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Recensione

Scuote l'anima mia Eros copertina

Scuote l'anima mia Eros di Eugenio Scalfari

Esiste uno stretto rapporto tra l'individualità e la volontà di potenza e un rapporto altrettanto stretto tra l'individualità e la tristezza. Potere e tristezza sono infatti i due elementi dominanti dell'epoca che stiamo vivendo; il primo è un istinto, una sopravvivenza espansiva e aggressiva; il secondo, la stanchezza per lo sforzo appena compiuto, il senso di vuoto che segue il piacere della conquista, un desiderio improvviso di dimenticanza.

Dalle origini della nostra cultura fino alla modernità: di nuovo Eugenio Scalfari si mette in viaggio "per l'alto mare aperto" del pensiero occidentale, partendo dalla culla della civiltà, la Grecia, patria degli dei e degli eroi, per toccare l'Europa intera, in un cammino diacronico che si svolge nei luoghi dell'anima, quelli tra psiche e mente, tra istinto e coscienza. In questa sua bellissima e rigogliosa vecchiaia, Scalfari sente che il bilancio è figura della sua esistenza, vissuta sempre in prima linea, nell'impegno e nella fedeltà a se stesso. Così, dopo Per l'alto mare aperto (Einaudi 2010), rivisitazione del percorso della modernità, da Ulisse a Joyce passando per Nietzsche, arriva in libreria Scuote l'anima mia Eros (Einaudi), resoconto di una pace guadagnata, della conquista di quello spazio immobile, sospeso, conciliato, tra passione e razionalità, tra dionisiaco e apollineo. Un piccolo testamento che non rinuncia mai alla luce della speranza e dell'allegria, è questo saggio che Scalfari consegna ai posteri. Una eredità che si lascia pervadere dal segno femminile, a partire dal titolo saffico, lungo un tragitto complementare al precedente lavoro, incentrato sul maschile, sull'impeto irrefrenabile a penetrare l'essenza delle cose di Ulisse. 

Protagonista è sempre l'Uomo, e il suo rapporto con il Divino e la trascendenza. La ricerca dell'Assoluto sta alla base di ogni ragionamento sugli istinti elaborato dalle culture e dalle religioni fin dagli albori della civiltà. Di fronte all'oggetto assoluto si è sempre posto l'uomo, questo soggetto relativo e molteplice, anelante alla conoscenza della cosa in sé dalla complessità e ricchezza della sua finitudine.
Per questo motivo, Scuote l'anima mia Eros rientra nel solco di un viaggio intrapreso da Scalfari con Incontro con Io, e proseguito con L'uomo che non credeva in Dio fino a Per l'alto mare aperto, ma che ha il suo inizio nella splendida stagione dell'adolescenza, quando la mente si apre al mondo, impara a conoscere, si scontra con l'amore e con le responsabilità.


Gian Lorenzo Bernini, Apollo e Dafne (particolare), 1622-25.

Intorno al Cinquecento la cultura laica pone l'individuo al centro della storia. L'individualismo diventa il canone della modernità, determinando un rapporto dialettico tutto nuovo tra uomo e senso religioso. In questa prospettiva la lontananza dalla totalità si fa siderale e costitutiva, e la solitudine è il derivato inevitabile della scissione irreparabile dal divino. Oggi lottiamo sempre più aggressivamente contro la ghigliottina del tempo, alla ricerca disperata e melanconica di una unità ritrovata. Viviamo nel tempo con tracotanza, dimenticando che proprio in quella corrente e nell'abbandonarsi ad essa è possibile trovare il senso della vita: nel manifestarsi del nostro essere e dell'umanità che ci distingue dalle altre specie nel flusso turbinante della temporalità che ci trasporta e ci nutre. Nella dimensione dell'umano, e solo in quella, si trova il sentimento e la coscienza di se stessi e degli altri - siamo pensiero in grado di pensare se stesso -, "il miracolo della vita piena" che concilia tristezza, amore, desiderio, allegria, gioia, amicizia, sgomento, dolore, solitudine.
Guida lungo il cammino sarà Eros, il grande Protagonista delle nostre vite. Amore di sé, amore per l'altro, amore per gli altri, Eros imprime una curvatura erotica agli istinti contrastanti che governano l'essere. Muovendosi attraverso il mito greco, la vita di Gesù, Shakespeare, la musica di Chopin e Beethoven, Goethe, Mann, Proust, per finire con Garcia Lorca e il compagno Calvino, Scalfari onora i suoi maestri e trasmette innanzitutto un amore che si è manifestato nel linguaggio e nell'arte.
Scalfari si rivolge ai giovani, come da tanti anni a questa parte, perché loro è il futuro e a loro è assegnato il più importante e difficile dei compiti: risvegliarsi dalla condizione sospesa del nostro tempo e dall'insano torpore dell'egoismo per andare avanti e oltre. "Mai la separazione tra i giovani e i vecchi è stata così profonda come in questo fine d'epoca. Le figure paternali si sono rinsecchite e svuotate", e all'egoismo dei padri si è sostituito quello dei figli, interrompendo la comunicazione tra generazioni. "Vivetela bene la vostra piccola vita perché è la sola e quindi immensa ricchezza di cui disponete. Non dilapidatela, non difendetela con avarizia, non gettatela via oltre l'ostacolo. Vivetela con intensa passione, con speranza e allegria". Qui sta il centro del discorso di Scalfari, che nella sua bella stagione fa il consuntivo di una vita. Nella passione mai avara di sé l'uomo testimonia la sua infinita potenza e la sua infinita tenerezza: è questo forse il pensiero più caro che Scalfari, con l'eleganza del suo racconto e della sua voglia di raccontare, affida ai giovani.


L'autore


13 maggio 2011 Di Sandra Bardotti

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