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Recensione

H2Oro. Perché l'acqua deve rimanere pubblica copertina
  • H2Oro. Perché l'acqua deve rimanere pubblica
  • EMI
  • 2011

H2Oro. Perché l’acqua deve restare pubblica, di Ercole Ongaro e Fabrizio di Giovanni

Prefazione di Dario Fo
Regia di Felice Cappa


300 repliche in tutta Italia, insignito nel 2006 della targa d’argento dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, lo spettacolo H2Oro affronta i temi della privatizzazione dell’acqua. Il libro edito da EMI, contiene il testo e il filmato di questo esempio di teatro-documento diretto da Felice Cappa. Completa e impreziosisce la pubblicazione la prefazione del Premio Nobel per la letteratura, Dario Fo.

Lo spettacolo H2oro debutta il 12 gennaio 2006 a Cologno Monzese. Da allora la l’associazione culturale e teatrale Itineraria ha collezionato 300 repliche in quasi tutte le regioni d’Italia animando dibattiti sul tema della privatizzazione dell’acqua. Un tema quanto mai attuale a pochi giorni dai quesiti referendari. Il volume H2Oro (libro + dvd) edito da Emi, è firmato da Fabrizio De Giovanni, attore e autore teatrale, tra i fondatori di Itineraria, attiva, collaboratore di Dario Fo e Franca Rame ed Ercole Ongaro, saggista di storia contemporanea, direttore dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea. Il sottotitolo della pubblicazione, Perché l'acqua deve restare pubblica, potrebbe anche essere letto con tono interrogativo, come se ci fosse un punto di domanda. Questo ci spinge ad informarci, a prendere coscienza delle problematiche legate acqua, un bene comune essenziale. Quali sono le nostre responsabilità rispetto alla sua gestione? Questo libro/spettacolo affronta appunto i temi della privatizzazione, il ruolo delle multinazionali, il tema degli sprechi e delle guerre per l'acqua.

Ercole Ongaro e Fabrizio di Giovanni - H2Oro. Perché l’acqua deve restare pubblica
Prefazione di Dario Fo
96 pag., 13 euro- EMI (Fuori collana) 2011
ISBN 9788830720091


Video dello spettacolo


Prefazione di Dario Fo

La visione che del cosmo ci diedero gli scienziati antichi, diremmo primordiali, sulla dimensione dell’universo è a dir poco minimale. Anche nelle prime pitture di duecento secoli avanti Cristo la Terra è collocata nel centro del disegno e un numero ristretto di astri gira intorno al nostro pianeta. Il sole sta in disparte. Il suo compito è solo quello di illuminarci. Poi è successo che l’uomo al tempo di Galileo Galilei si inventò il primo cannocchiale e proprio Galileo fu un fanatico utilizzatore di quello strumento. E così, puntando gli occhi nell’Universo all’istante gli apparvero centinaia, migliaia di nuove stelle che nessuno pensava esistessero. A questo punto qualcuno pensò: vuoi vedere che in quello sconfinato marasma ci si può trovare una gemella del nostro pianeta, con l’aria, gli animali e magari uomini simili a noi e gli alberi e il cielo e l’acqua? Acqua! Per me questa parola ha un grande significato. Poiché posso ben dire d’esser nato e cresciuto dentro e sull’acqua. Questo magico ambiente era determinato dal Lago Maggiore, che per i miei occhi a quel tempo era un universo intiero. Il lago non era solo una conca piena di liquido azzurro carico di riflessi argentei e proiezioni di montagne che si specchiavano sdraiandosi su quel piano liquido e pulito, ma era un ambiente vitalissimo, con pesci di centinaia di specie diverse, pesci che saltavano a banchi, e uccelli che davano loro la caccia gettandosi in evoluzioni stravolgenti, barche di pescatori e di contrabbandieri che scivolavano leggerissime fra le onde e noi ragazzini che ci si tuffava dalle rocce che sorgevano dai punti più fondi. L’acqua era proprio il nostro ambiente naturale. Ci si nuotava, si giocava inseguendo ragazzine che gridavano fingendo spavento e poi si immergevano fin sul fondo, sfidandoci a seguirle. Si beveva quell’acqua senza preoccuparci se fosse o meno pulita. Ma che dico pulita? Pura!, come appena sgorgata dalla fonte, che stava giusto lassù, in cima alle montagne. Allora non c’erano imbottigliatori d’acqua intorno al lago e nemmeno fra i bricchi delle valli. Le fonti cosiddette miracolose per la salute erano numerose e diverse da non crederci... C’erano acque leggermente amare e altre con un fondo quasi profumato, acque che guarivano malanni alla pelle e al ventre e poi i «bagni» a mezza montagna, dove le donne che faticavano a restare gravide si immergevano e spesso riuscivano nel loro intento: di lì a poco il loro ventre si ingrossava... qualcuno andava dicendo che intorno a quelle valli c’erano giovani che aiutavano quel miracolo. Nelle leggi dei Comuni lacustri c’erano regolamenti severi contro chi inquinava quell’acqua versando magari residui di tintoria o scarichi di fabbrica. Ho visto officine chiudere da un giorno all’altro su ordine del mastro delle acque, un evento che oggi sarebbe paradossale e assurdo soltanto a pensarlo. Mi fece grande impressione venire a sapere a scuola che noi esseri umani, così come gli animali, eravamo composti in gran parte d’acqua e altrettanto valeva per le piante e i fiori. Sulla Valtravaglia una doccia altissima d’acqua precipita da più di trecento metri a picco. Sotto, a poca distanza, c’è una chiesa romanica del 1000, si chiama Santa Maria dell’Acqua Chiara e sul transetto c’è scritto in un latino dialettale: «Sacra è l’acqua di questa fonte. Rispettala, tienila da conto, offrila a chi ha sete e benedici pure i nemici tuoi ma non trarre mai vantaggio da essa: è sacrilegio, poiché se ne trai profitto Dio si sente offeso».

© 2011 - EMI



07 giugno 2011  

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