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Recensione

Tre atti e due tempi copertina

Giorgio Faletti - Tre atti e due tempi

La città, da sempre, aspetta.
Sono i cicli morbidi della provincia, dove tutto arriva con calma, da fuori. Una volta era la ferrovia, poi sono arrivate le automobili, la televisione, l'autostrada e ora Internet.
Ma il senso rimane quello.



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Asti. Una squadra di calcio della provincia italiana vive la sua stagione da sogno impegnata nella conquista della promozione in serie A. Il vecchio Silvano, detto Silver, è un ex promessa del pugilato, che ha rovinato la sua carriera proprio sul nascere, rimanendo implicato in un giro di scommesse clandestine. Silvano è stato in carcere, poi una volta uscito ha cercato di rifarsi una vita, ha trovato lavoro come magazziniere proprio nella locale squadra di calcio, si è sposato, ha avuto un figlio. A distanza di anni da quell’errore che ha messo fine alle sue ambizioni di pugile professionista, Silvano, rimasto vedovo, naviga a vista, prova a godersi il momento felice della squadra di cui suo figlio Roberto, soprannominato Il Grinta, è diventato il capitano condottiero. Rapporto complicato quello tra Silver e Il Grinta.
Il round decisivo tra padre e figlio si combatte nel presente, il gong non ha ancora suonato la fine dell’ultima ripresa. L’obiettivo non è vincere il match ma riuscire a resistere in piedi, entrambi, fino all’ultimo abbraccio. Tocca a Silvano, perché padre, perché smaliziato dalle delusioni della vita, tenere in piedi fino alla fine lo show.
Leggendo le pagine di Tre atti e due tempi, si respira un po' il clima di un vecchio film di Pupi Avati, Ultimo minuto. In quella pellicola del 1987 il grande Ugo Tognazzi interpretava il ruolo di direttore factotum impegnato a salvare l'amata squadra di calcio dalla retrocessione. Anche in quella storia un uomo solo, un complicato rapporto padre-figlia, le scommesse, la corruzione di un atleta, l’ambiente della piccola città di provincia. Però quello era un film sul calcio, pur trascinandosi dietro una serie di problematiche umane, tra cui il senso di sconfitta generazionale che solo un anno prima, in Regalo di Natale, Pupi Avati aveva rappresentato in modo esemplare. Mentre nel romanzo di Faletti, il mondo del calcio, e dello sport in generale, sembrano essere solo una scusante allegorica, come lo è stata per Francesco De Gregori, in occasione de La leva calcistica della classe ’68, tra l’altro citata da Faletti in capo al volume. Rispetto ai suoi precedenti thriller dal bulimico numero di pagine, Faletti si cimenta con il romanzo breve (su preciso invito dell’editore). Dal punto di vista narrativo non ci sono assenze attraverso una meccanica di flashback e presente. Lo scrittura è condizionata dalla scelta di affidare il ruolo di voce narrante al protagonista Silvano. Silvano è l’uomo navigato, sconfitto poi risorto, l’uomo con la fedina penale sporca, l’uomo silenzioso che scruta nell’animo del prossimo proprio come il pugile fa sul ring con l’avversario. Di conseguenza la scrittura procede spesso per frasi sentenza e a volte si sente quasi l’esigenza di leggere una banalità laddove c’è quasi sempre una battuta o un motto da vecchio bucaniere. Quando avrà ormai perso la speranza il lettore di Faletti troverà un’anima thriller anche nella nuova opera del suo autore preferito. Nonostante le lancette dell’orologio continuino a girare inesorabilmente, nel momento del riscatto, il protagonista di Faletti sembra scoprirsi arbitro del proprio destino.

Giorgio Faletti - Tre atti e due tempi
151 pagg., 12 € - Edizioni Einaudi 2011 (Einaudi. Stile libero big)
ISBN 9788806204259


l'autore


14 novembre 2011  

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