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Recensione

L' L' illusionista. Ascesa e caduta di Umberto Bossi copertina

Pino Corrias, Renato Pezzini, Marco Travaglio - L'illusionista. Ascesa e caduta di Umberto Bossi - Chiarelettere


Ha creato un movimento e lo ha difeso perché era il suo primo e unico posto di lavoro, e lo ha trasformato nel suo regno. E, difendendolo, ha bruciato tutto quello che poteva riscaldarlo: l'autonomismo, il federalismo, la secessione, la devolution.

Si chiama “L’illusionista”, ma avrebbe potuto chiamarsi altrettanto a buon diritto "il fannullone" o “Il cacciaballe” (Giorgio Bocca dixit) questo sapido ritratto di Umberto Bossi da Soiano, destinato a passare alla storia come il più fulgido caso di apocalittico e integrato che la politica italiana abbia conosciuto.
Come la statua che raffigura il suo beniamino Alberto da Giussano, probabilmente mai esistito se non nella vulgata di un popolo bisognoso di eroi, Bossi è un guerriero che viene bene soprattutto se inquadrato col grandangolo, attraverso una lente cioè che ne amplifichi la gestualità parossistica e l’oratoria tutta punti esclamativi.

In questo senso, il racconto della sua ascesa e caduta, redatto a più mani da un terzetto di agguerriti e bravi giornalisti, rende giustizia alla figura del leader della Lega Nord, perché attorno alla sua vicenda umana e politica riesce ad imbastire un’affabulazione veloce, tesa e ironica quanto basta per farsi leggere come un romanzo.
Se il senatur avesse scritto un’autobiografia, alla fine degli anni Settanta e un attimo prima della sua infatuazione per l’autonomismo regionale, questa avrebbe potuto intitolarsi come quella di Marina Ripa di Meana “I miei primi quarant’anni”.

Già, perché la vita di questo “nasuto, occhialuto, scarruffato” (è sempre Bocca, a margine di un'intervista che Bossi gli concesse agli albori della sua irresistibile ascesa) sembra fatta di un primo e di un secondo tempo, ben distinti fra loro, e se un pubblico in sala avesse pagato il biglietto per assistere allo spettacolo, pochissimi sarebbero rimasti fino all’intervallo, rappresentato dall’incontro con Bruno Salvadori e la successiva folgorazione federalista.




Perdigiorno inveterato, millantatore, cantante stonato (nella sua versione da urlatore, quando – sotto il nome d’arte “Donato” – tentò di arrembare il mercato discografico dei primi anni Sessanta), l’elenco delle mancate virtù bossiane è snocciolato con dovizia di particolari e gusto per l’aneddotica.

Attenzione, però: non è un accanirsi crudele su quello che la Storia dipinge già come uno sconfitto, perché nelle scorribande giovanili del nostro s’intravvedono già i segni del Bossi che verrà: ci sono una eccezionale capacità di persuasione del prossimo e una vena comunicativa tremendamente efficace nella sua rozzezza.
Soprattutto, il giovane vitellone padano mostra già quella incrollabile fiducia in sé stesso che lo porterà, lungo il corso di un intero ventennio, a diventare il padre padrone incontrastato della forza politica di cui destra e sinistra si sono contesi il favore a più riprese, dall'inizio degli anni Novanta sino ad oggi.

L’avventura della Lega viene quindi tratteggiata dagli albori, e il ritratto che ne esce è quello di un partito che è riuscito a capitalizzare la sua natura di movimento popolare, rinsaldando a ogni occasione il legame fortissimo con la base del proprio elettorato anche attraverso il racconto mitico delle proprie origini, continuamente riproposto e declinato in forme diverse.
Ciò che naturalmente è all’origine della fascinazione subìta a lungo da certa sinistra nei confronti della Lega.

Si può sorridere, infatti, nel leggere delle spedizioni notturne assieme al “fido scudiero” Maroni coi secchi di colla stivati nel retro di una cinquecento, per andare a tappezzare i cavalcavia della pedemontana di affissioni abusivissime e pugnaci.
Si può ridere – e certamente si ride - leggendo delle tante occasioni in cui quello “stato nascente” di collettiva infatuazione autonomista avrebbe potuto trasformarsi in una scampagnata domenicale in cerca di funghi.
Però bisogna anche riconoscere a quell’improbabile, fondatrice armata Brancaleone una tenacia, un’ostinazione e una passione che hanno saputo riempire il vuoto lasciato, sul finire della cosiddetta Prima Repubblica, dall’estinzione della “vita di sezione” che i partiti avevano condotto per quasi cinquant’anni.

La Lega, insomma, ha saputo raccontare una storia, e ne ha raccolti i frutti per una stagione persino troppo lunga, considerando infine la pochezza della sua proposta culturale e politica.
Oggi le cose sono (forse) definitivamente cambiate, e quella che si affaccia sulla disastrata scena politica italiana è una Lega finalmente digerita e assimilata da quello stesso "sistema romano" che aveva a lungo demonizzato come cespite di tutti i mali italiani.
Travolto dallo scandalo, il vechio Bossi si è fatto da parte (infiacchito anche da una malattia che data a quel 11 marzo 2004, quando un ictus lo colpì duramente) e “Bobo” Maroni, da eterno delfino è diventato reggente di una Lega, il cui peso negli assetti delle prossime legislature è tutto da stabilire.

Il libro di Corrias, Pezzini e Travaglio ci conduce fino all'amarissimo epilogo.
La pochade si fa farsaccia. La Lega si slega.
Dall’ampolla con l’acqua del dio Po ai conti privati della famiglia gestiti dal "tesoriere" Belsito; dai raduni sul sacro prato di Pontida sotto il segno di una secessione sempre imminente alla querelle mai sopita fra il capo e il suo secondo Maroni, che lo sconfesserà davanti a tutti i militanti; dal battesimo del "Trota" davanti alle sorgenti sotto il Monviso fino alla chiusura del "cerchio magico", fattosi quadrato attorno ai piccoli privilegi di una casta e alle ceneri di un fuoco che non brucerà più.

Corrias, Pezzini, Travaglio - L’illusionista. Ascesa e caduta di Umberto Bossi
202 pag., 13 euro – Chiarelettere
ISBN 9788861903678



Gli autori


05 ottobre 2012 Di Matteo Baldi

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