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Recensione

Crepuscolo di un idolo. Smantellare le favole freudiane copertina
  • Onfray Michel
  • Crepuscolo di un idolo. Smantellare le favole freudiane
  • Ponte alle Grazie
  • 2011

Michel Onfray - Crepuscolo di un idolo. Smontare le favole freudiane


Freud scrive la sua vita sotto il segno di Edipo. La grande passione incestuosa costituisce la sua colonna vertebrale esistenziale: ciò che il bambino ha vissuto con la madre diventa ciò che il padre vivrà con la figlia. [...] le relazioni con il padre e con la madre, con la moglie e con la cognata, con la figlia prediletta e con gli altri suoi figli, tutto si comprende chiaramente una volta che i fatti vengono illuminati alla luce nera dell'incesto.

La formazione del giovane filosofo Onfray passa attraverso tre numi tutelari, tre fari che rischiarano la notte in cui si dibatte senza posa un ragazzo dei primi anni settanta. Anni segnati da una forte impronta ideologica.
Nietzsche, Marx e Freud sono i poli di una triade che Onfray impara a rispettare sin da giovanissimo, e la cui conoscenza approfondirà nel corso degli anni successivi anche nelle vesti di insegnante.
Ma se nei confronti di Nietzsche l’ammirazione è ancora viva, e nonostante oggi si senta più vicino a una concezione piuttosto proudhoniana che marxista del socialismo, il divorzio più clamoroso Michel Onfray l’ha consumato con il padre della psicoanalisi.
È Freud ad essere messo violentemente in discussione in questo “Crepuscolo di un idolo”, che si propone di fare nei confronti della psicoanalisi quel che il “Trattato di ateologia” faceva con le religioni.
Ossia: riportare nell’alveo che più le compete la teoria freudiana, contestandone la pretesa scientificità e considerandola alla stregua di una filosofia, con tutto ciò che da questo “trasloco” discende.
Per compiere quest’opera di “smantellamento delle favole freudiane”, Onfray comincia col redigere un elenco di punti; meglio, di “cartoline illustrate freudiane”, sentenze semplificatorie che campeggiano sulle pareti di chiunque accetti il dogma che la psicoanalisi rappresenta da cent’anni a questa parte, senza cercare di cogliere il disegno complessivo che le unisce, e trascurando i legami contraddittori ma evidenti che questi cliché intrattengono con la biografia di Freud.
E quindi: l’universalità del complesso di Edipo non è poi tanto universale; la scomparsa dei sintomi di un disagio a seguito della presa di coscienza del contenuto la cui rimozione causa quello stesso disagio è un placebo temporaneo; la scientificità della psicoanalisi viene certificata da osservazioni cliniche falsate. E così via.
Onfray conduce una vera e propria indagine, cogliendo relazioni e discrepanze fra l’immagine pubblica che Sigmund Freud volle ostinatamente dare di sé e la persona che viene fuori dai carteggi epistolari, dalle testimonianze di persone che ebbero a che fare con lui, dalle molte contraddizioni di cui è imbastita la sua opera.
Il bluff di cui Onfray accusa Freud è la pretesa di fondare l’efficacia della psicoanalisi sull’universalità di alcuni meccanismi che presiedono al funzionamento delle istanze psichiche, e segnatamente di quell’inconscio nelle cui profondità Freud osò – per primo, a suo dire – tuffarsi, riportando in superficie un modello ottimo per esorcizzare alcune nevrosi ben radicate nella società borghese di cui egli stesso era un fulgido esponente.
L’attenzione, naturalmente, va posta in misura uguale ai concetti e al linguaggio, perché proprio nelle metafore e nei toni che Freud adotta c’è il primo termometro della non scientificità della sua opera.
Ma allora perché il “freudismo” - inteso come tutto il pensiero che a partire dal “cantiere” avviato da Freud si è prodotto - ha prosperato così bene e così a lungo nel corso del ventesimo secolo, e periodicamente trova nuovi interpreti pronti a rinnovarne il “verbo”, declinandolo secondo i dettami del periodo in cui si trova ad operare?
Innanzitutto, sostiene Onfray, perché “ha fatto entrare il sesso nel pensiero occidentale dalla porta principale”, mentre l’Europa cristiana lo teneva alla porta praticamente da sempre.
Poi, in ordine rigoroso di citazione, grazie alla rete efficientissima e capillare che Freud ha saputo organizzare, ricalcando gerarchie e disciplina tipiche della Chiesa cattolica, apostolica e romana.
Infine, la semplicità - potremmo dire l’economicità – offerta da una soluzione di sapore metafisico ad ogni problema che possa assillare un mondo rimasto a secco di metafisica: l’inconscio.
Onfray scrive con passione, come d’altra parte fa spesso, e il suo saggio presenta pagine animate da quel fuoco che sempre si ravviva nel parricidio filosofico.
Ma il suo punto d’osservazione rimane interno - nella lingua e nei contenuti - alla disciplina cui egli vuole ascrivere l’opera di Freud per poterne poi eventualmente valutare l’effettiva validità da un punto di vista filosofico, e naturalmente Onfray è anche troppo intelligente per non sapere che uccidere il padre (quel padre che Freud è stato in certa misura per lui) è un gesto molto freudiano. È freudiano al punto da poter far pensare - senza nulla togliere all'impressionante exploit conseguito dal nostro, e anzi rendendone la lettura ancora più interessante - che questo suo assassinio messo su carta e disvelato al mondo intero, sia in realtà un esorcismo compiuto dal lettino.

Michel Onfray - Crepuscolo di un idolo. Smantellare le favole freudiane
482 pagine, 22 euro - Ponte alle Grazie
ISBN 9788862202565



L'autore


14 aprile 2011  

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