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Recensioni


    • Lettera al signor Alzheryan di Vigevani Alberto


      Una cinquantina di pagine che racchiudono un vero gioiello. Le pagine critiche, apparse sui quotidiani italiani in quest’ultimo periodo, concordano nel segnalare che questo libriccino di Alberto Vigevani, recentemente pubblicato da Sellerio, è un piccolo capolavoro di eleganza e di stile, oltre che una delle prove letterarie che meglio sanno riprodurre un “clima”, un’atmosfera che la seconda guerra mondiale e, in particolare la persecuzione ebraica, hanno definitivamente travolto e cancellato. Il signor Alzheryan, a cui è rivolta questa lunga lettera, è già morto quando il narratore si accinge a scrivere e già da questo particolare si coglie l’esplicita pretestuosità della modalità narrativa: una lettera per l’esigenza di fissare un ricordo, una lettera per meglio dialogare con la propria memoria, una lettera per la fiducia di avere comunque un destinatario (il lettore?) con cui condividere i ricordi e le emozioni. Nella splendida nota Sinfonia in tre tempi di Carlo Fruttero il lettore è introdotto con grande sapienza a questo breve testo in cui la ricchezza linguistica dell’autore sa attribuire “a ciascuno il suo mot just”, e sa altrettanto abilmente riproporre, con brevi cenni, qualche parola e qualche personaggio secondario (mirabile la straripante sorella) un mondo e una cultura spazzati via dalla Storia.



      Scritto da Wuz Team, giovedì 17 aprile 2014

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    • Jungletown Jihad di Ellroy James


      Tutt’altro che tenero è il nuovo romanzo di James Ellroy, insieme a Bukowski cantore riconosciuto della Los Angeles dei bassifondi. Sin dal titolo, “La guerra santa nella giungla della città”, promette ferro e fuoco. Potrebbe apparire come una provocazione, una crociata contro i musulmani, visti i tempi, ma per l’autore si tratta soltanto di “una commedia che sfrutta lo spettro del terrorismo: Una satira delle tensioni etniche causate dalla psicosi dell’assedio”. Perché l’America di Ellroy è una nazione dove “lo spettro del terrorismo”, come lo definisce lo scrittore americano, è una sorta di strategia impiegata dai politici tramite i media: un arma altrettanto letale della jihad. Già dal titolo si intuisce come Ellroy voglia stemperare questa tensione: basti pensare ai nomignoli con cui sono chiamati islamici e afroamericani per comprendere come il libro abbia intenti più satirici che colpevolisti. Ad essere sotto accusa è invece il sistema e soprattutto una città, Los Angeles, che all’ombra di quell’associazione a delinquere di stampo immaginario chiamata Hollywood, vive una decadenza morale che non sembra avere limiti. Sin dalle prime pagine seguiamo (dis)avventure di Rick Jenson, investigatore della squadra Casi Irrisolti di Los Angeles, muoversi sulle tracce di rapine sanguinarie che sembrano portare la firma di “cellule dormienti” del terrorismo islamico. In un labirinto di complotti eversivi, crimini a sfondo sessuale, snuff movies, come segugi rimaniamo ipnotizzati, pagina dopo pagina, sino al finale: il rischio che un attentato coinvolga la notte degli Oscar. Ellroy, grazie ad un umorismo nero e grottesco, imbastisce un libro che solo in apparenza ha le coordinate di una commedia umana. In realtà è un libro di denuncia, e anche piuttosto duro, nei confronti di una nazione come l’America che sembra, sin dalla propria nascita, aver bisogno di un nemico, reale o fittizio che sia, per nascondere il proprio lato oscuro.



      Scritto da Wuz Team, giovedì 17 aprile 2014

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    • Il Il mago di Aira César


      Hans Chan è un mago argentino. Un mago, non un illusionista, e c’è differenza. Gli illusionisti hanno una straordinaria abilità manuale che permette loro di far giochi di prestigio. In parole povere, trucchi. L’abilità sta nel destare stupore, lasciare il pubblico con la domanda, ‘ma come ha fatto?’. Per Hans è proprio il contrario: lui è un’anima pura, è il primo a non capire come funzionino i trucchi del mestiere. A lui basta pensare ad una cosa e la cosa si realizza. Il pubblico vuole vedere un elefante? A lui basta pensarlo, e l’elefante è lì. Hans arriva a Panama per un congresso di illusionisti; deve preparare un numero ed è roso dall'incertezza: quando si hanno tutte le possibilità, la scelta diventa un’agonia. Ci vuole qualcosa di spettacolare ma non troppo. E qui il romanzo dello scrittore argentino César Aira prende il volo, diventa un gioco di illusioni in cui è impossibile distinguere il reale dall'immaginato. Tant’è vero che Hans si accorge di indossare sempre il suo vestito da mago con la tuba, anche se è certo di essersi cambiato per girare per la città. Glielo fa osservare il giovane accompagnatore che si mette a sua disposizione nel giro turistico e che dichiara di essere sempre stato un suo grande ammiratore: ma esiste veramente questo ragazzo? O è la mente a farlo esistere? E i palazzi dalle splendide architetture di vetro sono veri? Hans si mette di continuo alla prova, come quando visita lo zoo: non può aver creato con la forza dell’immaginazione qualcosa di cui non sa niente. E il congresso stesso... c’è veramente? C’è una frase che l’accompagnatore dice al mago per esprimere la sensazione che ha provato quando lo ha visto: il mago gli era apparso come “ritagliato dal mondo, una figura dell’arte e della fantasia sullo sfondo prosaico del mondo”. E lo scrittore César Aira stesso diventa un illusionista della parola in questo arioso e magico romanzo breve che riflette in maniera giocosa sull’essenza della realtà e sulla potenza del pensiero.



      Scritto da Wuz Team, giovedì 17 aprile 2014

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    • Il Il signor Valéry di Tavares Gonçalo M.


      L’attacco di questo piccolo gioiello letterario è straordinariamente simile a un racconto di Rodari. Entriamo nella storia di quest’uomo, un perfezionista, non bello ma neanche brutto, che non ama la sua ombra e che divide il mondo in due lati: il destro e il sinistro. Tocca con la mano sinistra solamente le cose che stanno sulla sua sinistra e viceversa e, per non scordarsi mai quale sia la destra e la sinistra della casa, ha pitturato tutto il lato destro di rosso e quello sinistro di azzurro. Un perfezionista che vuole una casa delle vacanze in cui non perdersi e che considera la scelta migliore un quadrato con quattro porte, mentre pensa che l’animale domestico ideale sia una scatola con due buchi e la moglie ineccepibile un cubo unito a una sfera imperfetta. Tra aforismi e nonsense, il signor Valéry disegna ogni cosa, semplificando tutti i ragionamenti con una logica inappuntabile. Chi può del resto dare torto a un uomo che pensa che tutto quello che esiste dietro la sua nuca lo insegua mentre cammina e tutto quello che esiste davanti ai suoi occhi venga da lui inseguito mentre cammina e che, per questo, finisce per preferire la pigrizia? Nella sua Postfazione Roberto Mulinacci, riconduce Tavares a Wittgenstein e Carroll, Pessoa e Henri Michaux, Bertolt Brecht e Jacques Tati (oh sì, per quest’ultimo mi sembra davvero forte la vicinanza: come non pensare a monsieur Hulot?). Una soffusa malinconia, qualche punta di sarcasmo e molta intelligente semplicità sono le componenti principali del libro: poche pagine, è vero, per un prezzo un po’ alto, bisogna pur ammetterlo, ma rispetto a tanti altri pamphlet o Romanzi brevi con la maiuscola, pomposi e supponenti che si rivelano poi una vera delusione Il signor Valéry vale… l’oro che costa.



      Scritto da Wuz Team, giovedì 17 aprile 2014

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    • I I fratelli Lamb di Ackroyd Peter


      Nella Londra dei primi dell’800 Charles Lamb, di famiglia modesta, autodidatta negli studi, fu tra i più noti autori di un genere di saggi letterari cosiddetti “familiari”, di tono discorsivo, in cui quello che risaltava era soprattutto la personalità e il gusto di chi li scriveva. Charles Lamb era un innamorato dei libri che a volte si lasciava trascinare da una passione per l’antiquariato piuttosto che da un razionale spirito critico. Dunque si comprende l’eccitazione che suscita il ritrovamento di carteggi e manoscritti appartenuti a Shakespeare da parte del giovane libraio William Israel. Tutto inizia per caso, quando a Israel viene affidato l’incarico di esaminare le molte carte ritrovate in una ricca dimora che deve essere messa in vendita. Israel forse trova veramente qualcosa di autentico, ma è ambizioso, desideroso di compiacere il padre che gestisce un negozio di libri, e si lascia prendere la mano. Le scoperte di testi inediti si susseguono un po’ troppo velocemente: un rogito, un sonetto, un biglietto d’amore e infine - fortuna incredibile - un’intera tragedia che si credeva andata persa, il “Vortigern”. Sembra un’opera giovanile di Shakespeare, i due Israel ne chiedono l’autenticazione agli esperti - Charles e Mary Lamb inclusi, che avevano una conoscenza approfondita del poeta, avendo scritto insieme le “Tales from Shakespeare” per un pubblico infantile. C’è chi avanza qualche dubbio, Charles Lamb ha dei sospetti su chi sia il vero autore, mentre sua sorella è trascinata dall’entusiasmo e forse anche da un amore per William Israel. L’opera viene messa in scena. Poche rappresentazioni, fischi, segue un’indagine sui due Israel. Lo scrittore riesce a comunicare il sottile brivido della scoperta, ci rende partecipi dei mezzi con cui una contraffazione può essere eseguita ad arte, rende umani e credibili personaggi veramente esistiti.



      Scritto da Wuz Team, giovedì 17 aprile 2014

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    • Le Le mille case del sogno e del terrore di Rahimi Atiq


      Cosa significa vivere in un paese in cui il terrore è dietro ogni angolo, in cui essere nel luogo sbagliato al momento sbagliato vuol dire soffrire o morire senza alcun motivo? Cosa si prova a non sentirsi mai al sicuro, ad avere paura di tutto e di tutti? Sicuramente gli italiani che hanno vissuto gli anni terribili della seconda guerra mondiale potrebbero dare risposte a queste domande, così come i cinesi di Shanghai, Canton e Nanchino negli anni Trenta o i curdi divisi tra Turchia e Iraq. È l'esperienza di tutti i popoli privati della libertà e dell'autonomia dalla forza dei paesi invasori, o di quelli che hanno affrontato sanguinose guerre civili, come i ruandesi protagonisti degli scontri etnici negli anni Novanta e gli argentini o i cileni sopravvissuti alla pulizia ideologica degli anni Settanta. Rahimi dà voce a un afgano che vive questa esperienza nella sua terra, sconquassata dalla presenza dei sovietici. L'attacco della narrazione è buio, opprimente: l'autore riesce a ricreare con poche parole e pochissimi riferimenti a fatti concreti, un clima di oscurità e terrore. Un giovane studente, Farhàd, è massacrato dalla polizia, ma non per particolari motivi personali o politici: è semplicemente stato sorpreso in strada da una pattuglia durante il coprifuoco. A soccorrerlo, sanguinante e sofferente, (tanto da fargli immaginare di essere morto) è una donna generosa e forte, Mahnàz,che lo trasporta nella sua casa per curarlo, aiutata dal suo bambino. Ben presto Farhàd comprende che la sua vita è in pericolo, che per giustificare il pestaggio notturno è stato accusato ingiustamente di furto, che è ora nell'elenco dei ricercati. "Come si possono definire questi se non momenti di terrore? È nel terrore che inizi ad avere dubbi sulla tua esistenza", e questo è ciò che accade al giovane, costretto dagli eventi a rimanere nella casa di Mahnàz sino al momento di all'estero, come inconsapevole esule, totalmente frastornato dagli eventi.



      Scritto da Wuz Team, giovedì 17 aprile 2014

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    • Scrittura cuneiforme di


      Un romanzo epico di grandissimo livello ripropone ai lettori italiani la capacità narrativa di un autore interessantissimo: Kader Abdolah, iraniano esule rifugiato in Olanda nel 1988, paese in cui ben presto sono emerse le sue doti di scrittore fuori dal comune. In Italia è già stato tradotto Il viaggio delle bottiglie vuote, sempre per i tipi di Iperborea, romanzo sui temi dell'immigrazione e della difficoltà di trovare una nuova identità in un luogo che non è la propria patria. Con Scrittura cuneiforme questo soggetto in qualche modo si ripresenta, ma con minore drammaticità. Al centro della vicenda narrata è un taccuino redatto in caratteri cuneiformi, gli unici conosciuti, grazie alle iscrizioni rupestri di Ciro il Grande, da Aga Akbar, iraniano sordomuto e analfabeta. Il taccuino è casualmente ritrovato dal figlio Ismail, rifugiato politico in Olanda, che decide di tradurlo in ricordo non solo del padre, ma anche di una terra abbandonata e di una nostalgia mai sopita. Prende vita così la figura di Aga, con la sua semplicità che diventa chiave di lettura di una realtà in trasformazione estremamente complicata. Scorrendo le pagine troviamo Reza Khan, nuovo re di Persia e "primo del nuovo regno Pahlavi", le sue assurde e drastiche scelte di modernizzazione forzata e le prevaricazioni, ma anche la mitica figura dello zio Kazem Gan, un uomo giusto e intelligente che conduce per mano il nipote ragazzino dopo la morte della madre (altra figura di rilievo), ben sapendo quali difficoltà avrebbero atteso lungo la strada un giovane sordomuto. La storia, che oscilla tra passato e presente, tra Persia e Olanda, tra tradizione e innovazione, è raccontata da Abdolah in modo leggero e semplice, con un linguaggio e una costruzione del testo che rispecchiano palesemente l'antica poetica letteraria persiana.



      Scritto da Wuz Team, giovedì 17 aprile 2014

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    • La La masseria delle allodole di Arslan Antonia


      Chi ha letto con passione "I quaranta giorni del Mussa Dagh", l’epopea di Franz Werfel sul genocidio degli armeni da parte dei turchi durante la prima guerra mondiale, ritroverà nel bellissimo romanzo di Antonia Arslan La masseria delle allodole un frammento della stessa vicenda, ricostruita da una discendente italiana sul filo delle memorie familiari. È la saga degli Arslanian, di due fratelli che con le loro scelte differenti hanno forgiato per i loro figli due destini tragicamente opposti, di vita e di morte. Il fratello maggiore, Yerwant, lascia l’Armenia da ragazzo, studia a Venezia e diventa medico di successo a Padova, dove sposa una nobildonna e ha due figli. Il fratello più legato alle tradizioni familiari, Sempad, rimane nel villaggio natale in Anatolia, facendo della sua farmacia una finestra sulle novità occidentali. La sua grande famiglia incarna i valori e la cultura del popolo armeno, come l’ospitalità festosa, l’intraprendenza mercantile, la religiosità tollerante. Dopo molti anni di lontananza, nel 1915 i due fratelli fanno una rimpatriata: Yerwant si accinge a tornare in Anatolia con due automobili, carico di doni e di nostalgia. Sempad arreda la “masseria delle allodole”, la villa in campagna, preparando un’accoglienza memorabile. Ma lo scoppio della guerra spezza ogni progetto e consegna l’intero popolo armeno allo sterminio: i turchi, alleati dei tedeschi, attuano il mostruoso piano di eliminazione delle minoranze etniche. Massacrati tutti i maschi, compresi i bambini, le donne armene, fra cui la moglie e le figlie di Sempad, saranno deportate e trasferite ad Aleppo, destinate a un’inesorabile “soluzione finale”. Grazie all’avventuroso intervento di amici fedeli, per le figlie di Sempad si apre in extremis una via di fuga e il romanzo si conclude, in un salto temporale, con la voce della narratrice, la nipote Antonia, che intrecciando storia e poesia, ha saputo incidere la sua vicenda familiare nella memoria collettiva.



      Scritto da Wuz Team, giovedì 17 aprile 2014

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    • La La masseria delle allodole di Arslan Antonia


      Chi ha letto con passione "I quaranta giorni del Mussa Dagh", l’epopea di Franz Werfel sul genocidio degli armeni da parte dei turchi durante la prima guerra mondiale, ritroverà nel bellissimo romanzo di Antonia Arslan La masseria delle allodole un frammento della stessa vicenda, ricostruita da una discendente italiana sul filo delle memorie familiari. È la saga degli Arslanian, di due fratelli che con le loro scelte differenti hanno forgiato per i loro figli due destini tragicamente opposti, di vita e di morte. Il fratello maggiore, Yerwant, lascia l’Armenia da ragazzo, studia a Venezia e diventa medico di successo a Padova, dove sposa una nobildonna e ha due figli. Il fratello più legato alle tradizioni familiari, Sempad, rimane nel villaggio natale in Anatolia, facendo della sua farmacia una finestra sulle novità occidentali. La sua grande famiglia incarna i valori e la cultura del popolo armeno, come l’ospitalità festosa, l’intraprendenza mercantile, la religiosità tollerante. Dopo molti anni di lontananza, nel 1915 i due fratelli fanno una rimpatriata: Yerwant si accinge a tornare in Anatolia con due automobili, carico di doni e di nostalgia. Sempad arreda la “masseria delle allodole”, la villa in campagna, preparando un’accoglienza memorabile. Ma lo scoppio della guerra spezza ogni progetto e consegna l’intero popolo armeno allo sterminio: i turchi, alleati dei tedeschi, attuano il mostruoso piano di eliminazione delle minoranze etniche. Massacrati tutti i maschi, compresi i bambini, le donne armene, fra cui la moglie e le figlie di Sempad, saranno deportate e trasferite ad Aleppo, destinate a un’inesorabile “soluzione finale”. Grazie all’avventuroso intervento di amici fedeli, per le figlie di Sempad si apre in extremis una via di fuga e il romanzo si conclude, in un salto temporale, con la voce della narratrice, la nipote Antonia, che intrecciando storia e poesia, ha saputo incidere la sua vicenda familiare nella memoria collettiva.



      Scritto da Wuz Team, giovedì 17 aprile 2014

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