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La La mafia mi rende nervoso copertina

La mafia mi rende nervoso - Isidoro Meli

Mi chiamo Vittorio Mazzola, e da quando sono nato la mafia ha riempito la mia testa e i miei pensieri, la mia postura, il mio approccio con gli altri, la mia sessualità – temo –, le mie pagine, soprattutto le mie palle. E adesso io non vedo l’ora di svuotargliele addosso e sentirmi finalmente più leggera la minchia.

Leggi anche l'intervista a Isidoro Meli

La possiamo chiamare “montagna di merda”, la possiamo chiamare stragismo, familiarità, rispetto, linguaggio, omertà, favoritismo, governo, corpo di Cristo. Oppure possiamo non chiamarla affatto.
Tommaso Traina, in effetti, non la chiama. È muto, Tommaso, da quando ha ritrovato il cadavere di suo padre, trasfigurato in volto, nel cortile di casa sua.

Tommaso non parla, e questa è un’ottima referenza per l’azienda per cui lavora: la più importante multinazionale del mondo che, nel rispetto delle norme sindacali, ha ceduto all'orfano il diritto di portare avanti le stesse mansioni del padre. E Tommaso è veramente fiero di questo suo passaggio di ruoli perché prima di lui, suo padre, si era battuto per ottenere tutele all’interno dell’azienda, raccogliendole in uno statuto: In difesa del proletariato mafioso.

E allora questa è la storia di Tommaso e di come sia iniziato il suo primo impiego all’interno della mafia. Tommaso, considerato da tutti analfabeta e tonto, che corre da un negozio all’altro e porta pizzini, da un prete all’altro, e porta pizzini, Tommaso che osserva, in silenzio, i pizzini, e che porta avanti la sua indagine infiltrata, dall’interno dell’azienda stessa: cercare di capire chi ha ucciso suo padre.
E poi c’è Ciccio Traina, il fratello sovrappeso, adolescente e “gonfio” di canne, spacciatore in erba col vizio delle scommesse… e dei tornei di PES. Riflesso impacciato e goffo di chi all’interno dell’azienda è visto con disprezzo, senza la stoffa dell’arrivista o del leader, ma con il solo intento di sbeffeggiare gli altri, possibilmente di taglia piccola e di età inferiore, per il proprio “potere da quartiere”: soldi facili e scurrilità facili. Per il resto canne, tette, e pollice allenato sulla Playstation possono bastare a riempire l’ego di questo dipendente di basse vedute.

 Izis Bidermanas Carnaval de Nice 1956
Izis Bidermanas (1956)

E mentre Tommaso lavora, indaga e cerca di fregare l’azienda, Ciccio si mette in un guaio più grande di lui: un giro di scommesse. Nel frattempo, un poliziotto fallito, sagoma calzante del suo stesso status di sbirro sudato di mezza età – “singletudine”, gastrite a vagonate innaffiata da altrettanti caffè, con l'obiettivo di arrivare alla pensione avendo risolto il caso di una vita - li osserva da lontano per poi capitare nel luogo giusto al momento giusto…

Una trama in odore di fiction, ma servita in un’esilarante salsa linguistica, dove dialetto, slang siculo e un'abbondanza di volgarità colorano – in una cornice quasi fumettistica – questi personaggi che sfiorano la realtà, a suon di siringhe, sniffate e sangue copioso.
In uno sfondo quasi hard boiled dal sapore di pane c'a meusa, sbuca Vittorio Mazzola, la voce fuori campo e onnipresente che ci ricorda continuamente quanto la mafia abbia infastidito la sua intera vita, l’abbia marcato, l’abbia reso anarchico e lassista, omofobo e ateo, cinico e barbaro: 

Mi chiamo Vittorio Mazzola, e da quando sono nato la mafia ha riempito la mia testa e alterato i miei pensieri, le mie posture, il mio approccio con gli altri – siciliani e non –, naturalmente le mie pagine, e – temo – anche la mia sessualità. Tutte cose.

Sì, la mafia è tutte cose. E per questo la mafia è anche approssimazione. Fiction. Sangue e spari. Ma è anche ridicola e incapace di stare in piedi. Ora, oggi. Davanti agli eventi che accadono a Tommaso, davanti alla costruzione di questo romanzo-parodia di un potere tramontato, di paranoie e difetti, di una leggenda che vive della sua stessa ombra. Di mutazioni repentine che, come nella migliore azienda che si rispetti, possono essere improvvise e inaspettate, così che i conti, poi, non tornino affatto… crisi, cassa integrazione, fallimento.
La natura grottesca dell’opera di Meli fa sorridere nella sua decostruzione di una mitologia che puzza di anni Cinquanta.

 Ferdinando Scianna SPAIN Andalusia Sevilla 1991
Ferdinando Scianna (1991)

Non un intento di denuncia, né uno schizzo della realtà. Non parlare di mafia, ma raccontare la sua stessa ridicolezza, il suo stesso sgretolarsi da dentro, da fuori, da sempre.
Scendere a un registro più basso per toccarne le carni non è scadere nella superficialità; è piuttosto un dissacrare e riportare al suo mero stato di pochezza tutto quello schifo che è stato idolatrato. Perché affrontarlo realmente, da dentro, da sotto, significherebbe scendere nella melma delle capacità umane, dove ne verrebbe fuori una tale sozzura da sporcare un'intera nazione. Un’intera responsabilità. Un intero modo di pensare, di ragionare, di lavorare, di mettersi in fila al supermercato.

Ma questo ormai non conta più, perché sotto questo fenomeno in decadenza, dai colori e dai toni vintage, se ne sono ramificati ben altri, meglio strutturati, più abili e silenziosi. Nell’attesa è diventato impossibile parlare di mafia. Perché la mafia non esiste. Ti si appicca addosso e resta lì, immobile, e nel frattempo Vittorio Mazzola si chiede come potrebbe essere la vita, anche solo per un attimo, senza questa perenne angoscia. Vivere per un attimo liberi da questo male perché «dev’essere bello anche solo per poche ore sentirsi liberi dal male, e sfogare tutte le frustrazioni accumulate nel corso dell’agonia contro i resti di quello che è stato e non sarà più.»

Recensione di Jessica Chia

Isidoro Meli - La mafia mi rende nervoso
208 pag., 17,50 € -  Frassinelli
ISBN 9788888320984  


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