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Recensioni


    • La La vedova incinta di Amis Martin


      Un prologo, sei libri e una coda. Già nella sua struttura, La vedova incinta si dichiara letterario fino al midollo. Dramma, commedia, teatrale nell'ambientazione e nella lingua, è imbevuto di buona letteratura. Non è un caso che nei Ringraziamenti finali Amis condensi una fetta della sua cultura letteraria, quegli amori che così abilmente trovano spazio nel libro. Parto dai ringraziamenti perché in essi si trova già l'essenza del romanzo, una commedia dal sapore shakespeariano che comincia nel 1970 in un castello italiano e poi scorre in avanti, a volte con lunghi salti altre con una lentezza che uccide i personaggi, fino al 2009. Il protagonista è Keith, un giovane letterato che nel castello vive un vero e proprio trauma sessuale. Attorno a lui i ragazzi e le ragazze di questa allegra compagnia, personaggi indimenticabili che durante una magica estate italiana vestono i panni (non solo metaforici) dei personaggi dei grandi romanzi.Con una scrittura dalla ricchezza stilistica infinita, plurale e molteplice come i destini di Keith e dei suoi amici, Martin Amis ci consegna una storia che parla del Tempo, del sesso, delle relazioni umane, della Storia e delle sue rivoluzioni. Mentirei se vi dicessi che è un romanzo facile, da leggere tra una fermata di metropolitana e l'altra. Vi chiederà attenzione, esigerà che ritorniate su alcuni passi per approfondirli, coglierne la musicalità. Postmoderno nella lingua, ironico nel tono, classicamente ordinato nella struttura esteriore, intricato e confuso nell'avvicendarsi di trame ed episodi che appartengono a momenti temporali diversi, è l'espressione dell'intelligenza di un romanziere che si mette in discussione, se è vero che nel fragile Keith ha rappresentato se stesso, attore e vittima di quell'estate in cui finì un'era senza che ne cominciasse una nuova. Perché, parafrasando il filosofo russo Alexander Herzen: "La rivoluzione, nel momento in cui uccide un regime, senza darne vita a uno nuovo, genera una vedova incinta."



      Scritto da ClaConsoli, venerdì 3 gennaio 2014

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    • Il Il Maestro e Margherita di Bulgakov Michail


      "Un miracolo che ciascuno deve salutare con commozione", ha detto Montale. Il libro è un capolavoro della letteratura russa moderna e contemporanea, una sublime satira del regime staliniano con ambientazioni e colpi di genio degni di "Alice in the Wonderland". Un continuo crescendo: Bulgakov ci regala un libro caleidoscopico dove al ritratto (tutt'altro che realista) della Russia contemporanea si alternano scene di biblica memoria. Accanto al Mago Woland e ai suoi fantastici (e un po' inquietanti) aiutanti che si aggirano per Mosca combinando guai, ecco comparire Ponzio Pilato che si muove in una Gerusalemme che sembra richiamare la notte dei tempi. Romanzo satirico, romanzo storico, romanzo distopico, "Il Maestro e Margherita" è un libro-mondo che affronta i temi del potere, dell'oppressione, della fede religiosa inquadrandoli all'interno di un discorso sul Bene e sul Male che ha un respiro universale e di una scrittura che è fatta di pura fantasia.



      Scritto da ClaConsoli, venerdì 27 settembre 2013

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    • Il Il demone della prosperità di Chan Koonchung


      Siamo a Pechino nell'anno 2013. Gli uomini e le donne cinesi vivono con soddisfazione la loro "Era della prosperità", iniziata due anni prima. Mentre l'economia dei paesi occidentali tracolla e gli equilibri planetari si modificano, la Cina si gode l'età dell'abbondanza. Tutti sono straordinariamente felici e lasciano che il Partito controlli la popolazione e presieda alla sua crescita economica e al suo benessere psicologico. In pochi anni in molti hanno dimenticato le ristrettezze, la crisi precedente. Sembra inoltre che tutti abbiano rimosso un mese, per l'esattezza un periodo di ventotto giorni intercorso tra il momento in cui l'economia mondiale è entrata in crisi e quello in cui il Partito ha annunciato che l'Età dell'Oro dell'Ascesa Cinese era ufficialmente iniziata. Un mese di razionamenti, violente repressioni, imbavagliamenti, esecuzioni. Ma non tutti hanno perso la memoria. Tra romanzo distopico e fantapolitico, Il demone della prosperità costruisce sulla metafora della perdita della memoria un discorso illuminante sulla Cina di ieri e di oggi, rivelando cosa si cela dietro l'inarrestabile crescita economica cinese, non solo in termini di dati di mercato ma soprattutto in termini di costi umani e controllo delle idee. Il romanzo si gode dunque per la sua felice struttura narrativa ma anche perchè suscita curiosità e desiderio di approfondimento e conoscenza di dinamiche così lontane e oscure per noi occidentali. Il significato del romanzo sta nella domanda che ricorre: "Tra un inferno vero e un paradiso falso, tu cosa sceglieresti?". Un interrogativo che ci ricorda che un popolo che perde la capacità di interrogarsi sul proprio passato e che vive solo all'interno delle mura di certezza costruite dai partiti unici, è destinato a smarrire il senso della propria storia e a perdere l'identità. Come i cinesi di cui parla Chan Koonchung che preferiscono non porsi domande sugli eventi del 1989, nell'illusione di una felicità che ha il sapore dell'oppressione.



      Scritto da ClaConsoli, martedì 24 settembre 2013

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    • Marina Bellezza di Avallone Silvia


      Marina Bellezza è in primo luogo uno sguardo inedito sui territori in cui la scrittrice è nata e vissuta. Il romanzo ha la crisi sullo sfondo, questa crisi a noi così vicina, che ci accompagna nei discorsi e nelle azioni di tutti i giorni, ma non parla della crisi. Piuttosto racconta l'amore e il coraggio di personaggi che trovano delle risposte possibili, delle vie di uscita. Marina è la ragazza che dà il nome al romanzo, caparbia, testarda, talentuosa. Canta e bella nei centri commerciali, sogna di diventare famosa e di sfondare nel mondo della musica e dello spettacolo. Un po' eroina ottocentesca, un po' ragazza di provincia con una storia difficile come tante altre, Marina è sfuggente, inafferrabile ma ha un punto di riferimento che resta sempre fermo: Andrea. Ventisette anni, bibliotecario, ha un sogno che tutti considerano impossibile: fondare un'azienda casearia nei luoghi dei nonni, ritornare laddove è nato per ricostruire. Qui arriviamo al cuore del romanzo: se con Acciaio Silvia Avallone aveva raccontato una guerra aperta, un mondo che, nel benessere generale di cui parlavano i telegiornali, sembrava dimenticato, Marina Bellezza è un modo per rispondere a questo senso di generale impossibilità che ci circonda, l'impotenza della crisi, dello stallo. Dopo Piombino, quindi, anche questa Valle Cervo è un po' terra di confine. Ma non è una provincia angusta e soffocante, al contrario ha gli spazi immensi della provincia americana di cui parlano Richard Ford e altri autori americani molto amati dalla scrittrice. Il romanzo è anche un modo per continuare il discorso sul rapporto padri-figli. Resta l'interesse per le dinamiche familiari complesse ma, mentre in Acciaio Silvia rappresentava due adolescenti che subivano situazioni familiari difficili, adesso in scena ci sono due ragazzi che non vivono più in casa, hanno costruito una propria vita fuori ma continuano a pensare a quello che hanno lasciato.



      Scritto da ClaConsoli, venerdì 20 settembre 2013

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    • In territorio nemico di


      Questo libro è il frutto di un'operazione molto complessa di scrittura collettiva. SIC è la sigla d'autore e significa "Scrittura Industriale Collettiva". Romanzo-epopea, racconta la storia di tre personaggi che vivono la guerra e l'esperienza della Resistenza in modi diversi, chi ai margini, chi direttamente coinvolto nella lotta armata. Alla base dell’opera sta una forte volontà di recupero della memoria collettiva: la stesura del testo si è, infatti basata su un lungo processo di scrittura di schede storiche che sono state raccolte, verificate, rielaborate nel tempo. Il libro ha dunque tutti i pregi di una narrazione riuscita e quelli di un testo che restituisce la Storia collettiva e le storie personali: si basa su un perfetto equilibrio tra indagine psicologia del singolo personaggio e affresco collettivo. Sebbene nasca dalla collaborazione di 115 persone che hanno lavorato come autori, revisori, traduttori, il romanzo sembra espressione di un'unica voce, da un punto di vista tematico e stilistico. In territorio nemico non è solo un bell'esperimento letterario: è un libro corale che parla di un pezzo importante della storia di una generazione che tra non molto purtroppo non potrà più raccontarci tutto quello che è stato.



      Scritto da ClaConsoli, mercoledì 18 settembre 2013

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    • Le Le finestre di fronte di Simenon Georges


      Meno noto al grande pubblico, il Simenon di "Le finestre di fronte", stupisce con la sua forza visionaria, l’intuizione, quel genio di scrittore che scava nell’ambientazione dei romanzi la psicologia dei personaggi, facendo dell’una il risvolto dell’altra. Scritto nel 1932 a Marsilly, il romanzo è una lucidissima testimonianza di come doveva apparire la prima Russia staliniana agli occhi di uno straniero. In quegli anni la dittatura non aveva ancora mostrato il suo volto più oscuro all’opinione pubblica internazionale e sorprende che lo scrittore di Liegi abbia saputo così precocemente coglierne i tratti principali: l’ossessione del controllo poliziesco, la tristezza dell’omologazione, il terrore, lo spionaggio, il soffocamento di qualsiasi tentativo di rinnovamento sociale e culturale. Adil bey è il nuovo console turco che arriva a Batum, sul Mar Nero. Lugubre, grigia, desolata, la città lo respinge, lo fa sentire estraneo in ogni suo luogo. Il mistero di Batum sta nelle parole sussurrate, negli incontri nascosti, negli strani comportamenti degli abitanti, nei volti tristi dei giovani che vestono di nero, si incontrano nei bar e nei giorni di riposo passeggiano mestamente vicino al mare. Simenon, con l’esemplarità di una scrittura oggettiva, lucida e sottile come una lama di coltello, ci consegna una magistrale prova d’autore, un romanzo sul potere nascosto, sull’inganno, sull’angoscia della solitudine dell’individuo schiacciato negli ingranaggi del totalitarismo. Il protagonista, costretto a restare in questa città di confine, viene avvelenato giorno dopo giorno dalla certezza di essere spiato, dalla paura di essere eliminato, di sparire come spariscono in tanti, in questa fredda Batum sul Mar Nero. La morte, l’amore, il tradimento sono i principali ingredienti di questo libro dalle atmosfere noir, dove è assente l’intenzione di un giudizio politico, ma la politica è cartina di tornasole per tutte quelle paure inconfessabili che albergano negli animi umani.



      Scritto da ClaConsoli, lunedì 2 settembre 2013

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    • Lettere a Poseidon di Nooteboom Cees


      Un libro-viaggio sotto forma di lettere a un Dio. Nooteboom scrive a Poseidon interrogandosi sul senso della vita, sulle azioni umane, sulla storia, sul significato della cultura attraverso i secoli. Un dialogo particolare, con un destinatario silenzioso che non può rispondere. Restano dunque aperte le domande dell'autore che si muove tra dipinti del Prado, scienza e filosofia, tra le pagine di Omero, Kafka, tra i dipinti di Leonardo e i testi sacri, tra culture e paesi diversi. "Lettere a Poseidon" è un testo unico nel suo genere, una dissertazione storico-filosofica che si articola in paragrafi brevissimi, ognuno dei quali conduce lontano. Il filo rosso è la riflessione sul ruolo del divino nella nostra società, sul modo in cui è cambiato nei secoli, le forme che ha assunto, i significati che ha perso. Nooteboom non ha tesi da proporre, il suo sguardo non è quello del nostalgico ma quello dell'esploratore che pone e si pone domande, in maniera problematica. Il libro si gusta come un romanzo, un romanzo epistolare per l'appunto, quasi lo scrittore portasse il lettore per mano in un viaggio che comincia per caso, in una calma giornata invernale, dentro un caffè di Monaco di Baviera, chiamato - non a caso - Poseidon.



      Scritto da ClaConsoli, lunedì 2 settembre 2013

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    • L' L' amaro miele di Bufalino Gesualdo


      La poesia di Bufalino costantemente accarezza, seduce l'idea della morte e nel contempo cerca, schiva, di allontanarla. L'autore ha definito questi suoi versi "patetici come rulli di pianola o vecchie fotografie", ma la loro bellezza traspare da ogni lettera che li compone. Vi si trovano dentro i fantasmi di gioventù, le ombre della guerra, "le veloci letizie, le lunghe solitudini, dopo il ritorno nel Sud." E il sud magicamente rivive in queste poesie giovanili che tanto anticipano delle opere mature di Bufalino, soprattutto del meraviglioso romanzo "Diceria dell'untore". Il gusto barocco di Bufalino è appena accennato ma già si legge tra questi versi che, come "miele amaro", appunto, riuniscono le contraddizioni di una terra a volte dolce e vitale come la più bella delle primavere, altre nera e carica di morte, come una macabra danza. Una lettura dolceamara, per scoprire uno dei tanti volti del grande scrittore di Comiso e della sua isola.



      Scritto da ClaConsoli, martedì 30 luglio 2013

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    • Addio a Berlino di Isherwood Christopher


      Isherwood registra la realtà che lo circonda con lo stesso atteggiamento impassibile di una macchina fotografica, cogliendone le grandi trasformazioni e i minimi dettagli. Con sorprendente esattezza il clima della Berlino prenazista, con una Repubblica di Weimar ormai avviata al tramonto, ci è riconsegnato da una voce che a distanza di ottant’anni non ha perso la sua energica incisività e che non sarebbe assurdo considerare a tratti drammaticamente attuale. Lo scrittore regala l’istantanea di un mondo sull’orlo di un precipizio, che tristemente presagisce l’orrore sottostante: sono gli ultimi respiri di una società tedesca che di lì a poco sarebbe stata spazzata via dal vento del totalitarismo e della Seconda guerra mondiale. Berlino sembra una di quelle vecchie signore che si ostinano a voler sembrare ancora giovani e belle ma che hanno il volto della decadenza. E tutta l’umanità disperata che vi si muove ha il fascino del decadente. È il languore crepuscolare di un “Impero alla fine della decadenza”, come avrebbe detto Verlaine. Sebbene sotto la scrittura di Isherwood si avverta una profetica capacità di analisi storica, quello che più gli interessa è il ritratto dell’umanità coinvolta. E così i personaggi si staccano potentemente da una pura contestualizzazione storico-sociale e diventano correlativo oggettivo di tutti i crolli della Storia. Tra cabaret, pensioni malridotte, invivibili case popolari, manifestazioni di piazza, infernali riformatori, botteghe abbandonate e caffè frequentati da intellettuali, il romanzo prende il ritmo dell’esistenza. È si “la prova generale di un disastro” (sono parole dello stesso autore), ma essa prende le note di un’ultima poetica danza. È un sommesso, commovente commiato da una città che lui sa non sarà più la stessa e che – sebbene assediata dalla morte - non ha perso ancora il suo incanto.



      Scritto da ClaConsoli, lunedì 22 luglio 2013

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    • I I demoni del deserto di Zarmandili Bijan


      Nonostante il romanzo prenda avvio in un giorno preciso, il 26 dicembre del 2003, lo si potrebbe collocare benissimo in un mondo lontano, oppure in un passato prossimo; è una storia che ha un che di atemporale e assurge a paradigma. Il motore dell’azione è il viaggio che i due personaggi principali, un nonno e la sua piccola nipote, intraprendono in seguito a un terribile terremoto che ha distrutto completamente la loro città natìa, quella Bam dalle alte torri che si ergeva ai margini del deserto. Separati da distanze che sembrano incolmabili, Agha Soltani e Hakimè, bambina autistica che vive in un mondo che ha pochi contatti con quello reale, riescono a comprendersi a poco a poco, superando ostacoli e peripezie che minacciano di allontanarli per sempre. Un viaggio per ritrovare le fila della propria esistenza, come nella migliore letteratura di tutti i tempi; un viaggio come strumento di conoscenza di sé e del mondo. A questo si associa l’idea del superstite privato di tutto che è tipica della narrativa del ‘900. Zarmandili descrive un panorama umano di grande realismo, senza bisogno di addolcirlo con buoni sentimenti o di calcare la penna per far rabbrividire il lettore di fronte alle meschinità degli uomini. Tutto è in equilibrio, retto com’è da una scrittura essenziale che diventa lirica in occasione di certe descrizioni di paesaggio, quando si traduce in colore puro, nitida pennellata, tattilità. Non manca la penetrazione psicologica che si traduce in un’estrema capacità di ritrarre soprattutto l’universo femminile, spesso raccontato attraverso gli sguardi e i silenzi, quasi a sancire quel mistero che la donna resterà sempre per l’uomo. I demoni del deserto è un libro che ha il fascino dell’epopea, Agha Soltani, Hakimè, Amir Khan, Agha Salami hanno dei volti antichi e, al contempo, sanno raccontare l’Iran dei nostri giorni. Ed è un epopea sulla vita e sul senso della vecchiaia.



      Scritto da ClaConsoli, mercoledì 17 luglio 2013

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