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Recensione

Di tutte le ricchezze copertina

Stefano Benni - Di tutte le ricchezze - Feltrinelli 


Sarò un ottimo vicino, avrei voluto urlare. Ma non risvegliate le mie ferite. Rispettate la cenere dei miei desideri. Non ascoltate musica a tutto volume. Non ingozzate il mio cane dei vostri resti. Non tenete acceso il motore del vostro veliero. Non lastricate il prato, non tagliate alberelli. E non chiedete silenzio alla notte di questi luoghi. Di notte, qui tutto sussurra e urla. 

Il lamento del professor Martin, ritiratosi fra le campagne in volontario eremitaggio, somiglia a quello di un uccello notturno. Fa capolino nel cuore della notte, e lì per lì c’infastidisce.
Però, dopo qualche minuto di quella litania senile e un po’ patetica, vien fatto di chiedersi cosa realmente si celi dietro il borbottìo: c’è una disperata richiesta di amore? O è un’orgogliosa rivendicazione di indipendenza?

Martin vive isolato, in compagnia di Ombra, un cane che conosce a menadito il dodecalogo dei comandamenti canini e trasgredisce quel tanto che basta per ricordare al mondo che non è un soldato ma, per l’appunto, un cane.  Le giornate passano in attesa delle telefonate di un figlio amato che vive lontano; cucinando maluccio e vestendosi peggio, fra un’occhiata alla posta e qualche conversazione con civette, procioni, un lupo.

Al centro degli studi di Martin è il Catena, poeta minore degli anni venti, oggetto di un culto ristretto ma tenace, che visse in quelle campagne e vi morì in manicomio.  La vita di campagna, se non si è un Cincinnato ma un accademico riluttante, offre molte occasioni per rimuginare su quello che è stato, e mangiarsi le unghie pensando a quel che invece avrebbe potuto essere, e così passano i giorni del nostro, in una solitudine che se pure è frutto di una scelta, certamente non può dirsi beata.

Ci sarebbe di che intristirsi, insomma, se l’imprevisto non facesse irruzione nella vita di Martin con i sembianti di una giovane coppia, in fuga apparente dai ritmi frenetici e convulsi della città e più probabilmente da sé stessa. Lei ha i capelli color del grano, ed è una bellezza che ne evoca un’altra, lontana nel tempo ed emozionante per Martin.
Lui è un po’ narciso, e mosso da una certa arroganza che lascia intuire fragilità, almeno abbastanza perché il nostro professore vi possa riconoscere un poco di sé stesso quand’era giovane.
Se il Catena evocasse Sandro Penna più di quanto non rammenti invece Dino Campana, si potrebbero insomma citare ad epigrafe di questa inopportuna e benedetta invasione di campo quei versi che recitano "Felice è stata oggi la mia casa/ Cani giovani e belli l'hanno invasa/ Ogni cosa hanno messo a soqquadro/ di loro a me lasciando il più bel quadro".

Nell’arco di poche settimane, ognuno avrà tempo di rivedere le proprie convinzioni sull’immutabilità delle cose, e tutte le carte verranno sparigliate fino a convergere nei passi leggeri e struggenti di un commosso valzer finale.
Nel recente “La traccia dell’angelo” Benni mostrava ai suoi lettori una maschera triste, drammatica, tentando appena di dissimulare la reale identità di quell’io depresso e sconfitto. 
In “Di tutte le ricchezze” il nostro non prova neppure ad allontanare il sospetto: è certamente di sé stesso che sta dicendo, quando si consegna ai suoi lettori finalmente nudo, senza il filtro del comico a travisarne sentimenti e umore. 

Ma, se pure il tono generale del racconto non ammette false consolazioni, una volta chiuso il libro non è l'amarezza a lasciare una scia persistente; quanto il senso di un'accettazione finalmente completa. Una consapevolezza acquisita a caro prezzo, passo dopo passo, fra inciampi ed equilibri miracolosi.
Proprio come in un valzer. 

Stefano Benni
- Di tutte le ricchezze
208 pag., 16 euro – Feltrinelli 
ISBN 9788807019104  



L'autore


27 settembre 2012  

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