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Recensione

Il Il corridoio di legno copertina

Il corridoio di legno di Giorgio Manacorda

Sulla faccia di Silvestro era dipinto il niente di un mondo senza padri, il crollo di un mondo interiore affollato di padri irraggiungibili. Di padri da emulare senza che l'emulazione fosse più possibile. I figli degli eroi fanno questa fine. Assistevo all'ultimo atto di una recita che era stata la replica di qualcosa che aveva avuto luogo prima della nascita del protagonista.

Andrea lascia Berlino e torna in Italia con il sogno di ritrovare il fratello Silvestro e con lui la rivoluzione perduta. È costretto a tornare per mettere insieme la sua storia, per capire le ragioni di tanta cecità. "Le radici affondano da qualche parte anche se non lo sai. Un bel giorno cominciano a tirare e ti fanno un po' male, poi sempre di più, finché sei costretto a seguirle, e a inabissarti con loro".

A Berlino per un'indagine, un poliziotto torna al collegio in cui ha passato l'adolescenza, dove ha conosciuto il gruppo di amici che, una volta tornati in Italia, hanno abbracciato gli ideali della lotta armata. Vuole sapere che fine ha fatto Andrea, ma soprattutto vuole scavare fino alle radici di quella violenza terribile con cui tutta la sua generazione ha dovuto fare i conti, per capire dove si annidiava il male "privato" che poi è esploso pubblicamente.
Dovrà ricostruire la vicenda di Andrea e Silvestro, fratelli divisi da una feroce competizione. Ai tempi del collegio, Andrea era malato: crisi d'asma, che gli avevano impedito di socializzare con gli altri, di partecipare alle partite di pallone e ai giochi di gruppo. Era stato maltrattato e aggredito dai compagni e anche dal fratello. Eppure, forse proprio in virtù della malattia, della continua vicinanza con il dolore, Andrea ci vedeva benissimo e conosceva la disperazione. Sapeva che è più facile morire per le masse che viverci insieme. Dopo il collegio, era rimasto a Berlino, si era legato a una donna e aveva trovato un impiego in una casa editrice. Silvestro e gli amici tornati in Italia si erano consegnati alla lotta armata. Poi, da leader della rivolta studentesca, Silvestro era diventato l'esatto contrario: il capo della reazione, nella sua forma peggiore, quella della Milizia, instaurata in conseguenza della contestazione e del terrorismo. Reazione e rivoluzione: c'è un collegamento nell'eversione e nella violenza. Silvestro voleva tutto il potere, ed era disposto a tutto per ottenerlo.


"Non avevamo capito niente. Dell'inutilità, della caduta di tutte le speranze. Di una vita spesa in grandi battaglie di principio per ridursi a mungere le vacche, e a scrivere poesie per avere la sensazione di esistere ancora".

Giorgio è il nome del poliziotto, lo apprendiamo arrivati alla fine, all'ultima pagina. Ma non è una scoperta. Si percepisce che il romanzo di Manacorda - il primo romanzo di Manacorda, che nasce probabilmente dalla necessità di confrontarsi anche con la narrativa - attinge a piene mani dall'esperienza personale, cercando di dare al vissuto una forma comprensibile. Il corridoio di legno è un altro tassello, quindi, di quel profondo ragionamento sulle illusioni e sulle delusioni della generazione del Sessantotto che Manacorda ha portato avanti nella vita, nella poesia e nella critica.

Ambientato in una dimensione storica fantastica, eppure così concreta e reale, il romanzo di Manacorda tenta la difficile ricostruzione del senso di anni, che oggi più di ieri, appaiono senza futuro. La realtà è un testo da interpretare, correggere, rivedere e ridurre a un racconto coerente. Talvolta, dopo aver compiuto questo lavoro, così simile a quello di un correttore di bozze, il senso rimane inafferrabile e confuso il nome del nemico che stiamo combattendo. La vita non si può dire così com'è. Eppure non possiamo fare a meno di raccontarla.


Giorgio Manacorda - Il corridoio di legno
159 pagg., 13 € - Edizioni Voland 2012 (Intrecci)
ISBN 978-88-6243107-1


L'autore


27 gennaio 2012 Di Sandra Bardotti

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