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Recensione

Nel ventre della bestia copertina

Nel ventre della bestia - Jack Henry Abbott


Diventi silenzioso, contemplativo, perché ti stai voltando tutto verso dentro. 
La tua percezione sensoriale, avendo precipitato tutto, incluso te stesso, dentro i limiti del buco, attraversa la monotonia e riappare dall'altra parte, l'infinito, per perseguitarti con la realtà. Chi sta fuori dall'isolamento, in quel momento, potrebbe definirlo un sogno - ma dentro di te il buco è reale, non un sogno.


La durezza del becco di un rapace ci sfida ad entrare fra le pagine di “Nel ventre della bestia”, un becco affilato e due occhi ai lati di quell’asse corneo e penetrante.
Subito ci viene in mente William Blake, con la sua tigre la cui “paurosa simmetria” nessuna mano sarà mai in grado di cogliere. Ma prima di imbarcarci in questo viaggio, è bene lasciare a casa ogni bagaglio superfluo, ed essere consapevoli di quel che ci aspetta.
Quella raccontata da Jack Abbott è la storia di una vita spesa nelle prigioni americane. Una cattività senza fine, come una linea che parte dai primi arresti per reati minori, e arriva fino alla sentenza di “fine pena mai” per rapina e omicidio, com’è la pena cui Abbott fu condannato e che conobbe solamente un’interruzione momentanea, in circostanze straordinarie.

Fu lo scrittore Norman Mailer, agli inizi degli anni ottanta, ad appassionarsi al suo caso, a spendersi in prima persona e a garantire perché gli fosse concessa una seconda possibilità.
Nel 1977, avendo appreso che Mailer stava lavorando a "The Executioner's Song" un libro basato sulla vicenda della condanna a morte di Gary Gilmore - a cui toccò la prima esecuzione dopo la reintroduzione della pena di morte nel 1976 - Abbott gli scrisse offrendogli il suo aiuto per spiegargli come la prigionia cambia le persone.
Nelle sue lettere raccontava della sua condizione di carcerato e, con voce inconfondibilmente potente, apriva squarci di un crudo, efficace realismo sulle relazioni fra carcerati e secondini, sulle ore infinite dentro spazi angusti, sulle vessazioni, le privazioni e le umiliazioni alle quali quel gigantesco, sommerso popolo che è il popolo delle carceri ogni giorno deve sottostare.

Il risultato di quello scambio epistolare confluì dentro un volume, “In the belly of the beast”; un libro durissimo e unico, per la possibilità che offriva di guardare da vicino cosa accade dietro le sbarre, senza infingimenti retorici né costruzioni romanzesche.
Dopo che il caso fu portato dallo scrittore all’attenzione dei media, la società liberal newyorkese prese posizione, e si fece garante assieme a Mailer per il reinserimento di Abbott nel mondo libero.
Anticipi sostanziosi furono versati dagli editori, e dopo essersi lasciato alle spalle il cancello del penitenziario, l’uomo trovò fra cardi e decumani di Manhattan la più insperata delle ore d’aria.
Ma era troppo tardi: le sbarre si erano conficcate dentro di lui, e un banale alterco con un cameriere lo spinse a commettere nuovamente un delitto.
Un uomo fu ucciso, quella notte, e per Abbott le porte del carcere si riaprirono, stavolta per sempre.
Mailer fu accusato di aver strumentalizzato il caso, e piovvero critiche durissime, dalle quali l’autore di “Il nudo e il morto” stentò a riprendersi.

Abbott viene portato in carcere


Perduto nel tempo, il libro di Abbott torna oggi a noi in una nuova traduzione dopo una lunghissima assenza dalle librerie e – lo diciamo senza troppi giri di parole – è un libro che non dovremmo lasciarci sfuggire.
“Nel ventre della bestia” è un dispaccio dal nero cuore degli uomini.
Un oblò con vista sulle viscere di un sistema che riassume come nessun altro ciò che l’uomo è in grado di fare di malvagio a ai suoi simili.

Jack Abbott è tutto qui: abituato com’era a comprimersi e schiacciarsi fra le latrine della cella di isolamento, avvezzo a farsi piccolo come un granello fra le sabbie di una clessidra senza fondo, le pagine di un libro si rivelarono per lui una misura familiare, e persino larga.
Dietro questo libro c’è un autore capace di trasmettere l’essenza profonda della sua vita di carcerato al lettore disposto a prendersi sulle spalle la responsabilità di ciò che imparerà leggendo.
È una scrittura icastica, potentissima ed incisiva, quella di Abbott.
Una scrittura che a tratti sembra avere la profondità graffiata di un’incisione sulla parete. Ogni cinque pagine, si tira una riga, e il conto ricomincia da capo. A che serve aver capito tutto dell’uomo, se quell’uomo siamo noi e non possiamo cambiarci?

Abbott ha letto libri, durante le ore e i giorni infiniti della cattività, e da quelle letture ha succhiato linfa; su quello che ha letto si è formato un’immagine del mondo di fuori, che troppo poco ha avuto occasione di frequentare e conoscere.
Soprattutto, ha cercato nei libri un riscontro all’idea che si è fatto degli uomini.
Non diversamente da Montaigne – chissà se gli “essais” furono tra le sue letture? - l’oggetto privilegiato della sua osservazione era egli stesso, e nemmeno per un istante Abbott si è preteso diverso da quel che sentiva intimamente di essere.

Un mea culpa alla maniera di Norman Mailer


Sapeva che, a dispetto di privazioni, umiliazioni e violenze fatte o subite, ciò che ci rende umani è l’onestà con cui guardiamo a quel che siamo.
Eppure, mentre leggiamo degli assassinii brutali, delle violenze reiterate e inevitabili, delle regole immutabili di un codice antico e barbaro com’è quello che vige fra i carcerati; mentre leggiamo tutto questo avviene l’impensabile: la prospettiva si ribalta, e d’un tratto siamo passati dall’altra parte delle mura. Ora ci guardiamo da fuori, e ci vediamo rinchiusi.

E lo sguardo che quest’uomo – disperatissimo, solo e senza amore - ha posato su di sé, affilandolo minuto dopo minuto, ora dopo ora, anno dopo anno, somiglia molto a quello dell’uccello raffigurato sulla copertina di “Nel ventre della bestia”. Non chiede compassione, ma pone una domanda terribile, che continua a risuonare a lungo dopo che si è posato il libro.

Jack Henry AbbottNel ventre della bestia
Tit.or. In the belly of the beast, trad. Di Lanfranco Caminiti
192 pag., 15 euro – DeriveApprodi
ISBN 9788865480922


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