia. Non solo, con la sua scrittura precisa e concisa Michela Murgia, che forse guarda a Grazia Deledda, sfiora l’altro delicatissimo tema della pedofilia: lo fa senza allungare la minestra come avrebbero fatto in molti, lo fa usando tutte le parole che servono e nessuna in più. L'ambientazione nel secondo dopoguerra ci introduce in un mondo in bianco e nero che fortunatamente assume non tonalità di grigio ma sfumature di un cupo colorato. Avvertiamo che la Sardegna nelle mani della Murgia sia più dalle parti tenebrosamente vivaci di Tim Burton, disegnata per apparire nel Paese di Halloween di Nightmare Before Christmas o nel Regno dei morti de La sposa cadavere. E l’accabadora è un po’ “sposa cadavere”, una seconda madre che aiuta non a nascere ma a morire, colei che come Caronte traghetta i morituri verso una nuova vita. Il romanzo della Murgia rappresenta la ribalta di una mitica figura del folklore sardo ammantata da un velo di mistero, e che cela i suoi segreti dietro un termine di origine straniera (in spagnolo “acabar” significa “finire”). A dirla tutta la giovane protagonista del romanzo, Maria Listru, vive in una favola come le più note principesse dell’Universo Disney. Queste provengono tutte da famiglie soffocanti perché legate alle tradizioni del luogo, almeno fin quando qualcosa non le strappa dalle proprie origini. Accabadora comincia con il botto: Maria viene “comprata” da Tzia Bonaria Urrai, una scura vedova (cadavere) e senza figli. La madre naturale, Anna Teresa Listru, non ci pensa due volte a cedere dietro compenso una bimba che non può mantenere (ne ha già due da sfamare). Perciò Maria diventa fillus de anima, fill’e anima, e ottiene una seconda madre. Il Mentore di questa favola, la Tzia Bonaria Urrai che darà a Maria una seconda infanzia, è anche la Strega della storia, ma non solo perché veste costantemente di nero. Mentore, Strega ma è anche la Regina: di fronte ai suoi poteri tutti si inchinano come sudditi e ne invocano l’aiuto risolutivo. Ed è la triplice madre che farà mangiare a Maria la mela avvelenata della verità: la rottura fra le due avviene non appena Maria scopre quale sia il vero “lavoro” di Tzia, ovvero come la donna aiuti la gente sofferente a morire. E non a caso la scoperta avviene in concomitanza con il flashback in cui una piccola Maria viene sgridata da Tzia per avere mentito sul furto di un dolce... Se ti è piaciuto l'inizio, continua a leggere la recensione sul blog pop nerd Libri Senza Gloria: http://librisenzagloria.com/accabadora-di-michela-murgia/



      Scritto da librisenzaglo, sabato 5 ottobre 2019

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    • Come scrivere una grande sceneggiatura di Seger Linda


      Come scrivere una grande sceneggiatura è un pratico manuale per neofiti e professionisti che si cimentano nel mondo della scrittura cinematografica. A compilare questo utile compendio di tutte le nozioni base è la sceneggiatrice statunitense Linda Seger. A pubblicarlo in Italia la fondamentale collana di Dino Audino Editore. Il lavoro consiste in quattro parti, ciascuna redatta con tanto di indicazioni da seguire, problemi da evitare e domande poste per favorire l’applicazione dello scrittore. Il processo di scrittura consiste nel passaggio dal caos all’ordine attraverso queste tappe: trovare l’idea (molti scrittori tengono archivi di potenziali storie), ordinare le idee (scomporre la storia in trama, personaggi, idea di base, immagini e dialoghi), il metodo delle schede (molti scrittori annotano le loro idee su fogli perforati da mettere in un raccoglitore o colorati), la scaletta (qualche riga per ogni scena per un totale di 50/100 righe), il trattamento (dalle 8 alle 15 pagine), tenere un diario (utile per lo sviluppo del tema e dei personaggi), parlare al registratore (può essere liberatorio), mettere su carta, software (di quelli lanciati sul mercato per aiutare gli sceneggiatori), non c’è il modo giusto (molti scrittori adottano metodi diversi per sceneggiature diverse). La composizione drammatica si è sin quasi da subito rifatta alla struttura in tre atti: l’inizio (la premessa: circa 10/15 pagine), il mezzo (lo sviluppo: 20 pagine per il primo atto, 45/60 per il secondo), la fine (la risoluzione: 25/35 pagine per il terzo atto). Lo scopo della premessa è quello di darci tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno per far partire la storia. Iniziare con un’immagine ci dà un forte senso della storia. Quindi un qualche evento (il catalizzatore) dovrà dare inizio alla storia. La premessa si completa ponendo la domanda centrale alla quale verrà data una risposta nel culmine. E’ importante essere coincisi nella premessa, dunque servono ulteriori informazioni per orientarci nella storia: singole scansioni drammatiche, messe insieme, creano una scena. Una buona storia rimane interessante a causa dei turning points: i colpi di scena che avvengono mentre muove verso il culmine. Nella struttura in tre atti ci sono due svolte principali che fanno sì che la storia possa cambiare direzione: una all’inizio del Secondo Atto e una all’inizio del Terzo Atto. Il culmine è il momento in cui il problema è risolto. La scena centrale divide la storia (e il Secondo Atto) a metà, introduce un avvenimento che aiuta a strutturare il Secondo Atto (modificandone la direzione): non va confusa con la prima svolta. Un film può cominciare con svariati minuti di titoli di testa, oppure i titoli possono scorrere su immagini e azioni di solito senza dialoghi, oppure viene mostrata una sequenza pre-titoli di testa. La funzione generale del subplot, o sottotrama, è quella di aggiungere spessore alla sceneggiatura, ma se è ben scritto svolge varie funzioni: spinge la trama pr



      Scritto da librisenzaglo, sabato 28 settembre 2019

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    • Il Il viaggio dell'eroe di Vogler Chris


      Nient’altro si può aggiungere al sottotitolo: “La struttura del mito ad uso di scrittori di narrativa e cinema“. Il viaggio dell’eroe è davvero è il vademecum per uno scrittore che voglia imbarcarsi nell’avventura di una scrittura “classica”. Ma anche di chi voglia conoscere le basilari regole della narrazione, per poter dimostrare la sua bravura nel… saperle violare! Dopo una prima Guida Pratica sulle Fasi del Viaggio, Christopher Vogler ci proietta subito nel suo rapido e affascinante studio tratto dalle analisi di Vladimir Propp e di Joseph Campbell, e che ha a sua volta ispirato le più grandi narrazioni hollywoodiane degli ultimi cinquanta anni. Prima della storia, i personaggi… A seconda della funzione da svolgere, ciascun personaggio può ricoprire vari archetipi (personificazioni di qualità umana). Gli archetipi più comuni sono i seguenti. L’Eroe è superiore e allo stesso tempo vicino allo spettatore, può essere di vari tipi – come in Scarface o in Casablanca – ma comunque pieno di difetti e pronto alla crescita. Il Mentore, come Atena nell’Odissea, è la parte genitoriale più saggia, quindi divina, dell’eroe. Principalmente insegna qualcosa oppure: offre doni (come il vaso di Pandora, ma anche non materiali) se l’eroe se li guadagna (come Perseo o Ercole che superano le prove), inventa (come Dedalo), rappresenta la voce della coscienza (come il Grillo Parlante), motiva (i gadget di Q per James Bond), inizia sessualmente… In virtù della sua elasticità l’archetipo del mentore può essere riluttante, oscuro (Nemico pubblico) o comico, un caduto, ricorrente (come M nei vari film di James Bond) o interiore (come nei classici western), molteplice (più di uno), perciò ripartito fra personaggi diversi. Il Guardiano della Soglia è il primo ostacolo sul percorso dell’eroe (come la Sfinge per l’Edipo), anche se non deve per forza essere cattivo (può addirittura rappresentare i demoni interiori dell’eroe). Del resto l’eroe che supera la prova può anche cominciare a vederli come alleati. Il Messaggero porta avanti la storia con il richiamo (positivo, negativo o neutrale) al cambiamento dell’eroe. Il Mutaforma è sfuggevole e volentieri associato al sesso opposto (si veda Femme Fatale): qualsiasi altro personaggio ne può indossare la maschera. L’Ombra è il lato oscuro dell’eroe, la sua psicosi (come mr. Hyde per il dr. Jekill), il rovescio della medaglia, spesso associata alla figura del cattivo, può essere più di un personaggio e combinare altri archetipi. L’imbroglione è il buffone o la spalla utile a ridimensionare l’eroe tramite intermezzi comici; a volte l’eroe stesso è un imbroglione (Bugs Bunny). .. Se ti è piaciuto l'inizio, continua a leggere la recensione sul blog pop nerd di Libri Senza Gloria: http://librisenzagloria.com/scriveresenzagloria2-il-viaggio-delleroe-di-christopher-vogler/



      Scritto da librisenzaglo, sabato 21 settembre 2019

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    • Morfologia della fiaba di Propp Vladimir


      Il (giustamente) celebre saggio Morfologia della fiaba (1928) del linguista e antropologo sovietico Vladimir Jakolevic Propp è stato il vero apripista della narrazione moderna. Esploreremo il percorso da lui inaugurato in questo nuovo appuntamento di ScrivereSenzaGloria e concluderemo la volta prossima con gli studi successivamente sviluppati da Chris Vogler. Ecco la geniale intuizione di Propp che ha cambiato il mondo (sul serio!): le parti componenti di una favola possono essere trascritte in un’altra, senza modificazione alcuna. Diamo dunque il via all’analisi delle parti componenti minori secondo la legge della trasferibilità. Concentrandosi sulla categoria particolare delle favole di magia, l’autore scopre come esistano grandezze variabili (i nomi e gli attributi dei personaggi) e grandezze costanti (le azioni o funzioni dei personaggi). I personaggi sono tanti, le funzioni sono poche. Propp assume che: 1. Gli elementi costanti della favola sono le funzioni dei personaggi. 2. Il numero delle funzioni che compaiono nella favola di magia è limitato. 3. La successione delle funzioni è sempre identica (anche se non tutte le funzioni compaiono in tutte le favole, la legge della successione non varia e non muta l’ordine). Le favole che constano di funzioni identiche sono monotipiche. Questo è per l’appunto il caso di tutte le favole di magia. La favola di solito parte da una situazione iniziale di singolare benessere (si enumerano i membri della famiglia, ecc.): funge da sfondo contrastante per la sciagura a venire. Quindi… Se ti è piaciuto l'inizio, continua a leggere sul blog pop nerd di Libri Senza Gloria: http://librisenzagloria.com/scriveresenzagloria2-morfologia-della-fiaba-di-vladimir-propp/



      Scritto da librisenzaglo, sabato 14 settembre 2019

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    • Scriviamo un film. Manuale di sceneggiatura di Age


      Age del duo artistico Age & Scarpelli, al secolo Agenore Incrocci & Furio Scarpelli, ha scritto insieme al suo sodale alcuni fra i più bei film italiani di tutti i tempi. Poi, da solo, senza perdere il suo tratto ironico, ha scritto il veloce, bellissimo saggio Scriviamo un film a uso e consumo degli sceneggiatori di tutte le età. Scopriamo cosa dice… Il nostro primo lettore, scrive Age, è uno spettatore che vede un film da solo. Non sempre è il migliore dei lettori. Saper ascoltare talvolta è più difficile che parlare. Nulla è più pericoloso di un’idea quando è l’unica che abbiamo. La stesura di un soggetto non ha regole codificate (soltanto la sceneggiatura ne ha): è il riassunto di qualcosa che non è stato ancora scritto. Nel trattamento si descrivono dettagliatamente gli ambienti, è precisato il ritmo delle scene, il movimento dei personaggi, e c’è anche un primo abbozzo dei dialoghi. La lunghezza del trattamento è elastica. Nulla è di maggiore stimolo all’invenzione della necessità di cercare la soluzione di un problema di racconto, piccolo o grande, entro limiti angusti, di essere costretti a frugare tra quello che già esiste. L’inizio è un ingresso, la fine è l’uscita. L’inizio è soggetto a ripensamenti. La fine sarebbe meglio averla in mente subito, ed è il lasciapassare del film: può salvarne uno non eccellente. E’ il finale, nella maggior parte dei casi, a orientare il tono dei commenti e dei giudizi degli spettatori alla conclusione della proiezione. Ogni film è visto da qualcuno. I punti di vista derivano dal tipo di racconto, possono essere dettati dall’ispirazione o da un meditato calcolo narrativo. La scelta influisce sulla struttura della trama. La voce fuori campo (indicata in sceneggiatura VOCE F.C.) può essere impiegata sia nel racconto oggettivo come in molti film mitologici e di guerra. Una Voce apparentemente distaccata, ma pur sempre partecipe. La storia contenuta in un film è una porzione, la più densa e sostanziosa, della vita di uno o più personaggi. Comincia là dove noi pensiamo che sia giusto, narrativamente, farla cominciare, ma ha, inevitabilmente, dei precedenti. Cioè un antefatto... Per continuare a leggere vai sul blog pop nerd di Libri Senza Gloria: http://librisenzagloria.com/scriveresenzagloria2-scriviamo-un-film-di-age/



      Scritto da librisenzaglo, sabato 7 settembre 2019

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    • La La disobbedienza sentimentale di Lombardo Eleonora


      Lei è Lucia Scirè, arredatrice d’interni di belle speranze; lui è Salvatore Traverso, geologo e impiegato all’assessorato con la passione per le scommesse e l’allenamento dei cavalli da trotto. Si conoscono di fronte al distributore di sigarette sulla strada antistante il Berlin, storico locale di un tempo della movida palermitana. La loro è quella che si dice essere una storia disfunzionale. Lei è cresciuta senza madre (la chiama per nome, Elena) e coltivando un conflittuale rapporto con il Dottorpadre, figura amorevole e sfuggente al contempo, frequentatore dell’Ippodromo della Favorita dove dava sfogo alla sua indole da scommettitore. Lui è un immaturo irrealizzato che necessita di continue attenzioni: mettiamoci che è appassionato di corse e di cavalli come il Dottorpadre, mettiamoci che Lucia ha bisogno di darle le attenzioni, e il gioco è fatto! L’intero romanzo è costellato da relazioni amorose disfunzionali come se fossero le uniche possibili. Diversi indizi vengono disseminati nella prima metà del romanzo quando facciamo la conoscenza del variopinto carosello di comprimari, su tutti segnaliamo le migliori amiche di Lucia, l’audace Nina e la misurata Maria Daniela, e un’altra coppia in stile “il gatto e la volpe“… Dopo la parentesi svedese a Malmö, dove Lucia si reca per realizzare le proprie ambizioni (cosa che inevitabilmente rende ancora più altalenante la relazione con Salvatore) e trova spazio per la breve liaison con un vichingo siciliano, torna e scopre (con un colpo a effetto orchestrato dalla Lombardo) che il suo Salvatore pare avere messo la testa a posto: ha una nuova abitazione / allevamento di trottatori… e una nuova fiamma!... Se ti è piaciuto l'inizio, continua a leggere la recensione sul blog pop nerd di Libri Senza Gloria: http://librisenzagloria.com/la-disobbedienza-sentimentale-di-eleonora-lombardo/



      Scritto da librisenzaglo, sabato 31 agosto 2019

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    • I I leoni di Sicilia. La saga dei Florio di


      Il libro rivelazione dell’anno è stato pubblicato da Editrice Nord e si chiama I leoni di Sicilia. In copertina campeggia “Ritratto di signora con due adolescenti” di Vittorio Matteo Corcos (un po’ fuori tempo rispetto al periodo descritto). La signora nell’illustrazione si fa metafora della Sicilia mentre l’adolescente che le parla è uno dei due giovani Florio sbarcati sulle sue coste. Dalla Sicilia, e in specie da Palermo, prende piede l’ascesa di questa famiglia il cui destino si intreccerà con quello del Sud Italia e, come nei migliori racconti della tradizione, toccando i toni dell’epica. Il romanzo è diviso in diverse sezioni. Di volta in volta una “merce” differente dà il titolo a ciascuna sezione, invariabilmente introdotta da proverbi siciliani scritti in dialetto con tanto di traduzione. Ogni merce è scelta per il valore e per il protagonismo che ha avuto nel decennio/ventennio di riferimento; ogni merce è quindi correttamente posizionata ai fini della scalata al potere della famiglia Florio, evidentemente sempre in anticipo sui tempi piuttosto che al passo. 16 ottobre 1799, a questa data la scrittrice trapanese Stefania Auci fa risalire la Genesi dei Florio. Data del terremoto che ha segnato la fine della loro vecchia vita e l’inizio di quella nuova. Un nuovo inizio che, come tutte le cose belle, ha luogo con un viaggio per mare. La breve odissea dei fratelli Florio, ovvero Paolo (il maggiore) e Ignazio (il piccolo), li vede abbandonare la nativa Bagnara Calabra per approdare a Palermo, dove gestiscono insieme al cognato Pietro Barbaro (ha preso in sposa Mattia, la sorella dei Florio) un magazzino ridottosi a catapecchia impolverata. Romanzo lungo e allo stesso tempo breve, un passato raccontato e vissuto sempre “al presente” grazie a una documentazione ineccepibile e a un realismo che prende il meglio dai Malavoglia di Verga e fa a meno di orpelli retorici. Quello che emerge è un dipinto perizioso. Laddove l’autrice, nome nuovo ma penna matura, tradisce la verità storica è per il bene della finzione che mai, però, ci allontana dalla realtà dei fatti come invece avviene nei romanzi storici d’oltreoceano... Se ti è piaciuto l'inizio, continua a leggere la recensione sul blog pop nerd di Libri Senza Gloria: http://librisenzagloria.com/i-leoni-di-sicilia-di-stefania-auci/



      Scritto da librisenzaglo, sabato 10 agosto 2019

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    • L' L' uomo del labirinto di Carrisi Donato


      Dopo La ragazza nella nebbia (2015), ecco L’uomo del labirinto (2017). La vicinanza di temi è fissata anzitutto dal titolo: nel primo bestseller di Donato Carrisi avevamo una ragazza e la nebbia, stavolta abbiamo un uomo e un labirinto. I punti di contatto proseguono con la tipica ambientazione alla Carrisi che localizza le sue indagini in anonimi (nel senso di “non nominati”) posti semi-europei e semi-americani (un mix di geografia e toponomastica) all’interno di una bolla temporale indefinita. La conferma che esista un “Universo Condiviso Carrisi” arriva quando il dottor Green, il profiler dai metodi poco ortodossi che segue da vicino Samantha Andretti (la ragazza scomparsa da piccola e quindici anni dopo ritrovata in una palude), le fa vedere in TV alcuni gruppi di preghiera radunatisi per lei fuori dall’ospedale dove è ricoverata. Non è la prima volta che succede, le dice, e le riporta l’esempio di quanto accaduto qualche tempo prima ad Avechot, la comunità alpina che è stata il set principale proprio de La ragazza nella nebbia. Sullo stile dell’UCM, Universo Condiviso Marvel, quello di Carrisi continua a estendersi anche sul fronte del secondo protagonista di questa storia. Infatti, oltre al dottor Green, seguiremo anche la pista dello scalcinato detective privato Bruno Genko (no, non è Ginko). Abiti lerci, un’amica confidente transessuale e un “talismano” sempre in tasca: ovvero il certificato medico che gli diagnostica una vita brevissima. Più del dottor Green, è forse quest’ultimo il protagonista assoluto dell’indagine. Fra le sue peripezie, Genko finirà per “estorcere” informazioni anche ad un agente del Limbo, la sezione di polizia dedicata ai casi di persone scomparse e con tendenza (come gli stessi soggetti cui dovrebbe indagare) a finire nel dimenticatoio. Nel Limbo trova quindi un alleato, l’agente Simon Berish, il quale ha già lavorato con Mila Vasquez della Squadra Speciale di investigazioni, la protagonista n.1 del bestseller di Donato Carrisi Il suggeritore (2009, vincitore tra gli altri del Premio Bancarella). Proprio un suggerimento della Vasquez, riportato per bocca di Berish, motiverà Bruno e lo metterà sulla strada giusta: “Loro non sanno di essere mostri“... Se ti è piaciuto l'inizio, continua a leggere la recensione sul blog pop nerd di Libri Senza Gloria: http://librisenzagloria.com/luomo-del-labirinto-di-donato-carrisi/



      Scritto da librisenzaglo, sabato 27 luglio 2019

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