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Recensione

La La carta e il territorio copertina

La carta e il territorio di Michel Houellebecq: cronaca di una morte annunciata

Si rese conto che avrebbe lasciato adesso quel mondo di cui non aveva mai fatto veramente parte; i suoi rapporti umani già poco numerosi si sarebbero esauriti uno alla volta, sarebbe stato nella vita come lo era adesso nell’abitacolo dalle rifiniture perfette della sua Audi Allroad A6: tranquillo e senza gioia, definitivamente neutro.

È uscito per Bompiani l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, La carta e il territorio, con cui il criticato scrittore francese si aggiudica quest’anno il prestigioso Premio Goncourt. Un romanzo già molto discusso per certe accuse di plagio mosse all’autore, a cui si aggiungono le solite vetuste polemiche sulla sua figura di scrittore “maudit”. Certo è che La carta e il territorio è un bellissimo romanzo e una potente riflessione sulla società, sulla figura dell’artista e sulla letteratura contemporanea, come ve ne sono poche di questi tempi. E rappresenta anche una tappa importante nella carriera letteraria dello scrittore, che fin dai primi romanzi ha evidentemente cercato di tracciare un percorso narrativo autobiografico ascendente, e qui sconfina addirittura oltre se stesso, mettendosi in scena come personaggio co-protagonista accanto a Jed Martin, artista di successo mondiale, dal quale gli viene commissionata un'introduzione al catalogo di una mostra. Ma c'è di più, perché Houellebecq vivrà sulla carta anche la propria morte. Una morte simbolica, ovviamente, a cui segue una piccola parodia finale del noir, genere che oggi domina il mercato letterario. Una morte che forse contiene in sé anche alcuni aspetti apotropaici, ma soprattutto dichiara l’inutilità di una soggettività trascendentale a cui attribuire il senso e il significato di un testo, in una società tardocapitalista votata al dio della merce, all’accumulo insaziabile di oggetti e alla ostentazione di un apparente benessere acquisito.
Anche la letteratura e l'arte fanno parte di questo processo commerciale. Come si può pensare che una rappresentazione artistica del mondo sia possibile, in una società individualista e razionale, priva di autenticità, emozione e magia? È impossibile scrivere un romanzo, afferma Houellebecq personaggio, per la stessa ragione per cui è impossibile vivere: a causa delle pesantezze che si accumulano quotidianamente. Fino a quando non appare un nucleo di necessità, di cui l’autore, finora bloccato in una inazione angosciante, consapevole di non svolgere nessun atto decisivo nel processo creativo, si fa strumento. Ecco, allora, che appunti e frasi si compattano come un blocco di cemento, e tutto il processo diventa irrefutabile. Il romanziere non è certo deputato a tirare nessuna morale, offre un’opera aperta, e finirà addirittura assassinato in essa.

Le pagine più belle di Houellebecq sono senza dubbio quelle in cui egli si lascia andare alla riflessione sulle idee. Houellebecq sa parlare del nostro tempo come pochi altri scrittori, perché lo abita e ne è intrinsecamente permeato. Un maestro dell'analisi del sistema di produzione occidentale, dello sgretolamento dei corpi, dei rapporti e della memoria, procedendo con distacco e minuzia scientifici, con la precisione di un etologo, fuori da ogni processo narrativo di tipo magico-evocativo. Ma, a differenza dei romanzi precedenti in cui trionfava la descrizione del degrado dei sentimenti e delle relazioni umane, con un cinismo spinto alle estreme conseguenze, ne La carta e il territorio rimane solo una debole traccia dei temi cari a Houellebecq, sebbene siano comunque presenti. L’ossessione verso la sessualità, il pessimismo, la polemica, la miseria affettiva, la riflessione anti-religiosa, non vengono meno, ma sono come trattati in sordina. Il disincanto prevale su tutto, e si aggiunge a ciò il sentimento tragico della pietà verso l’umanità che arranca incapace di abbandonarsi alla natura, ossessionata da ambizioni egoistiche, preferendo la carta, l’interpretazione e l’arrogante elaborazione culturale, al territorio. Del resto, è l’essere umano stesso che è diventato un mero prodotto commerciale e culturale.

L'insensata competizione per il trionfo quantitativo, la perdita di ogni valore che non sia commerciale, può risolversi solo in un processo autodistruttivo e prefigura un crollo verticale. La riscoperta di itinerari eno-gastronomici promossa dalle guide Michelin non è certo un ritorno a un passato autentico. La campagna e le tradizioni sono tornate ad essere trendy, rivisitate per clienti chic desiderosi di riscoprire le bellezze del territorio in tutto il comfort e l’agiatezza di un agriturismo pagato oro. Dunque, nello spietato mercato dell’arte e della cultura, l’unica soluzione per l’artista, ultimo rappresentante dell’artigianato cui la produzione industriale ha inferto un colpo fatale, è la via della solitudine, perché “la vita talvolta offre un’opportunità, ma quando si è troppo vigliacchi o troppo indecisi per coglierla, essa si riprende le sue carte; c’è un momento per fare le cose e per entrare in una felicità possibile, tale momento dura qualche giorno, talvolta qualche settimana o persino qualche mese ma si verifica solo una volta, soltanto una, e se in seguito si vuole tornare sui propri passi è semplicemente impossibile, non c’è più posto per l’entusiasmo, la convinzione e la fiducia, rimangono una rassegnazione dolce, una pietà reciproca e rattristata, la sensazione inutile e giusta che qualcosa avrebbe potuto esserci, che ci si è semplicemente mostrati indegni del dono che ci era stato fatto”.
Una riflessione amara che sembra aprire a toni nuovi e a una nuova stagione narrativa per Houellebecq.


L'autore


03 dicembre 2010 Di Sandra Bardotti

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