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Recensione

La La maledizione delle ombre copertina
  • La La maledizione delle ombre
  • Garzanti
  • 1900

La maledizione delle ombre di Jean-Christophe Grangé

«Le vittime non venivano stuprate –, ma non era questo il punto. Tutto ruotava intorno a un meccanismo di desiderio, colpa e vergogna. Le puniva per assopire i propri rimorsi. Quella pratica così crudele – le mutilazioni al volto, la morte autoindotta per soffocamento […]. Il dolore non serviva a riscattare loro, ma lui e la sua colpa».

Grangé è da anni uno degli autori di thriller più apprezzati d’Europa. Eccellente narratore, dotato di prolifica fantasia, sforna storie corpose, fitte di intrighi e di mistero, che scorrono senza ostacoli. I suoi romanzi sono sempre voluminosi, ma non è il caso di lasciarsi spaventare dal numero delle pagine – che superano quasi sempre le 500 – perché la lettura è sempre coinvolgente, intensa e veloce. Non spaventano nemmeno i temi trattati anche se bisogna essere preparati a intraprendere un viaggio nei lati oscuri dell’animo umano. Il lettore è trascinato in un mondo sommerso e misterioso fatto di sesso e perversioni estreme. La ricchezza di dettagli alle volte ci contorce lo stomaco ed è la loro realtà a renderle brutali e spaventose. Non viviamo in un mondo fatato e Grangé ce lo ricorda capitolo dopo capitolo senza raccontarci la fiaba della buonanotte.

«Non c’è nulla di più pulito del mio locale e del mio pubblico. La perversione fermenta in quelli che hanno le ganasce all’uccello. È la morale a creare il male, non il contrario».

Protagonista di questa nuova avventura è il detective Corso, poliziotto a capo di un team investigativo variegato e agguerrito. Il passato del protagonista è burrascoso, fatto di orfanotrofi, criminalità, violenza e droga. Se non fosse per il provvidenziale intervento di un pezzo grosso della polizia – che lo tira fuori dai guai – la sua vita sarebbe finita in galera o, peggio, stroncata da un’overdose. Grangé crea un personaggio tetro, ricco di perversioni, sensi di colpa e paure. La rabbia che cova sepolta nel suo ego è palpabile e i timori di ricadere nel vortice della dipendenza non vengono tralasciati: «Per un ex tossico dipendente, gli anni di astinenza sono come un muro costruito con pazienza che però rimane friabile. Basta guardarlo da distanza ravvicinata perché si riduca in polvere». È lo stesso Corso a darci un dipinto impietoso di sé stesso autodefinendosi: «Ladro, tossico, asociale […]». Dopo il suo recupero si occupa anima e corpo al lavoro, convinto che l’unica forma di redenzione stia nel far rispettare la legge a qualsiasi costo. Ma la sua capacità di empatizzare con i criminali, unita alla ricerca ossessiva di violenza e azione ne fanno un eroe oscuro macchiato dal peccato.

«Le cantine erano state la sua giovinezza. La droga, gli stupri, l’omicidio».

Il romanzo scorre veloce grazie agli infiniti colpi di scena di cui l’intrecciata trama è gremita. La struttura ricorda una puntata della famosa serie tv Law&Order, dove ogni indagine è seguita dal dettagliato processo ai colpevoli o presunti tali. Ma in La maledizione delle ombre l’intreccio è molto più complesso e non basterebbero cinquanta minuti per esaurire l’intrigo. È Grangé a darci una perfetta definizione della sua storia tra le righe del romanzo: «C’erano tutti gli ingredienti di un fatto di cronaca ben confezionato: sesso, sangue, mistero…», e ancora: «Sembra di stare in uno di quei film hollywoodiani in cui il protagonista, pistola in pugno, si fa giustizia da solo».

Recensione di Alberto Clementi


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