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Recensione

Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare dalle religioni antiche copertina
  • Bettini Maurizio
  • Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare dalle religioni antiche
  • Il Mulino
  • 2016

Elogio al politeismo. Quello che possiamo imparare dalle religioni antiche di Maurizio Bettini

Politeismo: termine che oggi − particolarmente in Italia – suona inattuale, obsoleto, aut. Da innumerevoli secoli, infatti, nell’Occidente più o meno cristiano chi fa più riferimento agli dei? Questa forma di credenza sembra quindi debba appartenere solo al passato remoto o a un mondo (quello induista) lontano anni luce dalla nostra mentalità sedicente moderna. Ma perché gran parte della filosofia, della letteratura e dell’arte classica – greca e romana – viene da tutti ritenuta ancora in grado di stimolarci culturalmente, mentre invece l’antica religione politestica non desta il minimo interesse, né si ritiene ai nostri giorni possa avere alcun significato, alcuna validità spirituale?
A questo interrogativo e ai motivi che portarono da noi al completo rigetto nei confronti della fede in una pluralità di figure religiose cerca di rispondere l’antropologo Maurizio Bettini nel suo saggio Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche, recentemente edito da il Mulino.

Una prima considerazione dell’autore fa riferimento al fatto che: «Fino dai suoi inizi il cristianesimo si è progressivamente costruito contro le religioni classiche, relegandole nel territorio della falsità e dell’errore». Ma non sono stati solo i seguaci di Gesù a farlo. Tutti e tre i grandi monoteismi (ebraismo, cristianesimo e islam) hanno stigmatizzato come vera e propria aberrazione il credere vi siano più divinità, ritenendo non possa esserci che un solo Dio. A partire dalla Bibbia, in effetti, (nel libro dell’Esodo) troviamo un’indicazione, anzi un comando, che la dice lunga sull’intolleranza monoteistica: «Tu non devi prostrarti ad altro dio, perché il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso», il quale appunto non accetta la presenza/concorrenza di altri dei. Eppure, ci ricorda Bettini, il politeismo è stato per lunghissimo tempo la forma religiosa adottata da numerosissime popolazioni e culture dell’antichità: dagli Assiro-babilonesi agli Egizi, dai Greci agli Etruschi e ai Romani.

politeismoConcilio degli dèi - Loggia di Psiche, Raffaello (Villa Farnesina, Roma).Tornando alla prima forma di monoteismo, quello ebraico, è difficile contestare l’interpretazione di Jan Assmann, secondo il quale esso ha la caratteristica di presentarsi sin dagli albori come una sorta di contro-religione intollerante, che tramite il divieto di adorare altre divinità, in pratica finisce per delegittimarle e svilirle. Inoltre l’aver concepito la relazione privilegiata con YHWH come dio esclusivo/oppositivo, nota ancora Bettini, ha innescato una serie di funeste conseguenze. Avendo favorito una tale opzione che si sviluppasse nel tempo: «la violenza a carattere religioso» nonché «l’ostilità nei confronti di coloro che si rifiutano di onorare il “vero” e “unico” dio». E, com’è indubbiamente condivisibile, da qui alle crociate, alle guerre di religioni, ai pogrom, ai roghi degli eretici e all’inquisizione il passo purtroppo è breve.
Dunque all’interno dei sistemi monoteistici non si può (o meglio non si poté sino a qualche tempo fa) operare alcuna corrispondenza fra il proprio dio e quello/i altrui; mentre nei politeismi – specie quello greco e romano − non solo si tollerava anche in patria il culto delle divinità straniere, ma esse venivano per così dire tradotte, importate e adottate. In questo modo gli autori latini finirono col chiamare Zéus col nome di Iuppiter (Giove), Poséidon con quello di Nep-tunus (Nettuno), Ártemis con quello di Diana, e via di seguito. Per cui: «Potremmo dire che nel mondo antico esisteva una sorta di mercato comune delle divinità, un interscambio del divino». Cosa impensabile per gli aderenti al monoteismo, solo di recente e non sempre fattivamente interessati a un autentico dialogo tra diverse professioni di fede (vedi il fanatismo dei movimenti integralistici islamici e la chiusura dogmatica di talune sette cristiane).

Concludendo, va dato atto a Bettini che la mera molteplicità delle figure religiose non rappresenta certo l’essenza dei politeismi, la cui virtù precipua sta semmai nel saper promuovere «la capacità di pensare in modo plurale», senza la pretesa di dare indicazioni/prescrizioni esaustive (che poi finiscono con l’essere limitative) in un ambito da sempre variegato come quello del sacro e del mistero col quale ogni fede, ogni forma religiosa tenta, a suo modo, di misurarsi.

Recensione di Francesco Roat

Maurizio Bettini - Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare dalle religioni antiche
155 pag., 12,00 € - Il Mulino 2014 (Intersezioni)
ISBN 9788815250971


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