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Recensione

Il Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci copertina
  • Magri Lucio
  • Il Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci
  • Il Saggiatore
  • 2011

Il libro-testamento politico di Lucio Magri: Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci

"Sento troppi ormai dire: era tutto uno sbaglio ma sono stati i migliori anni della nostra vita. Per alcuni anni, sotto botta, questo misto di autocritica e di nostalgia, di dubbio e di fierezza, soprattutto tra le persone semplici, mi è sembrato giustificato, anzi, una risorsa. Ma col passare del tempo, e soprattutto tra intelletuali e dirigenti, mi pare ormai un accomodante compromesso con se stessi e con il mondo. E torno di nuovo e di più a chiedermi: ci sono argomenti razionali e convincenti per opporsi all'abiura e alla rimozione? O quanto meno ci sono buone ragioni e condizioni adatte per riaprire oggi criticamente una discussione sul comunismo, anziché archiviarla?
A me pare di sì."


Agli inizi degli anni Sessanta il Pci rappresentava ormai un quarto degli elettori e conservava quasi due milioni di iscritti; raccoglieva simpatia, o almeno attenzione, nei paesi e nei movimenti che si stavano liberando del colonialismo; era incoraggiato e a sua volta incoraggiava una classe operaia che dava nuovi segnali di combattività; incontrava una giovane generazione di nuovo politicizzata e una intellettualità nella quale finalmente penetrava un marxismo non più dogmatico e canonico; avviava un dialogo con minoranze cattoliche gradualmente affrancate dall'anticomunismo assoluto di papa Pacelli; governava con buoni risultati importanti regioni del Paese.
Soprattutto era ormai unito e convinto su una strategia univocamente definita: "la via italiana".
Si apriva quindi per il Pci, per quel Pci, una partita nuova nella quale erano in gioco l'identità faticosamente costruita e la sua futura esistenza.
Ma era realmente una partita aperta? Quarant'anni dopo, sappiamo come si è conclusa.
Il Pci, come forza organizzata e pensiero compiuto, è morto. E pressoché nessuno ne rivendica l'eredità.
Non è morto per un improvviso colpo apoplettico, trascinato nel crollo dell'Unione Sovietica, dalla quale da tempo aveva preso le distanze. Né per stanchezza o estinzione, perché ha mantenuto fino alla scomparsa una forza elettorale notevole (il 28%) e un peso nella società e nel sistema politico.
È morto per libera scelta, con l'ambizione di un nuovo inizio.



DALL'INTRODUZIONE


In una delle affollate assemblee che dovevano decidere se cambiare nome al Pci, un compagno rivolse a Pietro Ingrao una domanda: «Dopo tutto ciò che è successo e sta succedendo, credi proprio che con la pa­rola comunista si possa ancora definire un grande partito democratico e di massa come siamo stati, ancora siamo e che vogliamo rinnovare e raf­forzare per portarlo al governo del paese?».
Ingrao, che già aveva ampiamente esposto le ragioni del suo dissenso da Occhetto e proposto di seguire un'altra strada, rispose, scherzosamente ma non troppo, usando un famoso apologo di Bertolt Brecht, II sarto di Ulm. Quell'artigiano, fissato nell'idea di apprestare un apparecchio che permet­tesse all'uomo di volare, un giorno, convinto di esserci riuscito, si presentò al vescovo e gli disse: «Eccolo, posso volare». Il vescovo lo condusse alla fi­nestra dell'alto palazzo e lo sfidò a dimostrarlo. Il sarto si lanciò e ovvia­mente si spiaccicò sul selciato. Tuttavia - commenta Brecht - alcuni secoli dopo gli uomini riuscirono effettivamente a volare.
Io, che ero presente, trovai la risposta di Ingrao non solo arguta, ma fondata. Quanto tempo, quante lotte cruente, quanti avanzamenti e quante sconfitte, furono necessari al sistema capitalistico - in un'Europa occidentale all'inizio più arretrata e barbarica di altre regioni del mondo -per trovare alla fine una efficienza economica mai conosciuta, darsi nuove istituzioni politiche più aperte, una cultura più razionale? Quali contrad­dizioni irriducibili marcarono, per secoli, il liberalismo tra ideali solenne­mente affermati (la comune natura umana, la libertà di pensiero e di pa­rola, la sovranità conferita dal popolo) e pratiche che li smentivano in modo permanente (schiavismo, dominazione coloniale, espulsione dei contadini dalle terre comuni, guerre di religione)? Contraddizioni di fatto, ma legittimate nel pensiero: l'idea che alla libertà non potessero né doves­sero accedere se non coloro che avessero per censo e cultura, perfino per razza e colore, la capacità di esercitarla saggiamente; e l'idea correlativa che la proprietà dei beni era un diritto assoluto e intoccabile e dunque escludeva il suffragio generale. Tutte contraddizioni che non tormenta­rono solo la prima fase di un ciclo storico, ma si erano riprodotte in forme diverse, nelle loro successive evoluzioni e gradualmente si erano ridotte solo per l'intervento di nuovi soggetti sociali sacrificati e di forze contesta-trici di quel sistema e di quel pensiero. Se dunque la storia reale della mo­dernità capitalistica non era stata lineare, né unìvocamente progressiva, anzi drammatica e costosa, perché dovrebbe esserlo il processo del suo su­peramento? Questo appunto voleva significare l'apologo del sarto di Ulm.
Tuttavia, scherzosamente ma non troppo, proposi subito a Ingrao due interrogativi che quell'apologo, anziché superare, metteva in luce. Siamo sicuri che il sarto di Ulm, se fosse sopravvissuto storpiato alla ro­vinosa caduta, sarebbe rapidamente risalito per riprovarci, e che i suoi amici non avrebbero cercato di trattenerlo? E comunque, quel suo az­zardato tentativo, quale contributo effettivo aveva portato alla succes­siva storia dell'aeronautica?
Questi interrogativi, in relazione al comunismo, erano particolar-mente pertinenti e ostici. Anzitutto perché, nella sua costituzione teorica, pretendeva non di essere un ideale cui ispirarsi, ma parte di un processo storico già in corso, di un movimento reale che cambia lo stato di cose esistenti: comportava quindi, in ogni momento, una verifica fattuale, un'analisi scientifica del presente, una realistica previsione sul futuro, per non evaporare in un mito. In secondo luogo perché tra le precedenti sconfitte e gli arretramenti delle rivoluzioni borghesi, in Francia e in Inghilterra, e il crollo recente del «socialismo reale» occorre vedere una differenza pesante. Una differenza che non si misura nel numero dei morti o nell'uso del dispotismo, ma nel risultato: le prime hanno lasciato eredità, magari molto più modeste delle speranze iniziali, dovunque sono avvenute, comunque immediatamente evidenti; del secondo è invece dif­ficile decifrare e misurare il lascito e individuare degni continuatori.
Vent'anni dopo, questi interrogativi non solo non hanno trovato una risposta, ma non sono neppure stati seriamente discussi.

© il Saggiatore


Lucio Magri - Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci
454 pag., 11,00 € - Ediizoni il Saggiatore Tascabili 2011 (Saggi)
ISBN 978-88-565-0254-1



L'autore



29 novembre 2011  

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