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Recensione

La La casa dei desideri copertina
Celia Rees

La casa dei desideri


“Lei gli prese la mano, portandolo via dalla festa. Lui non protestò, né chiese di saperne di più. Il cuore gli batteva forte mentre la seguiva tra le dune. Il ritmo della risacca sul bagnasciuga andava a tempo con il suo cuore, con le parole nella sua testa.”

Quindici anni: l’età giusta per un primo amore sconvolgente, trasgressivo, che rivela mondi insospettati. Siamo a metà degli anni ’70: in campeggio con i genitori su una spiaggia del Galles, Richard conosce Clio, figlia di un pittore che vive in una villa misteriosa, con una famiglia aperta e amici anticonvenzionali. La scoperta del sesso, della libertà, dell’arte, mettono in crisi lo stile di vita borghese cui il ragazzo è abituato, ma finita l’estate e finito, tra delusione e nostalgia, il rapporto con Clio, il suo percorso esistenziale rientra nei ranghi finché, dieci anni dopo, l’invito a una mostra postuma del padre di Clio, che aveva immortalato tutti i momenti magici di quell’estate, lo rituffa  nell’atmosfera suggestiva e morbosa che credeva di aver dimenticato.
L’autrice, l’inglese Cecilia Rees, è molto nota anche da noi per Il viaggio della strega bambina, Se fossi una strega e Pirate, romanzi rivolti soprattutto ai teen agers di cui la Rees, insegnante per molti anni, conosce bene i gusti e gli interessi. Si è sempre adeguata, ma in modo molto personale, alle tendenze più in voga, iniziando dal giallo, passando poi per l’horror e il fantasy: riconoscendosi impossibilitata, per  il gap generazionale, a descrivere in modo credibile la realtà contemporanea dei “giovani adulti”, ha preferito, in La casa dei desideri, ambientare i suoi personaggi negli anni ’70 e ’80, recuperandone il linguaggio per raccontare esperienze universali e senza tempo come la scoperta del sesso e dell’amore e gli esplosivi conflitti delle emozioni giovanili.

Le prime pagine

L'ESTATE DI WISH HOUSE

Quando ci pensava, Richard lo vedeva così, a grandi caratteri cubitali; il titolo di un periodo molto speciale. L'estate di Wish House, la Casa dei Desideri. La fine dell'infanzia. Aveva quindici anni allora, un'età sufficiente per cominciare a essere adulti, ma forse la transizione da una fase della vita all'altra non era segnata dal passaggio degli anni, bensì da un evento. Come quando si fa qualcosa per la prima volta: la prima bevuta, la prima sigaretta, la prima canna, il primo vero bacio, il primo vero amore, la prima volta.
La prima morte.

Insomma. C'era stato tutto questo, e anche di più. Buoni motivi per smettere di essere un bambino. Cioè, se poi l'infanzia finisce davvero. Secondo alcuni non è così. Credono che il bambino resti rannicchiato per sempre dentro di noi. Richard uscì dalla stazione della metro di Tottenham Court Road e si avviò verso Soho. Prese l'invito spiegazzato dalla tasca per esaminare la mappa sul retro; pensava di conoscere abbastanza bene Soho, ma era facile confondersi in quel dedalo di stradine. Rigirò il biglietto fra le mani e guardò i nomi delle vie, orientandosi di nuovo prima di riprendere a camminare, ora con più sicurezza. Ficcò di nuovo l'invito in tasca e tornò a esaminare i propri pensieri, maneggiandoli con delicatezza, sorpreso addirittura che ci fossero. Dentro di lui si era formato un mosaico improvvisato di vergogna e colpa. Spegnere quei pensieri era diventato automatico.
Si avvicinò alla galleria lentamente, a testa bassa, con le spalle curve, le mani affondate nelle tasche. Si tuffò nell'ingresso di una piccola casa dall'altra parte della strada. Non voleva ancora entrare nel mondo di pesci rossi che vedeva dalla grande vetrina, ma sapeva di doverlo fare. Era qui per rassicurarsi. Il bambino dentro di lui non dormiva tranquillo.
Osservò le persone che si muovevano, scivolando proprio come pesci attraverso e intorno agli altri, ai vari piccoli piedistalli e colonne, fermandosi davanti a qualche opera prima di passare alla successiva. Si costrinse a non cercarla, ma la riconobbe facilmente nell'inquieta mischia di punk, dark e new romantic vanitosi. Molte delle persone attorno a lei avevano capelli a cresta, o riempiti di gel e tinti di viola, rosa o azzurro. Lei si era tagliata i capelli appena sotto le orecchie dall'ultima volta che l'aveva vista, ma ricadevano ancora lisci e pesanti quando voltava la testa, neri e lucidi come strisce di liquirizia. Sembrava molto più grande, ma probabilmente questo valeva anche per lui. Era magra, e gli alti scarponi da lavoro con i lacci sembravano pesanti per le sue gambe snelle, ma il seno era florido, come quello di sua madre. Il suo corpo sembrava fragile e maturo allo stesso tempo in quell'abito retro con gli strappi fatti apposta attorno all'orlo e sulla spalla. La dolcezza se n'era in parte andata dal suo viso. Gli zigomi erano più prominenti, le labbra piene dipinte di un porpora intenso, gli occhi viola resi enormi dal mascara e da una spessa linea nera.

Richard si avvicinò alla galleria con apprensione, attraversando la strada stretta con qualcosa che somigliava alla paura. Perché lei l'aveva invitato? Cosa cercava? Arrivato al marciapiede, i suoi passi esitarono. Di certo era matto a venire fin qui. Folle. Come riaprire una ferita quasi sanata. Perché esporsi ad altri colpi?
Andò alla vetrina. Erano passati sei anni da quando l'aveva vista: l'ultimo incontro gli tornò alla mente, vivido come se fosse appena accaduto. La pioggia fredda, l'odore forte e aspro della terra dopo una lunga siccità. Le cose che lui aveva fatto. Il modo in cui aveva sbagliato tutto. L'imbarazzo insopportabile. Fu quasi sul punto di voltarsi, convinto che nemmeno dopo tutto quel tempo sarebbe stato capace di affrontarla. E c'erano cose che lei non sapeva. Cose che avrebbe dovuto dirle.
Aveva pensato di potercela fare, ma tutte le sue riflessioni, tutti i suoi piani non lo avevano preparato ad averla davvero così vicina. Fu come un colpo improvviso al suo baricentro: lo sentì attraversare il suo corpo, formicolare nelle gambe e su verso il petto, un dolore quasi fisico che lo lasciò stordito. Era più che un senso di colpa: percepiva il potere di lei, la sua magia, anche attraverso la spessa lastra di vetro. Ne fu catturato di nuovo, e un'improvvisa paura lo fece rabbrividire dal freddo, malgrado l'opprimente afa della sera. Forse non si sarebbe mai ripreso, forse lei gli era entrata nel sangue per sempre, una febbre che sarebbe tornata durante tutta la sua vita, come la malaria. Forse era questo che voleva dire Jay. Poteva quasi sentire la voce dell'artista morto, un sussurro profondo all'interno del suo orecchio. Va' via, ragazzo. Vai via finché puoi. Non devi farlo per forza.
Fece un passo indietro, come per andarsene, come se non avesse mai avuto intenzione di entrare, comunque. Ma rimase a guardarla attraverso la vetrina.
Gli sembrò di udire la risata beffarda di Jay: Non dire che non ti avevo avvertito!

© 2007, Adriano Salani Editore

Rees Celia - La casa dei desideri
228 pag., 13,00 € - Edizioni Salani 2007
 ISBN 9788884517500


L’autrice



08 febbraio 2007 Di Daniela Pizzagalli

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