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Recensione

Cambiare l'acqua ai fiori copertina
  • Cambiare l'acqua ai fiori
  • E/O
  • 1900

Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin

La casa dove vive Violette è profumata. Sa di candele, tè, saponi, altre candele e altri romanzi. La casa di Violette si trova al limitare di un cimitero di cui Violette è guardiana. E no, questa storia non parla solo di morte, di donne che si strappano capelli sulla tomba e di una triste guardiana che passa la sua vita col capo chino sui fiori; è malinconico, sì, c’è da ammetterlo, ma tra le pagine si scorge una luce inaspettata. Si intravedono germogli che, crescendo tra le crepe di un terreno che si credeva arido, danno vita a un romanzo infinitamente toccante. Mai forzato. Mai ripetitivo. Con grande delicatezza Valérie Perrin, in questa pubblicazione per l’editore E/O, costruisce magistralmente un coro di voci tra cui risalta quella di Violette.

«Ho cominciato malissimo. Sono nata con un parto in anonimato nelle Ardenne. Il giorno in cui sono venuta al mondo non ho pianto, così mi hanno appoggiato in un angolo come un pacco da 2,670 kg senza francobollo. Nata morta. Bambina senza vita e senza cognome. L’ostetrica doveva trovarmi in fretta un nome da scrivere sul modulo, e ha scelto Violette».

Scaldata dal tepore di un termosifone, Violette riprende vita e cresce. Passa un’infanzia in silenzio, convinta che meno darà fastidio, più possibilità avrà di non essere lasciata dall’ennesima famiglia affidataria. Cresce con la consistenza di un fantasma invisibile, finché un giorno i suoi occhi non si posano su Philippe. Bello da togliere il fiato. Avido di avere su di sé gli sguardi truccati delle donne. Ma questa volta è diverso. Questa volta anche Philippe ricambia lo sguardo. Perché lui, Violette, la desidera.

«La mia ombra era sempre in quella di Philippe. Mi risucchiava, mi beveva, mi avviluppava, era di una sensualità pazzesca. Mi si squagliava in bocca come caramello, come zucchero filato. Ero perennemente in festa. Se ripenso a quel periodo mi vedo come al luna park».

Ma questa non è solo la storia del matrimonio infelice di Violette e Philippe. È la storia di Célia, la prima amica che Violette abbia mai avuto. È la storia di Luc e Françoise, la giovane zia dalla gonna troppo corta. È la storia di Sasha, guardiano e guaritore, il primo che riesce a far ridere una madre cui viene strappata la figlia. Ed è anche la storia di Julian, un poliziotto che da Marsiglia arriva alle porte del cimitero in cerca di risposte. Sarà che è un poliziotto, e un poliziotto deve portare dietro di sé una scia di misteri da risolvere, ma da quando compare nel romanzo, le pagine si popolano di domande. Le vite di tutti si intrecciano, si scontrano, si separano, facendo emergere urgenze fino ad allora sconosciute. Urgenze che il lettore beve, ubriacandosi, fino all’ultima pagina.

«Chiudo il diario di Irène col cuore pesante, come si chiude un romanzo di cui ci si è innamorati, un romanzo amico da cui ci si separa a fatica, che vogliamo tenere accanto a noi, a portata di mano. […] Quando tornerò a casa lo metterò tra i libri che tengo preziosamente sulle mensole di camera mia».

Con calma, dunque, gustatevi ogni parola che – calibrata, affilata, precisa – dipinge un quadro popolato di personaggi vividi e reali. Una cartolina di uno squisito borgo francese.

Recensione di Federica Martina Iarrera


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