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Recensione

Uccidere il padre copertina

Uccidere il padre di Amélie Nothomb

Norman lo guardò e vide che era pazzo. Anni prima, Christina gli aveva detto che a quindici anni, si è pazzi. Joe aveva ventidue anni e lo era rimasto.

Di certi rampolli si dice che si capisce da chi hanno preso. Può capitare che il processo si inverta e che un padre cominci ad assomigliare al figlio: Norman era diventato pazzo.


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Leggi l'intervista a Amélie Nothomb

Joe Wip ha quindici anni e da quando è stato buttato fuori di casa vive in un albergo. La passione per la magia è l’unico antidoto per sfuggire alla solitudine cui è costretto da una madre immatura e bugiarda. A salvarlo Norman Terence: il mago più bravo di tutta Reno accetta di insegnargli i trucchi del mestiere e lo prende con sé. Joe è felice, ha la famiglia che non ha mai avuto, eppure qualcosa lo turba. Cosa? L’attrazione che prova per Christina (la compagna di Norman) e il sentimento di amore-odio verso il padre adottivo.

Desiderare la madre e voler uccidere il padre: il complesso edipico di ogni figlio maschio. Fin qui nulla di strano salvo che la donna desiderata è un’altra e il padre odiato non quello biologico: è il grado zero del nuovo romanzo di Amélie Nothomb. Ma le provocazioni della scrittrice belga non si fermano qui: il complesso edipico viene completamente rovesciato al punto da invertire i termini della persecuzione: sarà infatti l’adulto a inseguire il figlio e a cercare a ogni costo la legittimazione del suo ruolo di padre.
Nel suo ventesimo romanzo l’autrice affronta la delicata questione del rapporto genitori-figli, il legame ancestrale alla base di tutte le relazioni interpersonali; e tuttavia occorre leggere il libro fino alla fine per capire i reali moventi della storia, per rendersi conto di chi ha davvero bluffato e del trucco magistrale perpetrato ai danni dei sentimenti: è solo percorrendo gli spazi e i tempi della scrittura – i quindici anni che intercorrono fra il 1995 e il 2010 – che si compie il passaggio al livello di lettura successivo e si colgono le reali intenzioni di chi scrive.

“Vivere vuol dire rifiutare” si poteva leggere in uno dei passaggi di Metafisica dei tubi. A dieci anni di distanza Uccidere il padre ripropone il tema della costruzione identitaria, ma è cambiata l’ontologia: non più il rifiuto come scelta è centrale bensì l’essere rifiutato (o l’essere scelto) come atto imposto o subito. Viene da chiedersi se questa nuova metafisica rispecchi una trasformazione più ampia che investe non solo il romanzo della Nothomb ma l’intera società.

Lo stile icastico, le frasi brevi e lapidarie, la sua pungente ironia riescono a tenere alta la suspence, a mantenere desta l’attenzione del lettore fino al colpo di scena finale che lo lascerà a bocca aperta, straniato di fronte alle imprevedibili derive della vita ma anche desideroso di riflessione.

Amélie Nothomb - Uccidere il padre
Titolo originale: Tuer le père
Traduzione di Monica Capuani
pagg. 91, 9 € - edizioni Voland (Amazzoni)
ISBN 9788862431088


L'autrice


13 marzo 2012 Di Manola Lattanzi

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