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Recensioni


    • Tre sorelle, tre regine di Gregory Philippa


      Non è il romanzo più bello della Gregory. La storia di Margaret Tudor (è geniale che inizi a parlare in prima persona, senza presentarsi) è poco conosciuta, e per questo rende completo il puzzle. Ma l’ho trovato un po’ troppo lungo - e a me piacciono i romanzi infiniti, ma qui si esagera. Non so come si poteva fare, perché come al solito la documentazione storica è impeccabile e, se certi fatti sono accaduti, c’è poco da fare, ma io avrei tagliato qualcosina. La prima parte è una monotona serie di gravidanze finite male da entrambi i fronti, la seconda, dopo l’unico vero colpo di scena, è un susseguirsi infinito di battaglie, invidie, calunnie, lettere, tutto uguale a se stesso, tanto che già non me le ricordo più. Non sento di essermi innamorata di nessuna delle protagoniste: Margaret è rimasta nella mia testa una figura secondaria, Caterina, che mi aveva fatto piangere in “La prima moglie”, qui mi sta antipatica (e non è un merito dell’autrice, come a volte capita, ma semplicemente l’inutilità di un non personaggio, che si intromette quando non dovrebbe, e si permette pure di comparire nel titolo!), Maria... Quale Maria? Il titolo, poi, mi sembra una forzatura: quelle tre si odiano, non sono vere sorelle (almeno, non tutte e tre) e far loro scrivere falsità per raccontarne la storia, costruendovi attorno il vincolo indissolubile della sorellanza, mi sembra un po’ troppo. Maria era troppo piccola quando Margherita è partita per la Scozia, e Caterina non l’avrebbe considerata una sorella, avendo già una sorella a cui appellarsi, e vera, nei Paesi Bassi. Un titolo simile si poteva usare per altre protagoniste, sorelle e regine allo stesso tempo (e ce ne sono a bizzeffe). Tanto più che somiglia molto a un romanzo edito da Newton Compton, in cui il tre era il quattro: davvero un peccato, perchè quello della Gregory sembra una mera imitazione. Normalmente sono favorevole alla fedeltà ai titoli nella traduzione, ma qui si poteva fare un’eccezione.



      Scritto da Yaris, venerdì 24 luglio 2020

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    • Ross Poldark. La saga di Poldark di Graham Winston


      Il punto di forza questo romanzo è sicuramente la caratterizzazione dei personaggi (e non solo dei protagonisti) – senza descriverli, la genialità dell’autore riesce a dipingerli, dalla parlata blesa di Polly, alla flemma di Prudie, alla sordità di zia Agatha, alla confusione del reverendo (Nome e Nome ehm…) fino a Jud, al suo fischio …e poi sei morto. Ho trovato meravigliosa anche la figura del protagonista, testardo, coraggioso, oscuro, in qualche modo, ma sempre rettissimo, è uno di cui ti fidi, punto, senza dubbi. Decisamente fuori dal comune. Demelza mi è piaciuta meno, trovo che cambi un po’ troppo spesso, sia fisicamente sia caratterialmente, anche se questi cambiamenti sono spiegati in parte alla fine, nella questione delle “due” Demelza vissute da Ross. Tuttavia, si notano alcuni problemi di coerenza (suppongo nella traduzione) che rendono talvolta difficile seguire il filo del discorso: manca qualche virgola, ci sono dei lei al posto di lui e viceversa, alcune frasi hanno davvero poco senso; come stile di scrittura non è il mio preferito, ma tutto sommato è scorrevole. Anche i dialoghi a volte sono un po’ strani – e non sempre questo fatto si può giustificare con la caratterizzazione dei personaggi. Ciononostante, mi è rimasta la voglia di leggere il seguito. Sarà un buon segno, no?



      Scritto da Yaris, venerdì 3 luglio 2020

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    • Matilde. Per grazia di Dio, se è qualcosa di Coruzzi Rita


      Date un intreccio del genere a uno scrittore di talento, e vi tira fuori un capolavoro. Pretendete di scrivere un romanzo credendo che basti essere appassionati di Manfredi per saper fare altrettanto, e vi ritroverete questo. Perché c’è una gran differenza tra il saper scrivere e avere talento, e questo è un romanzo di un’autrice che sa scrivere. Vale a dire, da dizionario, che dimostra un’eccellente capacità tecnica nel mettere insieme aggettivi, verbi e punteggiatura per articolare dialoghi e narrazione seguendo un minimo di senso logico. Ma il talento, signori miei, è tutt’altra cosa. In questo romanzo non c’è niente, non si empatizza con i personaggi, non li si ama e non si vive con loro, non si vede l’ora di finirlo per mollare finalmente questo strazio di finzione e baciapilismo che poteva diventare un grande tema centrale, ma rimane talmente stucchevole da esasperare chiunque. È solo un temino più lungo del solito, manca la firma della maestra alla fine e il bel voto che l’autrice meriterebbe, perché dal punto di vista linguistico è tutto perfetto. Ma un romanzo, cara Rita, non è solo perfezione linguistica. Direi anzi che è tutto il contrario, è cuore, è voci contrastanti che si rimbeccano a vicenda, è flusso di coscienza, è ironia, è genio e arte. Nel tuo romanzo c’è solo forma. E dialoghi improponibili, in cui i personaggi raccontano candidamente un libro di storia con le parole di un libro di storia (delle elementari). Non è possibile che Enrico IV vedesse gli occhi di Matilde sotto l’elmo, e che quegli occhi gli dicessero che doveva vincere - per farti un esempio. Non è possibile che descriva con accuratezza di particolari i sentimenti del figlio mentre lo rapisce, o che Matilde parli di quelli di Corrado una volta liberato. Non in un dialogo, andiamo! E di questi mi ricordo solo perché si trovano nelle ultime venti pagine. Ma il libro è tutto così, alterna noia e sensazione di finzione fino alla nausea.



      Scritto da Yaris, sabato 19 agosto 2017

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    • L' L' arte segreta dei rimedi del cuore di O'Melveny Regina


      Insipido, un libro che si legge con l’espressione un po’ interdetta, che non lascia niente e che si finisce con un sorriso, e non perché il finale sia particolarmente riuscito, ma perché, appunto, è finito. Sospiro di sollievo. L’impressione è che l’autrice abbia avuto un’idea, dunque… scriviamo di un medico, sì, magari donna, magari nel ‘500, magari che ha perso il padre e si mette in viaggio per ritrovarlo. Molto bene. E l’idea finisce qui. Non c’è alcuna profondità, non c’è studio, non c’è trama e non ci sono sentimenti, è come se l’autrice fosse andata avanti al buio, senza sapere dove la sua idea l’avrebbe portata, e descrive un viaggio pazzesco in poco più di trecento pagine, qualcosa che un autore più bravo di lei avrebbe certamente sfruttato per tenere avvinto al lettore per mille, forse duemila pagine meravigliose… invece questa è solo un’accozzaglia di narrazione asettica, dialoghi a volte improponibili, descrizione di malattie reali o inventate, stralci di lettere che non hanno né capo né coda e, aspetto che più ho apprezzato di tutto il romanzo, la descrizione di rimedi più o meno efficaci della medicina del cinquecento. Mi correggo, non è vero che non lascia niente, lascia perplessità, che però dura appena qualche ora, perché si dimentica in fretta. Tutto inutile, come se non avessi letto niente. Posso dire un’altra cosa? Ma con tutti i romanzi bellissimi che vengono pubblicati all'estero, in qualunque lingua, e l’enorme lavoro che sta dietro una traduzione in italiano, possibile che dobbiamo scegliere queste mediocrità, e lasciare intradotti e quindi sconosciuti almeno in Italia degli autentici capolavori? Voglio dire, se si traducesse tutto ben ci starebbero anche romanzetti scadenti come questo, ma dal momento che la competizione è accanita e che ad essere editato e pubblicato in italiano sarà solo un romanzo su non so quante migliaia, non si possono fare scelte più oculate?



      Scritto da Yaris, sabato 27 maggio 2017

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    • La La gemma di Siena di Fiorato Marina


      Bellino, ma niente di speciale. La ladra della primavera mi era piaciuto molto di più, e non solo per gli errori imperdonabili – io non sono di Siena e non mi intendo di palio, ma se veri senesi si sono arrabbiati per le imprecisioni io non posso che associarmi, un romanzo storico deve essere documentato, e se forse in America non fa niente se la procedura di allineamento dei cavalli è corretta oppure no perché per loro bastano due pennellate di fascinosa Italia impregnata di folklore storico e sono già contenti, pubblicare in Italia un romanzo americano ambientato in Italia è rischioso. Quindi bravi a coloro che hanno trovato gli errori, è ora che si sappia. E inoltre, lo stile mi ha lasciato molto sorpresa, in alcuni punti sembra un temino delle elementari, senza guizzi e senza forza, e anche la trama è banalotta, una cospirazione che non decolla mai veramente, o almeno da lettrice io non mi sono sentita immersa in nessun vortice di inganni, nessun mistero, nessuna corsa disperata contro il tempo, tutto mi scorreva davanti passivamente, mi annoiava! I personaggi, salvo alcune rarissime eccezioni, non hanno rotondità, sono i soliti buoni contro cattivi, buoni buonissimi (e bellissimi) e cattivi cattivissimi, e alcune cose non hanno alcun senso. Perché Nello chiederebbe a Riccardo di aiutarlo col cadavere di Egidio? E perché Faustino si inventerebbe le lezioni di equitazione, per distrarre Riccardo e non fargli vincere il palio? Ma dal momento che ha già ucciso e quindi è senza scrupoli, non era più logico che lo facesse fuori? Ovviamente le lezioni servivano per far innamorare i protagonisti, che altrimenti non si sarebbero mai più rivisti. Ma è un artificio narrativo troppo palese per affascinare. Non mi sono innamorata con loro, non li ho vissuti, ecco. Per questo il libro non mi è piaciuto. E mi dispiace, perché la Fiorato mi dava l’idea di una promettente (eventuale) scrittrice preferita, e invece niente. Pazienza.



      Scritto da Yaris, lunedì 28 novembre 2016

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    • La La notte del vento e delle rose di Bulgaris Anna


      Premetto che il romanzo, nonostante l’entusiasmo delle recensioni precedenti, non mi è piaciuto. Detto questo cercherò di spiegarne i motivi: primo, lo stile. Sincopato, troppi punti, troppe pause. La frase secca e breve è un ottimo artificio letterario, ma va usata con moderazione, e solo quando ce n’è bisogno, altrimenti non solo perde la sua peculiarità, ma rischia anche di rallentare la lettura, che diventa una noiosa. Tiritera. Di slanci. Che vengono puntualmente troncati a metà. Secondo, i personaggi. Christian sempre arrabbiato, sempre in collera, la parola furia viene usata nei suoi pezzi una volta ogni due righe, tanto che dopo un po’ viene quasi da mandarlo a quel paese a distanza. E poi Julia, mio Dio, la tenera, piccola, dolce Julia, con i capelli fragili, la pelle fragile, il cuore fragile, sempre a piangere, sempre a gemere, o a trattenere le lacrime. Che pizza! Sono i classici stereotipi di due burattini, una pietra e uno stelo di margherita, che se fossero umani sarebbero decisamente più interessanti di quei due. Si separano per un motivo assurdo, e si ritrovano per un motivo altrettanto assurdo. Ma chi vi cerca, chi vi vuole? Le scene di sesso trattenuto sono patetiche, e quelle di sesso esplicito ancora peggio. Ma dai, non ha umanamente senso! L’amore di Christian è assurdo possesso e quello di Julia desiderio di sottomissione, o protezione o chissà cosa per sentirsi la povera donnina sparuta che il cavaliere senza macchia si prodiga di salvare. Non hanno profondità, sono sempre uguali a se stessi, e si ripetono, si ripeeetono… Terzo, la vicenda: Questo punto, e anche l’accuratezza dell’ambientazione storica, salva un po’ il romanzo, anche se a volte l’intreccio si ingarbuglia talmente tanto che non si capisce più chi sta parlando di chi. Personalmente, a meno che non vogliate leggere un insulso romanzetto rosa nemmeno tanto pruriginoso, non lo consiglio assolutamente.



      Scritto da Yaris, martedì 15 novembre 2016

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    • La La cattedrale del mistero. Il segreto della reliquia maledetta di Esponellà Núria


      Ma quale Ken Follett? Nei Pilastri della Terra la cattedrale è il romanzo, protagonista assoluta, qui ci si limita a parlarne all'inizio, quando il maestro scultore arriva per lavorare al portale, e alla fine, quando sempre lui, dopo essere scomparso per un po' con una scusa in cui si nota francamente fastidiosa una bella forzatura per togliersi di mezzo un personaggio, soavemente ritorna. Primo, non si tratta della costruzione di una cattedrale, e secondo i lavori non sono neanche al centro della vicenda. La storia d'amore è penosa, i dialoghi sono un misto tra finzione ridicola, assurdità da tema elementare e frasi anacronistiche - perché ovviamente il mostassà di Peralada, davanti a due villici che devono pagare il pedaggio, non ha niente di meglio da fare che elencare tutte le sue mansioni, e Blai (perché poi due nomi?) ha il cuore che gli batte a mille (a mille!) e quando deve entrare nel palazzo del visconte per incontrare la sua bella, lei promessa a un altro, nel XI secolo, da servo della gleba, uno si aspetta chissà quali rocamboleschi sotterfugi, invece semplicissimo, chiede a una guardia e lo fa passare. Sì. E gli asini che volano. E vogliamo parlare degli asterischi? Cos'è, ci sono parole che noi lettori ignoranti dovremmo non capire? D'accordo, forse sì, ma perché alcune finiscono nel glossario, altre a fine pagina, altre messe in bocca ai personaggi con incisi che non c'entrano con la vicenda, e altre buttate a caso dall'autrice, che forse si è fatta prendere un po' la mano dalla smania di mostrare quanto approfondite fossero le sue ricerche? Perché raccontare il destino di quelle terre nei secoli a venire, per poi concludere con: ma di questo loro non potevano sapere? E il finale? Che ne è stato di Candia? E il segreto segretissimo della lettera di Norbert? A parte che già non era un mistero entusiasmante, viste le poche righe ambigue in cui vi si accenna e la spiegazione alla fine che risolve tutto in modo semplicistico. Brutto, non c'è altro da dire.



      Scritto da Yaris, martedì 15 novembre 2016

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    • Il Il re delle ombre di De Castro Eve


      Un romanzo bizzarro nel senso più (superlativo) positivo del termine, scritto con una compostezza quasi lirica, che si mantiene uguale a se stessa nel descrivere tanto la toeletta del re di Francia quanto le peggiori violenze perpetrate ai danni dei protagonisti – chi più, chi meno. Un intreccio intrecciato, giust’appunto, che segue apparentemente il filo del pensiero di un narratore di cui non si conosce altro che la sparuta figura, anonima, grigia, dove però niente, assolutamente niente, viene raccontato per caso, con quel pizzico di pruderie che tanto farebbe ingolosire i francesi (per stereotipo, si fa per dire!), e che non ti permette di staccare gli occhi dalle pagine fino alla parola fine. Ecco, mi permetto di lanciare un accorato appello a quei lettori che, come me sciagurata! spinti da un’irreprimibile frenesia di completezza e vai a sapere da cos’altro, non riescono a resistere alla tentazione di sbirciare l’ultima pagina fintanto che non sono nemmeno a metà del libro. Vi prego, non fatelo! Vi rovinerete in un attimo il colpo di scena finale, perché quello che c’è al posto della sunnominata parola fine, ve lo garantisco, è impossibile da ignorare.



      Scritto da Yaris, martedì 15 novembre 2016

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    • La La sposa normanna di Russo Carla Maria


      Un bellissimo romanzo al femminile, la storia di una grande donna poco conosciuta e spesso ignorata dalla Storia con la S maiuscola, ma di cruciale importanza nel destino di un impero. In modo particolare mi ha colpita l’infamia di certi personaggi, quei nomi che leggiamo sui libri di scuola e a cui non diamo troppo peso perché solo un numero nella sfilza di Federichi e Enrichi che dobbiamo memorizzare, tanto più se dal regno corto e privo di avvenimenti salienti. Ma questo Enrico, signori miei, era un mostro! E Carla Maria Russo non manca di dipingerlo con pennellate taglienti, quanto mai azzeccate, in una prosa davvero magnifica. Con questo romanzo ho davvero riscoperto il piacere dalla lettura non tradotta, finalmente uno scrittore italiano che non lascia l’amaro in bocca, scorrevole e a tratti ricercato, mai banale né pesante, un piccolo capolavoro. Complimenti dunque all’autrice, di cui non mancherò di leggere gli altri romanzi. E che continui a scrivere, noi restiamo in attesa!



      Scritto da Yaris, venerdì 18 settembre 2015

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    • La La nostra vita nelle stelle di Williams Niall


      La storia struggente e emozionante di una famiglia irlandese nel XIX secolo: anni di privazioni, miseria, fame, tragedie e duro lavoro, ma anche di sfrenate passioni, vitalità, gioia incontrastata, unione e lotta originaria con la natura, che l'uomo sfida, modella a suo piacimento, e dallo scontro esce vincitore o sconfitto. Il vero dilemma è se saprà rialzarsi: recuperare la dignità, ripristinare il suo status di essere umano, offuscato dalle condizioni di una vita impossibile. Quattro fratelli, il vento, il mare, il destino: un viaggio interminabile, il viaggio della vita, in un romanzo fuori dal tempo, sullo sfondo verde delle dolci colline d'Irlanda.



      Scritto da Yaris, mercoledì 9 luglio 2014

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