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Recensione

Non temere e non sperare copertina

Non temere e non sperare di Yehoshua Kenaz


“Tu non credi in niente. Saresti perfino pronto a lasciare il paese. Non te ne frega niente, giusto?”
“Ascolta bene,” disse Micki “se l’intera nazione diventasse un esercito e tutto il paese un fronte, come vuole gente come te, allora non m’interessa vivere qui. Non voglio vivere in questo modo. Posso vivere anche da qualche altra parte, e per me non sarebbe la fine del mondo”.


Inizia con una scena di cui non sappiamo capacitarci, il ‘grande’ (in tutti i sensi) romanzo “Non temere e non sperare” dello scrittore israeliano Yehoshua Kenaz. “All’ultimo momento la mia vita prese a scorrere davanti ai miei occhi”: che cosa sta succedendo? È in punto di morte, la persona che parla? È gravemente ferito? Qualcuno lo scuote, gli urla contro e, a poco a poco, capiamo di che si tratta: è un’esercitazione, le giovanissime reclute dell’esercito israeliano provano, l’uno sull’altro, la tecnica per mettere fuori combattimento, in silenzio e di sorpresa, una sentinella araba.


Il narratore, alter ego dello stesso scrittore, si è dato il nome di Melabbes, come il villaggio arabo su cui sorge Petakh Tikvah, dove è nato e cresciuto Yehoshua Kenaz. E tuttavia, per ampliare il quadro, per non avere un solo punto di vista, la sua voce si alterna a quella in terza persona di un secondo narratore onnisciente: dall’uno e dall’altro ascoltiamo una sorta di cronaca del periodo di addestramento di un gruppo di ragazzi tra i diciotto e i vent’anni che sono stati inseriti nella Base 4 perché non perfettamente idonei al servizio militare. Ognuno di loro ha un qualche handicap, non saranno mai mandati al fronte, finiranno in un ufficio o in un magazzino - quelli che arriveranno al termine, perché non tutti ce la faranno.


Sono gli anni ‘50 in Israele, gli anni in cui viene costruito lo stato, sono anni come di prova - prova ad essere israeliani prima ancora di essere ebrei, prova a sopravvivere accerchiati dagli arabi, ad accettare la convivenza con i fratelli della diaspora, a sperimentare una forma di piccola società autonoma nei kibbutzim, ad unificare gli ebrei provenienti da ogni dove tramite una lingua che i più conoscevano solo nei testi biblici. Il microcosmo del romanzo di Kenaz è perfetto per un affresco del paese: c’è una traccia di tristissima ironia nello scegliere come protagonisti dei giovani che - come dice uno di loro - nell’antica Sparta sarebbero stati abbandonati a morire su una roccia, che - come nessuno di loro dice - sarebbero potuti rientrare nel ‘programma T4’ nazista. Non può esserci una gloriosa esaltazione di Israele con questi personaggi, eppure il messaggio è che in questa terra dei padri c’è posto per tutti. Per tutti, per l’epilettico Miller e per Rachamin sospettato di essere omosessuale, per il musicista Yossi che pare uscito dalla vecchia Germania e per il marocchino Avner, per l’idealista Alon e per il calciatore Micki a cui hanno scoperto un soffio al cuore. È una convivenza difficile, quella delle reclute, così come è arduo il vivere insieme in Israele per chi si è lasciato tutto alle spalle e chi, invece, è nato e cresciuto in questa terra e non riesce neppure ad immaginare da che cosa gli altri siano fuggiti, o quanto sia stata tormentata la loro scelta di incominciare una nuova vita in un paese che faticano a sentire come loro. Si impara ad obbedire, si riflette sull’abuso del potere, ci si copre l’un l’altro per delle mancanze, ci si aiuta a vincere la paura, ci si prende in giro (e non sempre di buon animo), ci si lancia frecciate crudeli - perché uno parla un ebraico accentato, perché uno puzza e un altro è sporco, perché uno ha una tresca con una donna sposata e uno non riesce a non digiunare a Yom Kippur -, si parla d’amore, come fanno tutti i ragazzi - Alon continua ad amare la ragazza del kibbutz che era la sua amica del cuore da bambino, Avner fa tempo a cambiare tre donne, Micki trova il coraggio di confessare di essere vergine -, ma si parla anche di grandi ideali, del sogno di una nazione in cui nessuno sarà discriminato.



È Alon la voce più bella del romanzo, il ragazzo che ha il coraggio di parlare di amore di patria, che ha una visione positiva del mondo. Guardando uno stormo di uccelli in volo, Melabbes pensa che sia spaventoso, che sembra stiano fuggendo da una catastrofe, Alon, invece, pensa che sia un’immagine di coordinamento straordinario, di un’istintiva forza vitale che li porta in altri paesi. Alon pensa che “chiunque viva solo per l’attimo conduce una vita miseranda. Chiunque non sappia come dare, dare il massimo, non conosce il vero valore della vita.” Potranno restare a lungo tra di noi, gli Alon di questo mondo?
Yehoshua Kenaz è riuscito in un’impresa non facile: scrivere un romanzo che è nello stesso tempo il Bildungsroman di un manipolo di ragazzi e di un intero paese.

Di Marilia Piccone 


Yehoshua Kenaz - Non temere e non sperare
Titolo originale: Hitganvut yehidim
Traduzione di Shulim Vogelmann e Rosanella Volponi
pagg. 765, Euro 19,00 - Edizioni Giuntina 2014 
ISBN 9788880575139 


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