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Recensione

Le Le figlie perdute della Cina copertina
  • Xinran
  • Le Le figlie perdute della Cina
  • Longanesi
  • 2011

Le figlie perdute della Cina di Xinran

"All’improvviso, finalmente, compresi. Ero inorridita. Possibile che l’avessero abbandonata alla stazione di Xi’an? Ma era chiaro che sua moglie stava aspettando un altro bambino, e se avessero avuto già una figlia non avrebbero potuto nascondersi in alcun luogo. L’Ufficio per la pianificazione delle nascite non avrebbe dato loro tregua e li avrebbe perseguitati con severità. Quei genitori avevano abbandonato davvero la loro figlioletta nel cuore della notte in un luogo estraneo? Quasi non osavo pensarlo…"

Centoventimila orfani cinesi adottati all’estero alla fine del 2007, quasi tutte bambine.
Non si hanno dati per le neonate soppresse alla nascita: è come se non si fossero mai affacciate su questo mondo. E non è neppure esatto parlare di ‘orfani’, perché la parola presuppone che i genitori siano deceduti.
Le bambine adottate sono le bambine fortunate che sono state abbandonate davanti alla porta di un orfanotrofio, o di un ospedale dove sono state soccorse e salvate. A volte sono state lasciate nei gabinetti pubblici, o vicino a raccoglitori di immondizie, e allora è stato veramente per una qualche forza vitale nei loro corpicini se sono riuscite a sopravvivere.

Partendo da questi dati sconvolgenti la giornalista e scrittrice Xinran ha svolto delle ricerche, ha ascoltato confidenze e confessioni, cercando di capire e di spiegare nel suo libro Le figlie perdute della Cina il perché di questo femminicidio che dura tutt’ora, nel secolo XXI, quando è diffusa la convinzione di vivere in un mondo civilizzato. Come se il vertiginoso progresso tecnologico potesse di per sé sconfiggere la barbarie.


Nella nota introduttiva Xinran cita le due cause principali del fenomeno, una che affonda nel passato e una recente che si è innestata sull’altra.
Senza riandare al sistema di distribuzione della terra iniziato 2000 anni avanti Cristo, tra il 600 e il 900 dopo Cristo fu stabilito che le donne non dovessero ricevere nessuna porzione di terra: i maschietti erano la fonte della ricchezza famigliare.
Quando poi, nel 1979, per rallentare la crescita demografica della Cina, fu formulata la legge che permetteva un solo figlio per ogni coppia, il destino delle bambine fu segnato.
Se il primo figlio che veniva al mondo era una femmina, era eliminata: è così facile uccidere un neonato.
La scrittrice ricorda di essere capitata in visita ad una famiglia mentre una donna stava partorendo. Ricorda l’atmosfera di spasmodica attesa dell’evento, il silenzio che era seguito, come se non fosse successo nulla. Lei aveva visto dei piedini sporgere dal secchio dell’acqua sporca.

Nello stesso tempo in cui Xinran svolgeva la sua indagine, conduceva pure un programma radiofonico diretto alle donne. Non solo era molto conosciuta, ma aveva anche un suo modo garbato, empatico, istintivo, di attirare le confidenze: Xinran sapeva ascoltare. E sapeva piangere insieme a chi le raccontava la sua esperienza.
Ogni capitolo è una storia, ogni capitolo aggiunge qualcosa. Parlano le mamme (“le mamme delle bambine hanno tutte lo strazio nel cuore!”), ricordano la sofferenza, si soffermano su dettagli di visetti e manine di cui hanno goduto per così poco tempo, si chiedono che vita facciano le figlie, se siano state adottate, se i loro nuovi genitori sapranno renderle felici.
Si domandano soprattutto che cosa penseranno le figlie di loro, le mamme che le hanno abbandonate.



Parla una levatrice
, specificando la differenza del compenso se il bimbo che aveva aiutato a nascere era un maschio o una femmina (e allora il prezzo comprendeva anche l’eliminazione).
Parla una donna che ha lavorato in un orfanotrofio (con le adozioni internazionali è scoppiato il boom degli orfanotrofi).
Parla un padre in fuga per far partorire la moglie dove nessuno li conosca: hanno già abbandonato quattro figlie sui marciapiedi di stazioncine. Xinran ha negli occhi la bimba che ha visto lei - un anno e mezzo, aveva risposto al suo saluto, Xinran non si era resa conto che fosse rimasta sola, là, lungo il binario del treno.

Le testimonianze raccolte da Xinran servono da sfogo accorato e, soprattutto, per far sapere alle bambine cinesi adottate all’estero che le loro mamme le hanno amate, le amano ancora, non passa giorno senza che pensino a loro. Che alcune di queste mamme hanno tentato il suicidio, che alcune sono riuscite a morire, perché non sopportavano il peso della colpa, lo strazio nel cuore per averle dovute abbandonare.

Avevo già letto dei romanzi con storie delle ‘figlie perdute’ della Cina, ma il libro di Xinran, con lo stile narrativo svelto e vivace che alterna il suo punto di vista con le voci parlanti delle persone intervistate, ha un’impronta così reale che l’impatto doloroso è più forte.
Come donna mi sono chiesta quale sarebbe stato il mio destino alla mia nascita, se fossi venuta al mondo in Cina.
Come madre di tre figlie mi sono domandata quale sarebbe stata la sorte delle mie bambine. E se sarei stata capace di sopportarla, o avrei cercato di avvelenarmi ingerendo del detersivo come la lavapiatti infelice del libro di Xinran.


Xinran - Le figlie perdute della Cina
Titolo originale: Message from an Unknown Chinese Mother
Traduzione di Valentina Quercetti
244 pag., 17,60 € - Edizioni Longanesi 2011
ISBN 978-88-304-3006-8



L'autrice



06 luglio 2011 Di Marilia Piccone

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