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Recensione

Expo 58 copertina

Expo 58 di Jonathan Coe


Qui, nei prossimi sei mesi, sarebbero state riunite tutte le nazioni i cui complessi rapporti, i cui conflitti e alleanze, le cui dense, intricate storie avevano forgiato e avrebbero continuato a forgiare il destino dell’umanità. E al centro di tutto ciò, c’era questa fulgida pazzia: un gigantesco reticolo di sfere, interconnesse, imperiture, ciascuna emblematica di quella minuscola unità che l’uomo aveva imparato a dividere solo recentemente, con conseguenze a un tempo allarmanti e meravigliose: l’atomo. La sola vista gli faceva battere forte il cuore.

Intervista a Jonathan Coe su questo romanzo: il fatto di scrivere o anche di leggere è un atto politico in sé


Non possiamo sottrarci alla gigantesca struttura dell’Atomium che incombe sul paesaggio del nuovo romanzo di Jonathan Coe, Expo 58.
Perché è lì, alto 102 metri, con le sue nove sfere scintillanti, ognuna di diciotto metri di diametro, a rappresentare la più meravigliosa e nello stesso tempo più terrificante recente scoperta umana, scelto per essere il simbolo dell’Esposizione Universale e Internazionale di Bruxelles del 1958.
Un’opera stupefacente e intimidente disegnata dall’ingegnere André Waterkeyn e nello stesso tempo un monito a non dimenticare quale uso distruttivo ne è stato fatto.
La guerra è finita da tredici anni - si può ricominciare a vivere, ad avere fiducia negli altri, a credere che non ci sarà mai più una Hiroshima, a sperare nell’amicizia dei popoli?


L’intento utopistico e ottimistico dell’Expo 58 è proprio quello: riavvicinare i paesi, conoscere e far conoscere culture diverse, superare pregiudizi e rancori, controbattere la Guerra Fredda. Eppure…

Thomas Foley è un uomo qualunque, lavora come copywriter al Central Office of Information di Londra.
Trentadue anni, sposato con Sylvia, una bimba piccola, Gill (osserviamo, per inciso, che Jonathan Coe riprende, da una diversa prospettiva, i personaggi di un precedente romanzo, La pioggia prima che cada).
Con l’alquanto labile pretesto che sua madre è belga, emigrata da bambina in Gran Bretagna, e che suo padre aveva gestito una taverna, Thomas viene scelto come ‘sorvegliante’ del pub Britannia che verrà eretto sul luogo dell’Expo per creare un’atmosfera prettamente inglese con una copia di quello che è una sorta di istituzione nazionale. E così Thomas si trasferisce per sei mesi in Belgio.

Thomas è un ingenuo, Thomas è un Candide, Thomas ci ricorda Pyle, il personaggio di Un americano tranquillo di Graham Greene (pubblicato nel 1958), Thomas non è affatto consapevole della partita che si sta giocando a Bruxelles, è un giocatore suo malgrado che non conosce le regole.
Sembra un ragazzino che si sia allontanato da casa per la prima volta, ebbro di libertà. Si innamora di una bella hostess belga, si lascia riempire il bicchiere di vodka un’infinità di volte da un gioviale russo, che sembra così innocuo e invece è un membro del KGB, per poi risvegliarsi interamente vestito su un letto d’albergo, accetta il compito di corteggiare un’americana per distogliere le attenzioni di questa dal russo. E intanto scompare dal padiglione inglese un prototipo di apparecchio che aveva suscitato un’eccessiva curiosità da parte del russo…



Grandi speranze e grandi delusioni in questa Expo 58, il primo evento di questo tipo dopo la fine della guerra.
C’è qualcosa di falso e di artefatto in tutto e da parte di tutti. Nel pub Britannia e nel Gaio Belgio, nel padiglione americano dove una donna passa l’aspirapolvere tutto il giorno per gli occhi stupiti dei russi e nel fac-simile della birreria bavarese, ma anche nella bella americana che dice di essere un’attrice e che, in effetti, recita alla perfezione la sua parte fino ad un culmine degno della migliore spy story (Thomas sta leggendo Dalla Russia con amore, romanzo di Ian Fleming del 1957), nel russo che finge di essere un giornalista, nella coppia di uomini con impermeabile e cappello floscio che sbucano dal nulla accanto a Thomas nei momenti più impensati e che parlano proseguendo l’uno la frase dell’altro, come due macchiette del cinema.

Il romanzo termina nel 2009, con una carrellata di date ed avvenimenti, ragguagliandoci su che cosa ne è stato delle persone e delle strutture dell’Expo 58.
C’è una sorpresa finale per l’ormai anziano Thomas che non è più sicuro di nulla - “Era reale, o immaginata, o ricordata?”.
E, dopo aver letto libro così ricco di richiami nascosti, alla letteratura, ma anche al cinema e alla musica, pensiamo al verso di Keats:
Era una visione, o un sogno da sveglio?
Svanita è quella musica: sono sveglio o dormo?

Jonathan Coe è ritornato allo stile che più lo caratterizza, ad una vena ironica che è meno selvaggia, meno caustica che nell’indimenticabile La famiglia Winshaw, ma sempre straordinariamente efficace, appuntita e graffiante, immensamente divertente con il suo umorismo sottile, un sottotono che è- lasciatemelo dire- britannico tanto quanto l’emblematico pub Britannia.

di Marilia Piccone


Jonathan Coe - Expo 58
Titolo originale: Expo 58
Traduzione di Delfina Vezzoli
278 pag., 17,00 € - Edizioni Feltrinelli 2013 (I narratori)
ISBN 978-88-07-03055-0

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