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Recensioni


    • Furore di Steinbeck John


      Grande epopea tragica americana, questo libro ci restituisce il gusto dei grandi orizzonti, dei personaggi grandiosi, delle vicende storiche che irrompono nella vita delle persone comuni. In una parola, quell'epica che tanti contemporanei non riescono più neanche a concepire. Steinbeck scrive benissimo, alterna passaggi lirici a secchi dialoghi tra agricoltori, tiene sempre il giusto ritmo della narrazione tra riflessioni e avvenimenti fino all'impressionante quadro finale, tanto poco plausibile quanto splendido visivamente, quasi un dipinto da ammirare più che un testo da leggere. L'unico difetto del romanzo è un certo pregiudizio ideologico, per il quale chi appartiene ad una certa classe sociale è sempre invariabilmente di nobile animo, mentre i ricchi sono sempre e solo avidi e spietati: nel campo governativo regna quasi un paradiso in terra dove tutti sono buoni e ci si autogoverna di comune accordo. Credo che, al di là del fatto che la letteratura sia invenzione e quindi non le si richiede di essere aderente alla realtà, i vari personaggi finiscano per perdere profondità, mancando la mescolanza di male e di bene all'interno del loro animo.



      Scritto da marco63, sabato 14 maggio 2016

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    • L' L' arcobaleno della gravità di


      Non basta che un libro accumuli concetti, nozioni tecniche, lingue diverse, metariferimenti a tutte le culture possibili e quant'altro per essere bello. Bisogna anche disporre tutto questo armamentario in modo che il lettore possa fruirne senza tenere in mano il manuale di istruzioni. Invece Pynchon il lettore lo maltratta, infliggendogli cambi di tempo e luogo senza avvisarlo, personaggi stralunati che si muovono con la logica dei pesci in un acquario, interminabili discussioni su argomenti che compaiono senza un senso definito. Alla fine della seconda parte incontriamo questo angoscioso interrogativo: "Quante possibilità ha una persona di essere una sintesi, Pointsman?": a quel punto ho deciso che potevo vivere anche senza sapere la risposta, ed ho interrotto la lettura. Questo sadismo joyciano consistente nel rendere faticosa la lettura e misterioso il senso di un'opera per esaltare la propria cultura e la propria tecnica è senz'altro uno dei caratteri più irritanti della modernità o postmodernità, e non ce libereremo mai troppo presto. Pynchon è uno che sa scrivere, e il soggetto del romanzo è geniale, ma mentre, tanto per dire, un David Foster Wallace riesce a renderci interessante anche la vernice che si asciuga, qui sembra che si faccia apposta a scoraggiare il lettore dall'andare avanti a leggere. Quoto un altro recensore di IBS, molto più lapidario del sottoscritto: "Fossero mille pagine di nulla... Sono mille pagine di qualcosa: chissà cosa." Ci voleva.



      Scritto da marco63, venerdì 9 gennaio 2015

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    • Nemico, amico, amante... di Munro Alice


      Che gran narratrice la Munro. Comincia il racconto da un punto qualsiasi della storia, dall'inizio, dalla fine, da metà, non importa, poi allarga l'inquadratura fino a che il quadro non è completo. E noi a chiederci come storie tanto banali ci abbiano appassionato così tanto.



      Scritto da marco63, sabato 15 novembre 2014

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    • Solo il mimo canta... di Tevis Walter


      Un po' "I figli degli uomini" di P.D. James (comunque posteriore), un po' Fahreneit 451 di Bradbury, un po' "Il mondo nuovo di Huxley", il futuro immaginato da Tevis azzecca più di un aspetto della post-modernità. Quello che però non riesce nel romanzo è la costruzione della trama (banalotta: c'è qualcuno che reimpara a leggere e si rende conto dell'assurdità del proprio mondo) e la caratterizzazione dei personaggi. L'unico un po' interessante è il robot Spofforth che cerca di morire e non ci riesce. Stilisticamente, la scelta di fare raccontare quasi tutta la storia in un diario al passato prossimo richiede un certo genio letterario che Tevis non esprime, almeno qui. Per il resto, qualche scena surreale come la fabbrica che continuamente rifabbrica tostapane difettosi dà sapore alla narrazione.



      Scritto da marco63, domenica 12 ottobre 2014

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    • Il Il primo cerchio di Solzenicyn Aleksandr


      Assieme a "Padiglione cancro" questo romanzo autobiografico esula dall'argomento "profondo Gulag siberiano" per presentare uno spaccato della società russa in uno dei periodi più duri della dittatura staliniana. Siamo in un laboratorio di ricerca in cui lavorano detenuti politici per sviluppare strumenti tecnici di spionaggio; in questo particolare e ristretto ambiente, al confine tra libertà e prigionia, e nel breve lasso di tempo di una settimana si incrociano le esistenze di decine di personaggi: detenuti, liberi, militari, sorveglianti, agenti della polizia politica, diplomatici, magistrati, studentesse. Seguiamo la vita di ognuno, ed ognuno ci presenta una sfaccettatura della Russia staliniana. Inutile elencarle tutte, mi limito a segnalare un'apparizione di Stalin in persona, la storia del detenuto Nerzin (Solzenicyn stesso) e la sequenza kafkiana dell'arresto, surreale e, allo stesso tempo, terribilmente concreta (i dettagli sono talmente precisi che deve essere stata un'esperienza diretta veramente avvenuta). Non vediamo gli orrori del lager ma vediamo come tutta la Russia fosse in realtà un lager a cielo aperto: una intera nazione che vive nel sospetto, nel terrore, nella menzogna. Non ci sono la fame e il freddo, ma un vuoto spirituale che è ancora peggio, riscattato da piccoli e grandi eroismi che rendono la vicenda, nonostante tutto, positiva. Il senso generale di quest'opera (e delle altre di Solzenicyn) è che questi drammi personali e collettivi provano l'uomo, ma questi ha la possibilità di salvare la propria dignità e uscirne migliore. Il passo del romanzo è, come dire, "russo" ma non noioso: il genio narrativo di Solzenicyn riesce a farci appassionare a queste piccole vicende e ai loro protagonisti e si procede piacevolmente nella lettura.



      Scritto da marco63, sabato 30 agosto 2014

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    • Sorgo rosso di Mo Yan


      Una Cina devastata dalla guerra fa da sfondo a questo grande romanzo popolare. Popolare nel senso che si parla di un piccolo villaggio nord orientale e di una famiglia che si costituisce e poi si sgretola nell'arco di pochi anni. Popolare anche perché all'autore interessa fino ad un certo punto l'analisi storico-sociale e i quadri paesaggistici mentre ci tiene a catturare l'attenzione del lettore: con ogni mezzo, mescolando fatti storici e leggende popolari, scene truculente e quadretti comici surreali. Il ritmo narrativo è serrato, non appena la narrazione comincia a ristagnare Mo Yan si inventa un colpo di scena, una situazione nuova, un flashback, un accenno a vicende ancora da narrare, e il lettore comincia a chiedersi se le cinquecento pagine basteranno a contenere tutto. Personaggi senza mezze misure nell'eroismo come nelle meschinità, qui gli uomini senza qualità della decadente narrativa europea non sono ancora arrivati. Manca il respiro generazionale di "Cent'anni di solitudine", perché la vicenda è più ristretta nello spazio e nel tempo, ma abbonda il registro epico: le grandi vicende della storia e le persone che vi si trovano a viverle, eroi a modo loro. Gran letteratura.



      Scritto da marco63, martedì 15 luglio 2014

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    • Addio alle armi di Hemingway Ernest


      Gran romanzo di amore e guerra, Hemingway è un fuoriclasse della narrazione e la classe non è acqua. Reso il doveroso omaggio alla scrittura, qualche riserva ce l'avrei sullo svolgimento. Va bene la caduta degli ideali nell'inutile strage della Grande Guerra, va bene l'antieroe, va bene il Novecento che incombe con tutte le sue disillusioni: ma siamo sicuri che scappare in Svizzera con una ragazza e i soldi di papà sia un'alternativa? All'epoca si trattava di un'opera rivoluzionaria, ma oggi, dopo averne visti tanti di questi personaggi che tagliano la corda e si buttano via, dal Fu Mattia Pascal allo Straniero di Camus al giovane Holden ai soldati di Mediterraneo, cominciamo a sentirli un po' datati. Meglio, molto meglio 'Ndria Cambria di Horcynus Orca, i soldati di Un Anno sull'altipiano o quelli de Il cavallo rosso, gente che certo sperimenta l'assurdità della guerra e delle ideologie del Novecento ma qualche idea su cosa fare nella vita ce l'avevano, magari senza raggiungerlo ma, come scriveva Kafka "se la salvezza dovesse venire, voglio esserne degno in ogni momento"



      Scritto da marco63, mercoledì 4 giugno 2014

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    • Un Un cantico per Leibowitz-Benedizione oscura-Umani a condizione-Il mattatore di Miller Walter


      Si dice che Miller scrisse questo libro per espiare la colpa di aver partecipato al bombardamento di Montecassino, e che la sua sia un'apologia del monachesimo benedettino; lo è nel senso della conservazione della civiltà in un medioevo postatomico, mentre l'aspetto religioso è caricaturale: i monaci venerano uno scienziato che costruiva bombe atomiche la cui reliquia è un foglio parte del progetto di uno di tali ordigni. Alla fine del romanzo compare, senza che se ne senta il bisogno, l'Immacolata Concezione in una forma bizzarra che non aggiunge nulla alla vicenda, se non un grottesco pasticcio teologico. Il pregio del romanzo, comunque, sta nel fascino dei grandi cicli storici decadenza-rinascita sul genere Fondazione di Asimov e in questo è più che riuscito.



      Scritto da marco63, mercoledì 4 giugno 2014

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    • L' L' insostenibile leggerezza dell'essere di Kundera Milan


      Un libro con pochi dialoghi, un certo numero di digressioni filosofiche e che tratta di un paese sotto la dittatura sovietica non è che presupponga una lettura piacevole. Tuttavia Kundera ha una buona scrittura e la sua prosa non risulta indigesta. La storia d'amore tra Tomas e Tereza, in apparenza banale, è tragica, struggente e ben raccontata. Il filone narrativo su Franz e Sabina invece è un gustoso quadretto sul mondo intellos francese di fine anni settanta, con una serie di riflessioni caustiche. Completano la storia alcuni quadretti, come l'incontro tra Sabina e Tereza, che sembrano fatti per una sceneggiatura da film d'autore. Un romanzo che si legge volentieri, la cui storia e i cui personaggi ci coinvolgono e, forse, smentiscono la filosofia di Kundera, piuttosto triste e nichilista.



      Scritto da marco63, giovedì 13 febbraio 2014

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    • La La verità sul caso Harry Quebert di Dicker Joël


      Joel Dicker ci presenta in testa ad ogni capitolo i suggerimenti del grande scrittore (classiche banalità da intellettuale che se la tira, tipo: "Scrivere un libro è come amare qualcuno: può diventare molto doloroso") ma è il primo a non seguirli. Le regole che segue sono sostanzialmente due: "tieni la fine lontana dall'inizio" e "fai in modo che chi legge non veda l'ora di girare pagina" e in questo è veramente molto bravo. Va detto che la scrittura non è speciale, un poco prolissa, i personaggi hanno lo spessore della carta velina e la storia d'amore tra Harry e Nola improbabile, con dialoghetti che risulterebbero ridicoli anche in una soap. Detto questo, la storia è ben congegnata, i colpi di scena sono distribuiti con abilità, la trovata del libro dentro un libro che parla di scrittori è intrigante. Non si studierà l'"Harry Quebert" nelle scuole come classico americano di inizio secolo, ma dovrebbe indurre a riflettere sul fatto che la letteratura si fonda su storie da raccontare, cui possiamo aggiungere stile, romanticismo, temi sociali e quant'altro ma senza dimenticare che il lettore deve avere delle motivazioni per girare pagina. In sintesi, un romanzo che non vincerà il Nobel, ma un ottimo lavoro nel suo genere.



      Scritto da marco63, lunedì 30 dicembre 2013

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