Ricerca avanzata
Recensione

Le Le madonne dell'Ermitage copertina
Debra Dean

Le madonne dell'Ermitage



"È incredibile quanto la sua vita sia cambiata. Ora non c’è più nessuno da condurre in visita al museo né opere d’arte da vedere. Ogni giorno percorre la galleria abbandonata, le cui finestre sono rotte o sbarrate da assi. Vicino all’ingresso delle sale sono stati piazzati dei mucchi di sabbia in caso di incendio. E alle pareti pendono file di cornici vuote, una sorta di pegno a testimoniare che un giorno i quadri ritorneranno."

Era un modo per tenere viva la memoria, quello di passare da una stanza all’altra del museo dell’Ermitage illustrando a visitatori immaginari i dipinti che ormai non c’erano più, imballati e trasportati via prima che si serrasse l’assedio dei tedeschi intorno a Leningrado.
Come inventarsi un castello della memoria: a Marina lo aveva insegnato la vecchia guardiana che non sapeva niente di storia dell’arte ma poteva descrivere ogni quadro del museo. Perché senza la memoria non si è nessuno, non esiste né una nazione né un individuo senza la massa dei ricordi che fanno la storia, di un popolo o di un singolo.
Il romanzo di Debra Dean inizia quando Marina è anziana e il morbo di Alzheimer ha cancellato dalla sua mente il ricordo del tempo più vicino, lasciando intatto quello della sua infanzia - l’arresto del padre, la famiglia dello zio archeologo che l’ha accolta, l’amore per Dimitrij che è tuttora accanto a lei, e poi la guerra, il gelo, la fame, i cadaveri per le strade, lo splendido palazzo dell’Ermitage che, per quanto ormai vuoto, per quanto si stia sgretolando per l’incuria forzata, deve essere salvaguardato.
Perché l’Ermitage diventa un simbolo dell’Arte in esso rinchiusa, e l’Arte è eterna, mentre scompaiono gli uomini che l’hanno creata.
E così il racconto, in un continuo alternarsi di presente e passato, di memorie familiari che si intrecciano con quelle di un popolo, diventa una storia del valore della Bellezza e dell’Amore. Marina stessa è una delle “madonne di Leningrado” (il titolo originale del libro), quando Dimitrij la incontra nuovamente in un campo profughi, con un bimbo riccioluto come un Bambin Gesù di Raffaello per mano, e c’è un tipo di amore che non finisce, quello che fa sì che Marina ceda un prezioso pezzo di cioccolata al fagotto di stracci che sta morendo in strada, o quello che si esprime nel tocco delle mani di donne sconosciute sul ventre gravido di Marina, o quello, tenerissimo, dell’anziano Dimitrij per la moglie che non riconosce più neppure la figlia.
È un romanzo incantatore, Le madonne dell’Ermitage, sia nelle pagine che rievocano in bianco e nero il primo terribile inverno di Leningrado assediata, sia in quelle in cui i quadri sembrano animarsi nelle parole di Marina che rivive i suoi giorni di guida turistica- visi di madonne e bambini, gentiluomini e nobildonne, tripudi di cibo e frutta nelle nature morte, nutrimento fantastico per occhi affamati. E se ci coglie la malinconia nel leggere dell’inesorabile decadimento mentale della protagonista, questa viene fugata dalle visite nel “castello della memoria” - e quanto è strano che si possa ricordare anche quello che si vorrebbe dimenticare.
E ci piace pensare che, quando alla fine si perde sull’isola, Marina immagini di aggirarsi non nel bosco ma tra le colonne di marmo, non per i sentieri, ma su per lo scalone di ingresso dell’Ermitage, “Lo progettò l’architetto Bartolomeo Francesco Rastrelli nel Settecento. Notate l’opulenza delle modanature di stucchi dorati…” Aveva spiegato così, con occhi pronti a cogliere il bello, anche ogni dettaglio del garage in cui si era rifugiata, senza sapere più chi fosse o dove dovesse andare. “Mi stava mostrando il mondo”, aveva detto di lei il giovane muratore che l’aveva ritrovata.

Traduzione di Maria Giulia Castagnone


Le prime pagine

Da questa parte, per favore. Siamo in una delle sale con
il lucernario, la Sala Spagnola. Le tre sale con il lucernario sono state studiate per ospitare i quadri più grandi. Alzate lo sguardo. La grande volta e le decorazioni, con tutti quegli arabeschi di stucco dorato, ricordano una torta nuziale. La luce penetra dall'alto inondando il pavimento dì parquet colore del grano, mentre le pareti sono dipinte di un rosso intenso, a imitazione della tappezzeria originale. Ognuna di queste sale è arredata con vasi di squisita fattura e grandi candelabri, e i dei tavoli hanno un intarsio di pietre semipreziose, eseguito secondo la tecnica del mosaico russa.
Osservate il quadro alla nostra sinistra. In esso c'è un tavolo coperto di un pesante tessuto bianco attorno al quale tre contadini spagnoli stanno pranzando. L'uomo seduto al centro alza il boccale di vino come se volesse offrirci da bere. Si stanno divertendo, è chiaro. Il pasto è leggero - qualche sardina, un melograno, una forma di pane - ma è più che sufficiente. E il pane è bianco e abbondante, non quell’ammasso pieno di segatura che troviamo oggi.
I tre piccoli pezzi a cui ha diritto ciascuno di noi hanno il colore e la consistenza delle pietre. A volte ci capitano anche patate che provengono da un orto ai confini della città. Prima dell'assedio, Orbeli, il direttore del museo, aveva ordinato grandi quantità di olio di semi di lino per ridipingere le pareti interne. Ora lo utilizziamo per friggere le patate. In seguito, quando anche l'olio e le patate saranno finiti, faremo una gelatina con la colla che serve a tenere assieme le cornici e ci nutriremo con quella.
L'uomo sulla destra del quadro, quello che pare salutarci, dev’essere l'autore, Diego Rodríguez da Silva y Velázquez. L'opera, appartenente al genere definito bodegones, raffigurante scene di taverna, risale agli inizi del suo periodo sivigliano.

© 2006, Piemme

Dean Debra - Le madonne dell'Ermitage
239 pag., 14,90 € - Edizioni Piemme 2006
ISBN 9788838485466


L'autrice

Debra Dean dopo un carriera di attrice nei teatri di New York, si è dedicata alla scrittura. Ha pubblicato articoli e racconti nelle più prestigiose riviste americane, ottenendo numerosi premi. Vive a Seattle con il marito, noto poeta, e insegna letteratura e scrittura creativa all’università.


23 ottobre 2006 Di Marilia Piccone

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti