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Recensione

Brave persone copertina

Nir Baram- Brave persone - Ponte alle Grazie


Condannare a morte indirettamente, tramite un ordine, scrivere carte grazie alle quali una catena di eventi che sfuggono alla vostra vista conducono alla morte degli altri? In questo caso i gentiluomini come noi eccellono, ma dare l’ordine diretto di uccidere un uomo? Uccidere un uomo da vicino, trafiggergli il cuore, spezzargli il collo, sparargli in testa a bruciapelo e vedere il cervello esplodere per poi scoprire a casa che una parte del cervello vi è rimasta sulle orecchie, questo non lo avete fatto mai, vero?

Leggi l'intervista a Nir Baram


Siamo circondati da brave persone.
Siamo tutti brave persone.
Che non significa, necessariamente, essere buone persone.
Significa essere persone che si comportano in maniera corretta in circostanze normali.
Rispettose delle leggi e, pur senza eccessi di generosità, amanti dei propri simili.
Le brave persone non si sporcherebbero mai le mani di sangue.
Che cosa succede, però, quando le brave persone si trovano a vivere in tempi difficili e sono obbligate a fare delle scelte?
O quando sono facilitate a fare certe scelte che si confanno ai loro più nascosti desideri?
Il romanzo dello scrittore israeliano Nir Baram, “Brave persone”, ci parla proprio di questo.
Nello stesso tempo, scegliendo due personaggi- un uomo e una donna - che vivono negli anni dell’inizio della seconda guerra mondiale, l’uno a Berlino e l’altra a Leningrado, porta il dilemma etico all’estremo, in circostanze eccezionali.
Ed è questo il risvolto innovativo del romanzo: affrontare l’Olocausto senza parlare dell’Olocausto, i Gulag senza andare nella Kolyma.
Il fatto stesso che le date che contrassegnano ogni capitolo vadano dal 1938 al 1941 è indicativo: Nir Baram esplora quello che avviene prima del grande dramma. E il tempo di preparazione scorre lento - non a caso i capitoli sono più lunghi nella prima parte e più brevi, più concitati, quasi ansimanti, nella seconda parte, quando le scelte sono state fatte, non si può più tornare indietro, la macchina della morte ha acquistato velocità.
Il tedesco Thomas Heiselberg è un ricercatore di mercato.
E’ ambizioso e brillante e, fino a quando incominciano a soffiare venti di guerra, fa fortuna nelle filiali tedesche e polacche di un’impresa americana. Quando questa chiude i battenti, Thomas si ricicla: è lui il responsabile del ‘modello’ polacco, cioè del profilo psicologico del polacco medio che gli viene richiesto dal Ministero degli Esteri nazista in vista dell’invasione della Polonia. Thomas non si pone domande, non sa (e non gli interessa sapere) che questo è il primo capitolo sul discorso della ‘razza’, un’introduzione a quello che seguirà, basato su teorie fumose, raffazzonate, inconsistenti, che hanno un’aura di credibilità e a cui fa comodo credere.
Si è tentati di pensare che Thomas sia una buona persona, oltre che essere una brava persona, ma che cosa c’è dietro il suo acconsentire che la domestica ebrea rientri nella loro casa per salutare la madre ammalata e al suo darsi da fare per cercare di ottenere un passaporto per la dottoressa psicologa che lo ha in cura?
In realtà Thomas pensa solo e sempre a se stesso. Finisce un incarico e ne accetta un altro.
Occorre rinchiudere gli ebrei di Varsavia in un ghetto? Thomas è contrario ma fornisce consigli. Serve un ‘modello’ bielorusso? Detto fatto.
Poco importa se è pura invenzione.
Da ultimo deve programmare una parata militare che glorifichi l’alleanza tedesco-sovietica (prossima alla fine).
La visione di Thomas è grandiosa, si avvicina alle scenografie di Albert Speer, in contrasto, però, con quanto pensa di fare il suo omologo sovietico, Aleksandra Andreevna Weisberg, l’altra protagonista del romanzo.
Quella di Saša Weisberg, giovane ebrea di Leningrado, è una storia di egocentrismo simile eppure diversa.
Cresciuta in una famiglia di intellettuali, in una casa frequentata da poeti e scrittori, lei stessa aspirante poeta, per bassi motivi di gelosia Saša incomincia con il denunciare una famosa poetessa e, alla fine, anche i suoi genitori e i suoi fratelli gemelli saranno arrestati.
Per salvarsi Saša accetta di entrare nella polizia politica, il famigerato NKVD: diventa la migliore autrice di biografie degli oppositori di Stalin, riesce a strappare le più credibili confessioni ai prigionieri. Eppure il suo intento ha qualcosa di puro: rintracciare e mettere in salvo il preferito dei gemelli.
C’è una mole di ricerche storiche dietro il romanzo di Nir Baram, che gioca sul confine dell’invenzione con le occupazioni dei suoi personaggi, così da tinteggiarli di ironia e sarcasmo.
C’è l’ingegnosità di un approccio non frontale alla Storia delle due grandi dittature d’Europa del secolo XX: Thomas Heiselberg e Alexandra Weisberg sono solo due granelli di polvere in un ingranaggio mostruoso.
La domanda è: quanti granelli di polvere, accumulandosi, avrebbero potuto bloccare il motore della Storia?
Purtroppo la banalità del male (le parole di Hannah Arendt sono ormai d’obbligo) ha reso inarrestabile l’ondata del male.

Nir BaramBrave persone
Titolo originale: Anashim tovim, trad. Elisa Carandina
559 pag., Euro 22,00 - Ponte alle Grazie
ISBN 9788862203968



L'autore


28 ottobre 2011 Di Marilia Piccone

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