Ricerca avanzata
Recensione

Battuta di caccia. I casi della sezione Q. Vol. 2 copertina

Battuta di caccia di Jussi Adler-Olsen

“Io non me ne intendo molto. Ma uno che si spara nelle parti basse, un altro che vive gonfiando le donne di silicone e botulino, un terzo che fa zampettare adolescenti denutrite avanti e indietro mentre la gente le guarda e un quarto in carcere con una condanna a vita, un quinto specializzato nel far lucrare i milionari sull’ ignoranza dei piccoli risparmiatori e per finire, l’ultima, che vive da dodici anni per la strada: no, non saprei che dire.”
Copenaghen. Un altro caso archiviato per Carl Mørck, capo della Sezione speciale Q, e per il suo assistente siriano Assad che abbiamo già visto all’opera nel thriller precedente dello scrittore danese Jussi Adler-Olsen, La donna in gabbia. Il fascicolo dell’incartamento compare all’improvviso sulla scrivania di Mørck e già questo è un enigma: chi lo ha messo lì? Perché proprio ora? Dopo tutto, il caso in questione non è irrisolto, per quanto presenti ancora domande senza risposta: un uomo, Bjarne Thøgersen, si era autoaccusato per quei lontani delitti del 1987 ed ora sta finendo di scontare la pena in carcere. Non è strano, tuttavia, che questo Thøgersen si sia straordinariamente arricchito proprio in carcere giocando in borsa? Dove aveva preso i soldi per i primi investimenti? Di certo non dalla sua famiglia, per nulla agiata. E però all’epoca frequentava un collegio e faceva parte di un gruppo di studenti che erano stati nel mirino dei sospetti. Cinque ragazzi e una ragazza appartenenti a famiglie molto ricche che avevano intrapreso, a loro volta, carriere che avevano fatto guadagnare loro soldi a palate.

Si era trattato di un caso racappricciante. Due fratelli, un ragazzo e una ragazza, erano stati trovati morti nella casa delle vacanze, sul lago. Picchiati a tal punto da essere irriconoscibili. Il padre dei due giovani faceva parte della polizia ed era stato tra quelli che avevano visto per primi i corpi straziati. Non aveva retto, si era suicidato. La madre era quasi impazzita per il dolore. Anche quando Thøgersen si era consegnato alla giustizia, ben nove anni dopo il delitto, i moventi non erano stati chiariti. Adesso, nella documentazione riapparsa, appaiono anche collegamenti con almeno una ventina di altri casi di violenza irrisolti.

Battuta di caccia conferma una capacità che già abbiamo ammirato nel precedente romanzo dello scrittore: Adler-Olsen riesce a tenere il lettore inchiodato alla pagina pur capovolgendo le regole del genere. Come ne La donna in gabbia, noi sappiamo fin dall’inizio chi sia o siano i colpevoli. Viene a mancare, dunque, la tensione del primo interrogativo di un ‘giallo’. Restano però gli altri due - perché? come?
E Adler-Olsen è straordinariamente bravo nel costruire la sua trama, nell’aggiungere dettaglio a dettaglio, nell’affrescare la ricca società danese a tinte molto fosche, nel tirare le fila alla fine dove giustizia viene fatta in maniera affatto convenzionale ma che ci soddisfa pienamente. Perchè la sua storia ci ha convinto che non ci possa essere giustizia umana o pena sufficiente per chi si macchia di simili colpe.



Sullo sfondo del romanzo scorre la pellicola di un film di culto del 1971, Arancia meccanica del regista Kubrik. È il film che il gruppo dei sei collegiali ama rivedere periodicamente per darsi la carica, quello che li ha instradati alla violenza fine a se stessa, che ha mostrato loro con efficacia quale piacere intenso possa dare l’infliggere sofferenze estreme ai loro simili, portare alla soglia della morte, o al di là, qualunque essere vivente, uomo o animale. Se poi pensiamo al significato dell’espressione inglese cockney ‘clockwork orange’, spiegata dallo stesso Anthony Burgess dal cui romanzo il film è stato tratto, comprendiamo ancora meglio il parallelo: un’arancia meccanica è qualcosa di normale in superficie che nasconde all’interno una stranezza. I sei ragazzi ‘d’oro’  hanno tutto quello che possono desiderare, in apparenza sono il meglio della società, e invece... Forse il guaio sta proprio lì, che hanno tutto e devono cercare altri mezzi per godere. Ma, hanno veramente tutto quello che possono desiderare, che riempie il cuore di un bambino o di un adolescente o di un adulto?


L’unica ragazza del gruppo, Kimmie, è la prova che non è così. Quando la incontriamo, quarantenne, all’inizio del romanzo, Kimmie vive sulla strada da più di dieci anni. Si trascina dietro una valigia e una borsa, parla da sola, è amica di una tossica, ha uno scopo nella vita: vendicarsi. Di chi, perché, come sia arrivata a questo punto - lo leggerete. Nel frattempo avrete anche letto della crudeltà inaudita e gratuita del gruppo, delle altre loro vittime (incluso uno di loro), dello scenario di caccia allestito con grande dispendio: sono gli attimi di brivido sul limite del pericolo estremo quelli che fanno sentire vivi gli ex collegiali. Fino alla pena infernalmente dantesca che conclude tutto. Non ci sono sconti per nessuno, neppure per Kimmie che potrebbe impietosirci con il suo dolore macabro, con i miseri resti che si porta dietro.

L’enormità del male può essere incredibile e inafferrabile per le persone comuni che faticano persino ad immaginarlo. Ma esiste, e il romanzo di Jussi Adler-Olsen ne è una potente raffigurazione e analisi.

Adler-Olsen Jussi - Battuta di caccia
titolo originale: Fasandræberne
traduzione di Maria Valeria D’Avino
pagg. 495, 18,50 € - Edizioni Marsilio 2012 (Farfalle)
ISBN  978-88-3171227-9


l'autore


27 luglio 2012 Di Marilia Piccone

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti