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Recensione

Marrakech copertina
  • Marrakech
  • Voland
  • 1900

Marrakech di Esther Freud

"Consegnammo il nostro dirham, indicammo e sussurrammo “Majoun” come avevamo visto fare. Ricevemmo un cartoccio di giornale con dentro un piccolo pezzo di hashish simile a una caramella mou. Sedute al tavolino, ne raschiavamo a turno un frammento con i denti. Mi sembrava il sapore più buono del mondo. Sabbia mischiata a miele e fritta insieme a un quintale di ciambelle. Ce lo passavamo a vicenda, ridacchiando per quella cospirazione di gioia e avventura."




Siamo sul finire dei mitici anni ‘60, spazzati da una voglia di libertà, di disancorarsi da modelli di vita ammuffiti, dal desiderio di sperimentare il nuovo, di osare. In una parola di reagire alla paralisi che è l’anticamera della morte del corpo e dell’anima.
Due bambine inglesi sono in viaggio con la mamma verso il Marocco.
Ci riesce difficile immaginare due luoghi più diversi e più lontani l’uno dall’altro che Londra e Marrakech. Ad iniziare dal suono del nome delle due città che evoca mondi incompatibili: secco e brusco il primo, addolcito dal vibrare della doppia r, sfumato nella sillaba finale il secondo. Andare su uno scassato camioncino a Marrakech, insieme ad una coppia con cui i rapporti sono imprecisati, deve essere una sorta di fuga per la giovanissima mamma e una bellissima avventura per le due bambine.


Kate Winslet, Bella Riza e Carrie Mullan protagoniste del film Hideous Kinky da questo romanzo della Freud

È la bambina più piccola che ci racconta il viaggio, forse non ha neppure cinque anni al momento della partenza, e la sorellina Bea ha due anni più di lei - la precede sempre in tutto, andrà a scuola prima di lei, persino la data del suo compleanno cade prima della sua.
Per un certo verso le due bambine sono più grandi della loro età, sono abituate a cavarsela da sole, non fanno mai capricci (o almeno, la piccola non ce lo dice), non fanno storie per mangiare qualunque cosa la mamma metta loro davanti, anche se sono soltanto datteri. D’altra parte hanno invece una toccante ingenuità nel non porsi mai domande sugli uomini che si infilano nel letto della mamma, tanto che, attraverso le parole della bambina, anche noi a volte non siamo certi di che cosa rappresenti di preciso l’uomo di turno: è veramente solo un amico disinteressato che cerca di aiutare la madre sprovveduta? 


Ci fa tenerezza questa bimba che - com’è giusto che sia - ama incondizionatamente la mamma e la segue in un folle viaggio verso Algeri per conoscere un santone o un guru, mentre la saggia Bea si rifiuta di accompagnarle, preferendo restare con dei quasi-amici (al ritorno da Algeri gli amici non ci sono più, dove è finita Bea?).
E ci fa invece provare una rabbia anacronistica verso questa mamma che trascina le figlie in questa avventura, senza pensare (o pensando secondo l’angolatura speciale di quegli anni) a che tipo di esperienza le avrebbe sottoposte in un tempo in cui le condizioni di vita in Marocco non erano di certo salubri (Bea si ammala, ha un’infezione strana alla bocca). E infatti le bambine, dopo l’entusiasmo della novità, sognano di tornare ‘a casa’, nell’Inghilterra dove con il freddo arriva il Natale.
La voce della bimba narrante è incantevole, ci ricorda quella di Amélie Nothomb (bambina di sette anni in Cina) in Sabotaggio d’amore. Con la stessa freschezza, la stessa innocenza, ci racconta di quando mordono un pezzetto di hashish e vengono prese dalla ridarella e del gioco a rincorrersi gridando le loro due parole preferite (‘schifosa, porcherie’), del giovane Bilal che la bimba elegge al ruolo di padre e del giro con la mamma a chiedere l’elemosina che Allah ordina di non negare agli stranieri, della pipì nel letto che ha ripreso a fare e dei colori del mare e del cielo.

Il libro di Esther Freud (pronipote del famoso Sigmund) è del 1993: l’aver scelto di rievocare il tempo dei figli dei fiori attraverso una voce infantile è stata la maniera più bella per prendere le distanze, senza esprimere giudizi, per far risaltare in modo neutro e nello stesso tempo colorito quello che c’era di pericolosamente esaltante - e anche, in un certo senso, di infantile - nell’atmosfera contagiosa di quegli anni.
Dal libro è stato tratto il film Un treno per Marrakech (1998) con la regia di Gillies McKinnon e con Kate Winslet nel ruolo di protagonista.


Esther Freud - Marrakech
Titolo originale: Hideous Kinky
Traduzione di Monica Pesetti
198 pag., 14,00 € - Edizioni Voland 2011 (Amazzoni)
ISBN 978-886243-092-0


L'autrice



31 ottobre 2011 Di Marilia Piccone

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