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Recensione

La La bella di Buenos Aires copertina

Manuel Vázquez Montalbán - La bella di Buenos Aires - un ultimo caso per Pepe Carvalho


"Lei è mai stato negli Stati Uniti, Lifante?"
"Ho fatto un master di criminologia ad Atlanta"
"Avrà notato che negli Stati Uniti i pesci non hanno la testa, e nemmeno i gamberi."
"Vero."
"Una delle due: o utilizzano le teste per la guerra biochimica, o a loro disgusta guardare in faccia quello che mangiano. Potrebbero essere entrambe le cose."


Quelli di Vázquez Montalbán sono romanzi sale e pepe.
Il sale è quello che il buon Biscuter aggiunge con parsimonia alle squisite pietanze che effondono i loro aromi nell'appartamento di Barcellona trasformato in ufficio di detective.
Il Pepe, al contrario, è quello che Carvalho spande a piene mani sopra i casi sui quali è chiamato a investigare.
Attorno al dinamico e indimenticabile duo, ruota un carosello di comprimari dall'energia picaresca incontenibile, a cominciare da Charo, prostituta e amante di Pepe dall'adamantina intelligenza e dal non meno inflessibile senso morale.
E poi ci sono le ramblas, teatro di una commedia umana che scorre senza posa fra il mercat de la boqueria e il Raval, dove il melting pot per il quale Barcellona è proverbiale si esprime al suo meglio.
Insomma: sono passati dieci anni dalla scomparsa di Vázquez Montalbán, e leggere oggi un suo Carvalho inedito è un esercizio al quale accostarsi con qualche precauzione, al contempo delizia e stilettata.


Già, perché ne "La bella di Buenos Aires" ci sono tutti gli ingredienti che hanno consacrato questo scrittore dalla battuta fulminante e lo sguardo che - proprio come il tango - tradisce più di un pensiero triste in movimento; ma c'è anche la conferma di uno stile impareggiabile, capace di condensare in un solo paragrafo tutte le tante evidenze della superiorità di Montalban sui troppi epigoni che a lui sarebbero seguiti.

"Biscuter, tu ce l'hai la memoria?", domanda Pepe all'aiutante.
E quello: "La memoria ce l'hanno tutti. Ciascuno rumina sulla propria, e ci sono persone che passano l'intera giornata a parlarne, ma la maggior parte rumina, mi spiego, capo? È come una pietanza che ti torna in bocca perché non è stata ben masticata".
Capito? Hai voglia a far mangiare al tuo detective fior di manicaretti, a fargli ascoltare il jazz più raffinato e cercare così di dargli carattere e spessore per via di delega: lo stile è un'altra cosa, e non si compra. Ma se si potesse, beh, Carvalho ne avrebbe da vendere.

Ne "La bella di Buenos Aires" il nostro indaga sull'omicidio di una senzatetto e, in parallelo, sulla scomparsa di una ex reginetta di bellezza, bellissima porteña giunta a Barcellona anni prima per sfuggire alla dittatura militare.
A partire da questi fatti, apparentemente irrelati, prende il via quella che potrebbe essere considerata per certi versi una premessa all'ultimo romanzo "ufficiale" scritto da Vázquez Montalbán, "Il quintetto di Buenos Aires".

Si può provare ad immaginare quali siano state le cause dell'infatuazione narrativa mostrata dallo scrittore per l'Argentina e per quel crogiolo di contraddizioni che è Buenos Aires: oltre ai languori da milonga e all'onnipresente tango, c'è quell'ubiqua, carsica tendenza alla reazione che getta un ponte con il franchismo, tremendo e inestinguibile revenant contro i cui cascami Carvalho ha un conto perennemente aperto.

In chiusura, e per rendere più difficile staccarsi da quest'ultimo ammazzacaffé di una storia d'amore lunga più di vent'anni - quella dei lettori con Pepe e la sua cricca - troviamo quella tipica, bellissima capacità di sberleffo nei confronti del "politicamente corretto", categoria culturale invisa quant'altre mai a Vázquez Montalbán.
Il politically correct è nemico della narrazione perché uccide le possibilità di dare a Cesare quel che è di Cesare, vieta o sconsiglia (che poi è la stessa cosa) di intitolare un capitolo, per fare giusto un esempio fra i tanti possibili, "Il ciccione spiega la sua filosofia della storia".
Insomma, il politicamente corretto è una pialla omologante su lingua e idee contro il quale non esiste probabilmente antidoto migliore dei romanzi di Manuel Vázquez Montalbán.
E non c'è niente come un po' di Pepe per ritrovare un'ultima volta  il gusto di leggere e sbellicarsi, mentre facciamo finta che quella che ci scende dagli occhi sia solo una lacrimuccia di gioia.

Manuel Vázquez Montalbán - La bella di Buenos Aires
Tit.or. La muchaha que pudo ser Emmanuelle, trad. di Hado Lyria
160 pag., 10 euro - Feltrinelli
ISBN 9788807019388



L'autore


17 gennaio 2013  

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