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Recensione

Vendette copertina

Vendette di Philippe Djian

→ I più colpiti erano di sicuro i più giovani, quelli sui vent'anni. O giù di lì. Bastava guardarli.
L'avevo capito davvero durante una festicciola dai nostri vicini, pochi giorni prima di Natale. Quando Alexandre, mio figlio diciottenne, aveva lasciato di sasso e poi terrorizzato gli astanti sparandosi a freddo una pallottola in testa. E crollando sul buffet.


Così inizia l'ultimo romanzo di Philippe Djian, considerato l'erede francese della beat generation e diventato celebre con 37° 2 al mattino, da cui nel 1986 è stato tratto il film culto Betty Blue con Béatrice Dalle.
"Negli ultimi libri parlo di noi cinquanta-sessantenni, che per la prima volta nella storia non desideriamo cose così diverse rispetto ai nostri figli", ha dichiarato l'autore in un'intervista. E Vendette, edito da Voland, la casa editrice che dal 2009 pubblica i suoi romanzi in Italia, è una nuova tappa lungo questo percorso che da qualche tempo lo scrittore francese ha intrapreso nei suoi ultimi romanzi.


Marc ha quarantacinque anni, è uno scultore affermato, con un matrimonio fallito alle spalle, una convivenza svanita nel nulla (la compagna lo ha piantato da un giorno all'altro), una vita che si divide tra feste, donne e la dipendenza da alcol e droghe di ogni genere. Suo figlio Alexandre si è suicidato durante una festa.
Un giorno Marc incontrerà sul treno Gloria, l'ex fidanzata di suo figlio, completamente ubriaca e fuori di sé. Decide di portarla a casa e prendersi cura di lei. Da questa decisione nasceranno una serie di problemi e contrasti, con Gloria e con i suoi unici due amici, Michel e Anne. La vita di Marc sprofonderà in un abisso di follia ancora di più terribile. La presenza di Gloria lo costringerà a ripercorrere la vita con suo figlio, tra momenti di attenzione e periodi di totale disinteresse, senza riuscire a capire per quale motivo il figlio abbia voluto punirlo così ferocemente.

Molti sono i temi che richiamano i precedenti romanzi di Philippe Djian. Il rapporto problematico e irrisolto tra padre e figlio, che si evolve all'insegna dell'incomprensione e dell'incomunicabilità più totali, si accompagna a un impegno politico sfumato di una generazione che, venuti meno i ruoli e l'autorità, non ha nessuna eredità da consegnare ai figli, se non un disilluso cinismo e una totale mancanza di ideali. "I più colpiti erano di sicuro i più giovani, quelli sui vent'anni. O giù di lì. Bastava guardarli": l'incipit del romanzo è emblematico.


Djian non ha certo vissuto di rendita dopo il successo di Betty Blue. Tutt'altro: ha focalizzato il suo interesse su un lavoro meticoloso e incessante sullo stile e sulla lingua. Un lavoro che lo diverte e che considera molto più importante dell'invenzione della storia o dell'elaborazione di una struttura narrativa rigida. Tutto inizia dallo stile, ed è solo questo che fa la differenza. In Vendette Djian sperimenta il ritmo dell'alternanza di voci e punti di vista, con il continuo slittare dell'io narrante tra sguardo oggettivo e soggettivo, sottolineando il procedimento attraverso l'uso di un segno grafico (uno di quei segnalatori che incontriamo quotidianamente in metro, sui giornali, sui cartelloni pubblicitari). Per raccontare la vita che si vive e il mondo così com'è Djian raddoppia lo spettro delle possibilità che ha a disposizione per giocare con la lingua e lo stile, rendendo il ritmo del romanzo frizzante, palpitante, in continuo movimento. "La verità è che [gli scrittori contemporanei] dovrebbero guardare l'episodio pilota della serie Breaking Bad: un paio di pantaloni che cadono dal cielo, calpestati da un furgone in corsa nel deserto, da cui esce di corsa un uomo in mutande e maschera antigas. Questa è la grande letteratura di oggi", secondo Philippe Djian.

Philippe Djian - Vendette
Titolo originale: Vengeances
Traduzione di Daniele Petruccioli
145 pagg., 14 € - Edizioni Voland 2011 (Intrecci)
ISBN 978-88-6243101-9


L'autore


21 settembre 2011 Di Sandra Bardotti

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