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Recensione

Confidenza copertina

Confidenza di Domenico Starnone

C’è una frase che mi viene in mente leggendo Confidenza, ma attendete un poco. A me è venuta in mente a lettura ultimata, prima ci sono altre cose di cui parlare. C’è un professore. Si chiama Pietro e non si è mai piaciuto. È un insegnante meticoloso, che prepara le lezioni e che corregge i compiti prima di andare a scuola. Pietro, dopotutto, potrebbe sembrare un uomo comune tra tanti.
Poi c’è una alunna. Teresa è estrosa, schietta, diretta e intelligente. Così intelligente che il suo sguardo acuto si rivela un binocolo preziosissimo per il lettore. È lei che sprofonderà nel cuore dei personaggi che si incontrano nel romanzo.
Lui il professore e lei una sua studentessa. Poi la scuola finisce e Teresa esige che Pietro diventi suo. Ma non ci vuole tanto perché lei si accorga che Pietro è una calamita. Una calamita pericolosa che risucchia stima e affetto. E quando lo capisce decide che è arrivato il momento di lasciarlo. Non prima di aver fatto un’ultima cosa.

«Facciamo che io ti racconto un mio segreto così orribile che nemmeno tra me e me ho mai provato a raccontarmelo, e tu però me ne devi confidare uno equivalente, qualcosa che se si sapesse ti distruggerebbe per sempre».

Come la trappola nella quale Pietro rimane invischiato, le parole di Starnone scavano pericolosamente dentro di noi, risvegliando mostri che dovrebbero rimanere assopiti. E mentre i nostri mostri si risvegliano, quelli di Pietro si chetano, nascosti dietro una spirale di perfezionismo che cresce sempre più.

«Con Nadia, pensai, chissà quanto tempo sarò costretto a perdere per nascondermi […] così il nostro rapporto, la famiglia che abbiamo creato; con Teresa non c’è da perder tempo, sappiamo di noi già molto più di quanto in genere è lecito sapere».

Pietro non è il solo che si nasconde. Lui lo fa nell’abbaglio della fortuna e della stima, il lettore lo fa dietro l’inchiostro delle pagine. Starnone sa esattamente quali parole usare per turbarci senza farci sentire chiamati in causa; più la fortuna di Pietro risplende, più il lettore avverte l’abbaglio di una luce fredda dietro la quale è lecito nascondersi.

Eppure, anche distanti, non se ne può fare a meno. Di girare un’altra pagina. Di sapere a che bassezza può arrivare un uomo che agli occhi degli altri è semplicemente perfetto.
Starnone si muove con destrezza negli angoli bui di Pietro, provando a dar loro una forma, studiandoli, esaminandoli, agghiacciando il lettore per la sua precisione. Chi non si rivede nel sentimento di inadeguatezza di Pietro? Chi non è scalfito da quel senso di vergogna che Pietro si trascina dietro a fatica? Chi non anela al successo?

Abbiamo parlato a sufficienza. Emerge ora, prepotente, la frase che ho pensato a fine lettura. «Un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi», ha detto Kafka. Ecco, credo che quest’immagine rispecchi perfettamente quest’ultimo, riuscitissimo, romanzo di Domenico Starnone.

Recensione di Federica Martina Iarrera

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