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Recensione

Avventure della ragazza cattiva copertina
Mario Vargas Llosa

Avventure della ragazza cattiva


Dal numero 18 di Giudizio Universale la recensione di Roberto Alajmo ad Avventure della ragazza cattiva di Mario Vargas Llosa.

Un’eterna regola della letteratura prevede che si possano scrivere poesie o romanzi d’amore solo in assenza dell’oggetto. Vale a dire quando l’amore non c’è; perché assente, lontano, malato, trapassato, trascorso o infelice. Si può dire anche in altri
modi, ma l’essenza è quella: la felicità altrui risulta sempre noiosa. Sei felice?
E allora? Chi se ne frega? Molto più fotogenica e appassionante è piuttosto l’infelicità, specialmente se riguarda gli altri. È così che il lettore o lo spettatore possono consolarsi della propria precarietà esistenziale: commisurandola col disastro del protagonista
di una finzione. Anche in questo senso la letteratura è un esorcismo.
La regola viene pienamente rispettata nell’ultimo romanzo di Mario Vargas Llosa, la cui protagonista è una di quelle donne capaci di fare impazzire chiunque abbia la sfortuna di innamorarsi di lei.


Per gran parte del libro non ha nemmeno un nome: la cilenita, la peruanita, più tutti i cognomi degli uomini che sposa per la disperazione dell’io narrante, che la chiama
semplicemente Niña Mala, ricambiato da lei con uno sfottente Niño Bueno.
Nel corso di un’intervista, lo scrittore peruviano si è sorpreso che non esista in nessuna lingua del mondo una traduzione soddisfacente di Niña Mala, nel senso in cui viene chiamata fin dal titolo originale. In effetti non esiste magari la traduzione letterale: ma l’archetipo è ben noto a tutte le latitudini, e in certi ambiti gergali e maschilisti esiste una discreta approssimazione di significato. Senza dover ricorrere al più sbrigativo epiteto di Stronza, che pure non difetta di una sua efficacia, esiste pur sempre il termine profumiera.
Dicesi profumiera la ragazza che flirta e non concede, lascia credere e si sottrae adducendo pretesti ogni volta differenti, facendo sentire il profumo di sé – nella versione più triviale: di una parte di sé – senza però mai concedersi completamente. La ragazzaprofumiera viene pubblicamente additata come inaffidabile. Se la conosci
cerchi di evitarla, sebbene ciò non impedisca ai maschi di innamorarsi di lei. A scanso di accuse di misoginia, bisogna dire che al mondo esisterà probabilmente un ugual numero di niños malos. Ma questi sono problemi di Vargas Llosa, che scontando con un sorriso la nomea di scrittore “di destra” potrà vantaggiosamente sorvolare sulla questione.


Il romanzo funziona proprio nella misura in cui scatta il meccanismo di commiserazione nei confronti di Ricardo, colui che racconta in prima persona le diverse fasi della sua vita,
attraversate da questa donna che si materializza ai quattro angoli del mondo, da Parigi a Londra a Tokio a Madrid. Ovunque lo porti il suo lavoro di traduttore e interprete, Ricardito
viene raggiunto dalla Niña Mala, che è sempre lei pur apparendo ogni volta differente. Nell’intervallo fra un’apparizione e l’altra è come se la vita di Ricardo tendesse ad ammosciarsi (e ogni tanto viene il sospetto che stia per ammosciarsi pure il romanzo,
che invece regge), salvo riaccendersi alla successiva incursione della donna. La protagonista appartiene, fra l’altro, alla categoria peggiore, che potrebbe definirsi Mamma-Cicco-Mi-Tocca: come nella famosa storiella è spesso lei a stanare la sua vittima, scuotendolo dalla normalità e irretendolo per brevi periodi, prima di scappare con qualche altro amante più facoltoso. Ricardo la caverà più volte dai guai, suscitando l’indignata solidarietà di amici e lettori, e ogni volta dovrà pentirsene.


Il romanzo arieggia alla lontana le atmosfere da realismo magico comuni a molta letteratura sudamericana (vedasi il capitolo su Arquimedes, il costruttore di frangiflutti) ma tiene sotto controllo i rischi di manierismo grazie a uno stile sorvegliato, con poche cadute di convenzionalità e diverse impennate dello stile, come quando si parla di procurare alla donna un documento falso. Vargas Llosa se ne esce con un giro di parole
molto elegante: “Il sottosviluppo aveva soluzioni pronte, anche se un po’ costose, per casi come questo”. La catarsi finale porta Ricardo, ormai anziano, a sublimare tante pene scrivendo il romanzo che il lettore tiene fra le mani. A conferma dell’assunto iniziale: l’amore è una fonte straordinaria di ispirazione letteraria, ma solo a patto che l’amore stesso si sia spento.


Avventure della ragazza cattiva di Mario Vargas Llosa
Traduzione
: scrupolosa, di Glauco Felici
Se fosse una canzone: Malafemmina
Parola chiave: Huachaferias, espressione peruviana intraducibile. Pacchianeria si avvicina, ma è inadeguato. Scrive l'autore: "è qualcosa di più sottile e più complesso, uno dei contributi del Perù all'esperienza universale. È una visione del mondo e allo stesso tempo un'estetica, un modo di sentire, pensare, godere, esprimersi e giudicare gli altri". Huachafa è, grossomodo, una persona di umili risorse che cerca di mostrarsi maggiore di quel che è. Nel romanzo, Huachaferias sono le affettuosità che Ricardo tributa alla sua innamorata.
Bibliografia essenziale di Vargas Llosa: La città e i cani, 1963
Altra bibliografia: La casa verde, La zia Julia e lo scribacchino, I quaderni di Don Rigoberto, La festa del caprone, Pantaléon e le visitatrici, Chi ha ucciso Palomino Molero? (tutti nel catalogo Einaudi)


di Roberto Alajmo

Vargas Llosa Mario - Avventure della ragazza cattiva
357 pag., 18,00 € - Edizioni Einaudi 2006 (Supercoralli)
ISBN 9788806183776


L'autore



Ecco il sommario del numero 18 di Giudizio Universale. Il mensile che recensisce tutto.

Dalla rubrica fissa di Michele Serra un Signor Rossi qualsiasi introduce allo SPECIALE di questo mese che smentisce il cognome più ordinario d’Italia. È la RIVINCITA del sig. ROSSI con Guido, Vasco, Valentino e gli altri recensiti dai nostri giudici. È tiepido il consenso del sociologo Pippo Russo al mediatico Valentino Rossi: è un mostro della comunicazione, è il perfetto signor Rossi di oggi. Grande invece l’elogio di Giuseppe Berta per il giurista Guido Rossi, disincantato professionista che sa coniugare al mestiere di brillante avvocato una raffinatezza intellettuale fuori dalla norma, seppur negli ambiti di un capitalismo pregnante. La medietà del cognome Rossi, affiancata e riscattatta dall’inusuale nome Vasco è, per il nostro critico, una drastica antinomia: tanto è ordinario, cafone e volgare il signor Rossi quanto Vasco è sensibile, carismatico, quasi divino. Ma agli inizi perchè oggi è decisamente ripetitivo. Da rockstar a sockstar, divo in calzini e pantofole, insomma. È esilarante il nostro Andrea Dusio nella comparazione fra i 3 Paolo Rossi filosofo, attore e calciatore. Merita ogni elogio l’affascinante “voce dei trailer” Alessandro Rossi, doppiatore eccelso che gode di un successo internazionale. Recensisce ironicamente se stesso l’attore Riccardo Rossi molto divertito dai casi di omonimia e dagli equivoci causatigli dal suo nome. Chiude lo speciale e merita anche un elogio la storia dei Rossi di Parma, nobile famiglia sulla breccia dell’onda per secoli e secoli.
In linea con l’umorismo di questo numero l’editoriale del direttore Remo Bassetti apre con un inno alla risata vittima, sempre più, di una generale crisi d’identità. Ma salviamo i bambini, almeno dai compiti a casa, perché è anche lì, nella produttività dell’infanzia, che vanno ricercate le cause di come abbiamo dimenticato il riso.
Risplende la competenza  di Tito Boeri nell’elogio a Edmund Phelp, premio Nobel per l’Economia 2006 e altresì quella di Carlo Flamigni nel tentativo di spiegare la morte e il coma irreversibile del cervello.
A ruota, merita la stroncatura massima di Marco Travaglio il senatore Sergio De Gregorio, presidente della Commissione Difesa, per sua stessa singolare definizione “giornalista e imprenditore” tanto più improbabile come politico. Un paio di soli caldi da Roberto Alajmo a Mario Vargas Llosa e da Giampaolo Rugarli a Hugo Claus ma più severo Giulio Ferroni sull’ultimo Rosa Tiepolo di Roberto Calasso, riservando al mostro sacro una garbata ironia, intinta formalmente nel cultismo ermetico caro al padrone dell’Adelphi.
Da non perdere la mostra a Bologna di Annibale Carracci ma da evitare quella di Tamara de Lempicka. Eccelsi  il Bahamut a teatro di Antonio Rezza  e l’ultimo cd di Caetano Veloso ma si può non comprare quello del guru  Sting.  Apprezzabili al cinema Ken Loach e Martin Scorsese.
Dalle comparazioni sapremo tutto sul caffè e sulle stampe online di foto digitali, dai paralleli di Matteo Di Gesù le affinità letterarie tra Carola Cusani e Carlo Collodi.
Dunque un numero carico di soli  . E chiuso anche così da Massimo Fini nella sua rubrica fissa “Elogi e stroncature” con l’apprezzamento a Joseph Ratzinger.
 
E molto altro ancora. Su Giudizio Universale, solo recensioni, 100 pagine di attualità, cultura, eventi, arte, politica, letteratura, cinema, teatro, passando dalla letteratura all’arte, dai bar ai ristoranti, dal cinema al teatro, dagli illeciti ai processii, dalle radio ai negozi, da tutto ciò che di recensibile circonda il mondo e le idee alle pagine di GU.
Firme illustri e giovani scrittori si cimentano ogni mese nel ruolo di recensori, autorevoli e imparziali. Giudizi e opinioni su tutto in libertà, brillano i soli  o si corre ai ripari sotto agli ombrelli .


07 novembre 2006  

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