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Recensione

È la mia storia copertina

È la mia storia di Janne Teller

È uno di quei sogni infami. Che capitano nelle notti insonni in cui non si riesce ad aprire gli occhi. Dove il sonno si impasta con la sveglia mattutina. Dove si corre piano, in una corsa goffa e inutile. Dove le solite parole ricadono nella testa di chi tenta di scacciarle.

«Sta a te decidere.
Una promessa non significa niente?»

Janne Teller ci porta in una stanza. Si tratta dello studio di uno stimato editore che, sul punto di dare il visto si stampi a un libro che avrà risonanza mondiale, viene colto da un dubbio.

È la mia storia non è solo il titolo del nuovo libro della pluripremiata scrittrice danese. È la vita reclamata da Petra Vinter che chiede di non dare in pasto a un pubblico di lettori ignoranti una storia intima, dolorosa, e anche pericolosa; la sua storia. Una preghiera che suona come un giudizio. L’editore non dovrebbe pubblicare questa storia. La responsabilità è sua. Ma forse non c’è più tempo per decidere. Petra Vinter se ne va, affondando i passi nella neve. L’editore rimane, logorato dalla responsabilità che lo attende. Dovrà pubblicare il libro?

«Possiamo sopravvivere a quello che ci fanno gli altri, non a quello che noi facciamo loro».

Petra Vinter non comparirà più. È un fantasma, un’assenza ingombrante che sgomita tra pensieri che vorrebbero assumere una forma regolare, che vorrebbero mettersi in fila ordinati, per capire ciò che è giusto e ciò che non lo è. È giusto leggere una storia rubata? È giusto sposare una donna e accarezzare la pelle morbida di un’altra? Petra Vinter è solo un pretesto. Le sue parole innescano un breve ma intenso romanzo filosofico, dove la questione dell’arte si intreccia con la responsabilità. E la responsabilità nella società si lega indissolubilmente con la responsabilità che ciascuno di noi ha nei confronti degli altri.

«Ha voglia di spegnere tutto e andarsene a casa. […] Che diavolo sta succedendo nel suo cervello?»

Anche noi avremmo voglia di spegnere tutto e andarcene. Ma un tarlo ci mangia da dentro. Janne Teller evoca delle sensazioni così familiari, così vicine a qualcosa che non si riesce a definire, da non avere il coraggio di staccarsi prima di dar loro un nome. E il nome è tutto ciò che ci serve per dare una definizione inequivocabile. Per capire fino in fondo. Un solo nome basterebbe, per definire questa fiumana di pensieri che investe noi e l’uomo. Pensieri che Janne Teller riesce a far diventare un po’ anche nostri.

«Si avvicina alla finestra. La neve cade ancora, non fitta ma silenziosa e interminabile».

Janne Teller evoca così un’immagine ossimorica, dipingendo una notte inquieta e pacifica; da un lato i pensieri e le colpe che eruttano, dall’altro, un paesaggio imbiancato, silenzioso, dove tutti i lamenti vengono inghiottiti dalla neve buia. Con linguaggio posato, tagliente e preciso, l’autrice ci accompagna in uno spazio di tormenta dal quale noi vorremmo evadere ma nel quale, forse, è necessario indugiare. Ci ridona uno spazio di silenzio dove antiche domande emergono, immobilizzando noi e la voce protagonista. E così rimaniamo. Fermi e inquieti su pagine eleganti e ripetitive, che come un orologio scandiscono il tempo che manca per conoscere la decisione lucida, ultima. Quel libro vedrà mai la neve che cade fuori dalla finestra?

Recensione di Federica Martina Iarrera

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