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Recensione

Il Il bazar dei brutti sogni copertina
  • King Stephen
  • Il Il bazar dei brutti sogni
  • Sperling & Kupfer
  • 2019

Il bazar dei brutti sogni - Stephen King

Ho preparato un po’ di cose per te, Fedele Lettore; ce le hai davanti agli occhi sotto il bagliore lunare. Però, prima di curiosare tra i piccoli tesori fatti a mano che offro in vendita, parliamone un attimo, d’accordo? Non ci vorrà molto. Forza, siediti accanto a me. Avvicinati. Tanto non mordo. Però… ci conosciamo da secoli e forse sai che non è proprio vero. O mi sbaglio?

Il Re è tornato ed è in forma smagliante, come si intuisce prontamente dalla superba introduzione, in cui gigioneggia a livelli stratosferici, fingendosi un affettato piazzista pronto ad affabulare il lettore dietro alla sua bancherella di stramberie che paiono uscite dagli scaffali di un Walmart post-apocalittico, pieno di chincaglierie pop radioattive, dei residui dell’immaginario americano anni Ottanta centrifugati con le ansie dei nostri giorni, materiale perfetto per una riedizione 2.0 di Ai confini della realtà. Un bazar vintage che, nomen omen, per assonanza evoca in modo lampante il “bizzarro”, la materia prima su cui King ha fondato una prolifica carriera che non avrebbe bisogno di ulteriori elogi a glorificarne l’assoluta centralità nel panorama della narrativa americana degli ultimi quaranta anni.

Eppure King pare animato dalla necessità di spiegare al pubblico le ragioni della propria poetica, come se non fosse quel gigante di cui il seguace lettore conosce ogni singolo dettaglio, un’inquietudine forse dettata dall’ingresso nella terza età e dall’approssimarsi della morte, quella fedele amica con cui ha flirtato maliziosamente nel corso della sua carriera. Infatti a introdurre ogni racconto, troviamo una nota autobiografica, a opera di King stesso, in cui vengono commentate le origini e le motivazioni dietro al testo, un’occasione per descrivere il proprio modus operandi ma anche per sciorinare succosi suggerimenti agli aspiranti scrittori. Questi piccoli proemi, dei piccoli capolavori di meta-finzione, risultano ancora più godibili dei racconti stessi, poiché si profilano come una specie di testamento a puntate, di cui il lettore più fedele sarà grato, in quanto incorniciano e completano magistralmente una bibliografia insuperabile.
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King e la morte, un’altra volta ancora, un rapporto stavolta non consumato attraverso l’abituale estetica del brivido, grande assente in questa raccolta; infatti siamo in territori che lambiscono solo parzialmente l’horror, più vicini quindi al fantastico e al sovrannaturale, dove la narrazione non è finalizzata allo spavento, ma alla costruzione di sinistri paesaggi onirici abitati da personaggi fortemente umani, alle prese con dilemmi morali, colpe insanabili e la domanda per antonomasia: esiste vita dopo la morte? Una tensione esistenziale verso l’aldilà palpabile in ogni suo racconto, venti in totale, raccolti in un’antologia che presenta testi già famigliari al proprio pubblico, altri mai pubblicati in Italia, alcuni inediti assoluti e persino una curiosa incursione nella poesia, una sommessa elegia dedicata agli anni Sessanta, l’età dell’innocenza per l’autore.

King, a dispetto di una bibliografia immensa, non riesce a perdere il proprio tocco, quel fantastico melange in grado di frullare svariati generi, uno stile inimitabile attraverso cui è stato capace di raccontare le paure del subconscio, ma anche quelle mondane, di diverse generazioni di lettori, trascinati fino a tarda notte a divorare compulsivamente da decenni i suoi testi. Con questa raccolta conferma una forma ritrovata, decidendo di dialogare con il proprio pubblico per condividere apertamente le proprie ansie senili in un’opera matura, sorprendentemente densa di rimandi autobiografici, di cui ci ricorderemo per molti anni.

Recensione di Matteo Rucco

Stephen King - Il bazar dei brutti sogni
490 pag., 19, 90 € - Sperling & Kupfer
ISBN 9788820060084  


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