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Recensione

Le notti fiorentine di Marina Cvetaeva per Voland, a 70 anni dalla morte

In uscita a settembre per Voland

Il 31 agosto 1941 Marina Cvetaeva si impicca nella camera della pensione che aveva affittato con il figlio a Elabuga. Se ne va una delle voci più alte della poesia russa del Novecento. Nella sua breve e intensa vita dedicata all'amore e alla passione, la Cvetaeva ha sfidato le leggi e la misura degli uomini, rispondendo solo al richiamo della poesia. Settanta anni dopo la sua morte, la passione che permea i suoi versi ed è condizione di esistenza dell'emergere del conflitto cruciale tra esistenza, mondo e Storia, è una fiamma che ancora brucia viva, e ci restituisce una delle più tragiche e amare visioni del Novecento.


Una morte verticale, in una domenica d'estate del 1941, quella di Marina Cvetaeva, perché la verticalità di chi vive si eleva contro l'orizzontalità della morte: un segno fondamentale della dignità e di una mente che non si sottomette alle leggi degli uomini. Orgogliosa, sempre, anche nel chiedere aiuto per mettere insieme almeno un pasto al giorno, Marina non piega le ginocchia nemmeno di fronte al suo passo estremo, al volo agognato e temuto, e compie il suo cammino di passione fino in fondo. Passione: è questa la vita di Marina, "creatura di passioni", sempre controcorrente, nonostante le ostilità del regime sovietico, le difficoltà finanziarie, la deportazione del marito e della figlia, i continui spostamenti. Scrive il marito Sergej Efron in una lettera a Maksimilian Vološin poco dopo la conclusione del travolgente amore tra la Cvataeva e Konstantin Rodzevic: "Gettarsi a capofitto nell'uragano è divenuto per lei necessità, aria della sua vita. Chi sia oggi la causa scatenante dell'uragano - non importa. Quasi sempre (oggi esattamente come prima), anzi, sempre, tutto è costruito sull'autoinganno. Una persona viene inventata, e comincia l'uragano. Se la nullità, la mediocrità della causa scatenante vengono scoperte presto, Marina si abbandona a un'altrettanto uraganesca disperazione. È una condizione, la sua, che si allevia solo con la comparsa di un nuovo amore. Cosa - non importa, importa il come. Non la sostanza, non la fonte, ma il ritmo, il ritmo indemoniato". Questo è il martirio della Cvetaeva, espulsa da tutti i luoghi del mondo e da se stessa, gettata verso una meta che sa non raggiungerà mai: "io sono nata condannata", ad amare e a star male, ad essere amata solo da lontano, nell'aria, dove non si vive.

Marina Cvetaeva

Voland ristampa Le notti fiorentine di Marina Cvetaeva, pubblicate da Mondadori nel 1983, tradotte e curate da Serena Vitale, che ha rivisto integralmente la traduzione italiana anche alla luce della pubblicazione nel 1997 del testo russo originale. 28 anni dopo, torna disponibile in libreria questo libro bellissimo, con sostanziali modifiche anche nell'introduzione della Vitale. Un gruppo di lettere scritte da Marina tra giugno e luglio 1922 a Berlino, indirizzate ad Abram Višnjak, proprietario e direttore della casa editrice Elicona, editore delle raccolte cvetaviane Separazione e Mestiere, che formano un piccolo trattato sull'amore. Il titolo omaggia Le notti fiorentine di Heine, che proprio Marina avrebbe dovuto tradurre per Elicona.
Pieno, dirompente come un fiume in piena, alto e profondo, è il sentire della Cvetaeva e la scrittura che lo traduce in parola - una parola che continuamente si incaglia nell'amara constatazione della propria inabilità a vivere.

"Vivere vuol dire tagliare e infallibilmente sbagliare e poi rattoppare - e nulla tiene (e nulla ti appartiene, e non si tiene più a nulla...).
Ogni volta che cerco di vivere mi sento una misera sartina che non confezionerà mai niente di bello, che riesce soltanto a far guasti e ferirsi, e che lasciando all'improvviso tutto - forbici, pezze, rocchetto - si mette a cantare. Davanti a una finestra dietro la quale piove in eterno".


Marina Cvetaeva con la prima figlia Ariadna Efron. Ariadna Efron ricorda la madre in Marina Cvetaeva, mia madre (La Tartaruga, 2003), dedicandole pagine dense di un amore senza confini e di ammirazione per la creatura elusiva e selvatica che fu.
L'amore della Cvetaeva è assoluto, accecante, altero, unico nella sua identità - "doppia identità: con l'amato e con me stessa" -, esagerato nella sua statura:

"Io non vi amo né tanto, né a tal punto, né fino a... - io vi amo così. (Non vi amo tanto, vi amo come.) Oh, molte donne vi hanno amato e vi ameranno con maggior forza. Tutte - di più. Nessuna - così".

Ma accanto alle sentenze lapidarie e implacabili indirizzate a Višnjak, ai rimproveri per l'allontanamento progressivo dell'amante che spesso suonano come minacce ("Se dormite tranquillo, lo dovete a me. Avrei potuto essere cattiva come le altre..."), convivono momenti di dolcezza e abbandono, e poi eros puramente animale, fuoco della carne, desiderio di avere l'amante vicino.
La Cvetaeva è sempre consapevole che, implacabile come una condanna, inevitabile, "tombalmente", verrà la notte e l'oblio totale dell'amore che ora la divora: una certezza che le deriva dal fatto che il suo amore è un monologo, un canto per voce sola, una recita che inizia e si esaurisce nello spazio della sua anima. Ne è testimonianza L'ultima delle notti fiorentine e la Postfazione, che a conclusione della parabola amorosa, svela la faccia reale, postuma, delle cose, la crudele lucidità, freddezza e matematica precisione dell'amore finito:

"Il mio totale oblio e il mio assoluto totale non-riconoscervi, oggi, non sono altro che la tua presenza assoluta e il mio assorbimento totale di ieri. Quanto eri - tanto oggi non sei più... Una presenza così può diventare soltanto un'assenza così".

L'amore è così, vivisezionato, chiaro in ogni sua sfumatura. Senza la poesia, rimane nudo, derelitto, come una spiaggia che conserva i segni di un'alta marea, come cenere una volta che il fuoco è spento:

"È l'anima che si vendica ritirandosi da voi... ed eccovi ora nudo come una spiaggia con i resti della mia marea - zoccoli, assi, tappi, frantumi, pietruzze - le mie poesie, con cui giocate come il bambino che voi siete. È l'anima che si vendica, accecandomi fino a farmi dimenticare i vostri tratti, illuminando quelli reali, che non avrei mai amato".


Marina Cvetaeva - Le notti fiorentine
Titolo originale: Neuf lettres avec une dixième retenue
Traduzione e cura di Serena Vitale
85 pagg., 10 € - Edizioni Voland 2011 (Sírin Classica)
ISBN 978-88-6243-099-9


L'autrice


31 agosto 2011 Di Sandra Bardotti

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