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Recensione

Sangue di cane copertina

Sangue di cane di Veronica Tomassini

Polacco. Il miglior uomo che mi potesse capitare. Polacco. Il tuo sangue scorre nelle vene di mio figlio. Il tuo sangue, le tue lacrime, il tuo seme è ciò che reclamo ancora nei segreti del mio corpo, un corpo che non smette di agitarsi al solo pensiero di una carezza polacca, di un bacio polacco, di un amore polacco.

Leggi l'intervista a Veronica Tomassini


Le città sono testi da leggere, c’insegna la semiotica. Del resto, la narrazione nasce dalla realtà e vi ritorna, accogliendo e trasfigurando i segni e i processi di significazione che compongono il sistema di comunicazione del reale. Una città è un universo di storie possibili, tutte ugualmente degne di essere narrate e ascoltate. Eppure ci sono storie di difficoltà e degrado che in pochi si avventurano a conoscere e raccontare. Vicende al limite, che si svolgono quotidianamente sotto i nostri occhi, quasi sempre consumate nell’indifferenza generale della nostra ricca società. Così nelle città che abitiamo si nascondono miriadi di città invisibili popolate da chi non ha una casa, da chi arriva da un paese lontano, da chi vive di espedienti, senza affetti, e spesso cerca rifugio e sfogo nell’alcol. Sławek è uno di questi. Polacco, semaforista di professione, sopravvive con le elemosine che sempre più di frequente destina interamente alla vodka. Durante la notte trova riparo in edifici abbandonati o tra le gambe di qualche prostituta. Di lui si innamora la protagonista, una giovane donna di Siracusa: un amore inevitabile, necessario, esigente, totalmente indifeso. Un amore a cui è impossibile sottrarsi, anche se destinato a dannarsi nell’incomprensione di tutta la comunità. Un amore da cui nascerà un figlio, Grzegorz, che comunque non potrà acquietare il dissenso dei genitori e dei conoscenti della protagonista, e che soprattutto non servirà a cambiare i destini delle persone. Perché Sławek non potrà mai smettere di essere un abisso. Un amore che si rivela essere fin dall’inizio un lungo calvario di dolore, la via crucis di una donna che assume su di sé il peso del peccato dell'umanità che si crogiuola nel suo benessere, pur senza prospettive di redenzione e consolazione. Sangue di cane porta con sé anche un segreto ma umano desiderio di sofferenza, di sporcizia e di auto-umiliazione che non può essere arginato da nessuna teoria della ragione.

Sangue di cane non è solo una storia d’amore finita male, malissimo. Sangue di cane è la storia di un amore assoluto, e che quindi non può che finire male, malissimo. Scritto sotto forma di lunga lettera d'amore, Sangue di cane ci conduce tra gli ultimi, tra chi vive alla deriva, ai margini della società, tra chi non ha niente e niente da perdere. Anime morte, che scontano il loro inferno in vita, confinate e abbandonate a un destino di umiliazione e morte, nel ventre orrendo e misconosciuto della Siracusa dell’immigrazione clandestina. Nostri simili e fratelli, ma invisibili, reietti, creature che popolano un mondo che sembra procedere parallelo al nostro.
Quella della protagonista del romanzo della Tomassini è una dolente discesa all’inferno, dove non arriva né la voce della coscienza né l’opinione della comunità, guidata dalla consapevolezza di non potersi sottrarre alla forza del destino e dell’amore. Una forza inevitabile e necessaria, perché l’amore ti dà una grandiosa possibilità, quella di rinascere con l’illusione di poter essere quello che si vuole, non quello che si deve né tanto meno quello che si è. Votata a Sławek, diventata “puttana d’Albania”, pronta ad accettare tutto come Sonja, che accompagna Raskolnikov in Siberia. E c'è un vero e proprio universo dostoevskjano dietro questo romanzo che si configura come un'epica slava, ricca di riferimenti soprattutto alla grande letteratura russa dell'Ottocento.


Rappresentazione dell’indiscutibile e indefettibile amore di Dio, questo romanzo è gremito di riferimenti biblici, richiami alla pietas e all’amore cristiano. Pietas che non sconfina, fortunatamente, nel pietismo, ma che è creaturalità, abnegazione religiosa, amore cristiano che tutto sopporta e tutto perdona. È così eccezionale che sentiamo che non appartiene alla nostra cultura, questo sentimento di devozione, ma proviene probabilmente dall’est polacco che questa scrittrice ama, dove l’osservanza religiosa raggiunge i massimi vertici in Europa. Forse per questo Sangue di cane è un romanzo a tratti davvero poco italiano.
Eppure non dobbiamo dimenticarci che sono le persone più sfortunate e infelici quelle più amate da Dio, che è pietà e amore, e forse ha vergato per noi questo progetto di salvezza, un disegno superiore, a cui non è necessario dare un senso. L’amore vince e salva il mondo, anche se le modalità attraverso cui la vittoria si esprime non sono immediatamente comprensibili. Dovremmo accontentarci di sapere che l’amore è il miracolo, la rivelazione .


Quello che più d’ogni altra cosa colpisce dell’esordio nella narrativa della Tomassini e rende questo libro un piccolo gioiello letterario, è lo stile: forte e intenso, a tratti lirico, in altri momenti crudo e selvaggio, sempre assolutamente in sintonia con la vicenda che racconta. Uno stile denso, di grande forza evocativa. Una scrittura che non ha paura di sporcarsi le mani. Una prima persona che veicola tutto il senso dell’abisso, che torna continuamente su se stessa per farsi del male, seguendo il ritmo discontinuo della memoria. Una prima persona che impedisce ogni possibile immedesimazione, che scaccia il lettore, che è forte solo della sua irripetibile esperienza. Non è sul piano della comunione che va letto questo libro, perché quella che racconta la Tomassini non è una storia condivisibile. È una storia che nasce dall’urgenza di essere raccontata, che mendica solo di essere ascoltata, e non vuole inserirsi in nessuna prospettiva di redenzione.
È una strada in salita per il lettore - questo è certo - piena di difficoltà, sfiancante, a tratti anche "noiosa" (perché l’amore estremo alla fine stanca). La lettura del libro sembra voler essere una provocazione, un prendere o lasciare, una richiesta senza possibilità di mediazioni, una fatica che mette in conto l'eventualità che non si stabilisca sintonia emotiva ed empatica con la protagonista. Il libro del resto sembra dichiararlo in modo esplicito: non vuole certo mostrarsi attraente, e per questo rifugge ogni accondiscendente climax narrativa, chiedendo che il lettore accetti il patto narrativo, si affidi alla potenza del racconto, senza pretendere di capire e giudicare.

“Signore mio, dammi la forza e la pazienza di accettare quello che non comprendo” .


Sangue di cane ha avuto una singolare vicenda editoriale. Veronica Tomassini forse non smetterà mai di ringraziare Giulio Mozzi, Marco Travaglio e Calogero Garlisi, che hanno letto il romanzo e creduto fin da subito nel suo talento. "La vita può essere davvero bella, svelarsi finalmente, risarcire, finalmente. Giulio ha rappresentato tutto questo, Giulio era la possibilità, la gratificazione, era il mondo che mi si apriva davanti, stavolta senza chiedermi tangenti, senza che per questo dovessi per forza corrucciare la fronte".
Ma lasciamo l'ultima parola a Giulio Mozzi, che su vibrisse ha dedicato numerosi post a Veronica e al suo romanzo: "Vi prego, leggetelo. È una storia d’amore matta e disperatissima, è un romanzo patetico e ridicolo, è una vita che vi viene offerta in dono".


L'autrice


22 novembre 2010 Di Sandra Bardotti

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