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Recensione

Il Il patto. Da Ciancimino a Dell'Utri. La trattativa Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato copertina
  • Ranucci Sigfrido e Biondo Nicola
  • Il Il patto. Da Ciancimino a Dell'Utri. La trattativa Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato
  • Chiarelettere
  • 2010

Il patto. Da Ciancimino a Dell'Utri. La trattativa tra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci con una prefazione di Marco Travaglio

"Ma il diavolo fa le pentole, non i coperchi. [...]
Forse bisogna attendere la fine della Seconda Repubblica per poterne aprire finalmente la scatola nera, come fu per la Prima con Tagentopoli. Forse il patto d'acciaio che lega i trattativisti della prima fase, legati all'Ancien Regime e traghettati nel 'nuovo', e quelli della seconda fase che portò all'accordo e alla Pax Mafiosa è ancora troppo saldo per consentire spiragli di verità. Ma in quel monolite bipartisan cominciano ad aprirsi le prime crepe. E spetta alla libera informazione - di cui Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci sono un ottimo esempio - e alla società civile il compito di vigilare e possibilmente di spalancarle sempre di più. Alla fine la verità, come dimostra anche questo libro, è più forte di tutte le coincidenze, di tutte le censure, di tutte le ragion di Stato, di tutti i coperchi."
dalla Prefazione di Marco Travaglio

"Ilardo descrive un brandello di storia che alimenta i nostri peggiori incubi e il desiderio di sfuggirli".


Difficile parlare di questo libro.
Complicato parlare di questo tema, specie ora che le nuove dichiarazioni di Massimo Ciancimino, uno dei figli di Vito Ciancimino, nell'aula bunker dell’Ucciardone, al processo al generale dei carabinieri Mario Mori e al generale Mauro Obinu (che sono accusati di favoreggiamento aggravato alla mafia) stanno scuotendo il Paese.
Il figlio dell'ex sindaco di Palermo sostiene non solo che suo padre era in affari con i boss di mafia, ma anche che esistessero contatti diretti con molti esponenti politici e complicati giri di investimenti finanziari in settori imprenditoriali.

Insomma, lo scheletro di questo saggio non è completo perché ogni giorno si aggiungono nuovi elementi a comporlo.

Ma le fondamenta restano queste, la storia di un infiltrato dentro Cosa nostra negli anni delle stragi e all'inizio della Seconda repubblica. Un uomo di nome Luigi Ilardo, un "uomo d'onore" al servizio dello Stato che al colonnello Michele Riccio - che fortunatamente registra in parte, conservando i nastri - racconta man mano ciò che ha scoperto, compresi i patti intercorsi fra il potere e la mafia, compreso il luogo in cui si nasconde Provenzano nel 1995: strana, molto strana la faccenda del mancato arresto (Provenzano sarà catturato solo undici anni dopo).
"Per comprendere com'è fatta Cosa nostra - spiega Ilardo a Riccio - deve pensare che Provenzano, come tutti i mafiosi, fa confidenze alle istituzioni, a chi gli può dare buoni consigli. Lui è stato sempre più accorto degli altri e si è tenuto per sé i contatti riservati, quelli buoni. Lo Zio sa dei contatti che Riina ha, ma i suoi non li dice a nessuno. Tutti pensano che Riina sia quello pericoloso, ma è un pupo. La vera mente invece è iddu..."


Di Riina (e delle sue carte scomparse) e Provenzano, di Ilardo, Riccio, del R.O.S. - e di molti altri, naturalmente - si parla nella prima parte del volume. E si riparla nell'ultima, quando viene raccontata la fine dell'infiltrato.
Vito Ciancimino, invece, entra di prepotenza nel capitolo dal significativo titolo "Nel salotto di Ciancimino" e poi arriviamo al cuore del problema con il lungo capitolo dedicato al "Patto", quello tra Stato e mafia in cui i protagonisti cambiano - si alternano i partiti politici, si avvicendano anche i referenti della mafia - ma che sostanzialmente riflette una immagine impressionante di convivenza-coinvolgimento-connivenza e addirittura collaborazione attiva.


Tra i protagonisti di questa storia anche il pentito Nino Giuffré che "aveva fatto il nome di politici importanti e parlato dei loro legami con Cosa nostra", poi "invitato a cambiare le proprie dichiarazioni", Vittorio Mangano, Stefano Bontate, Gaspare Spatuzza, Giuseppe Guttadauro, i fratelli Graviano... Dall'altra parte i magistrati Antonino Ingroia, Gian Carlo Caselli, Nino Di Matteo, Alfonso Sabella...
Ma non sono le sole pedine del gioco, non esistono solamente bianchi e neri, buoni e cattivi, esiste anche uno spazio intermedio con varie sfumature di grigio in cui agiscono i servizi segreti, ed è questo mondo a essere al centro dell'ultima parte del volume, intitolata Facce da mostro .


"È una storia vecchia quella dei rapporti tra spioni e mafiosi. Risale al 1943, allo sbarco degli americani in Sicilia. Una collaborazione che ha un prologo nel 1941, quando alcuni ufficiali della marina statunitense si presentano nella cella del boss Lucky Luciano per chiedergli una mano: nel porto di New York ci sono delle spie naziste, e Luciano, che controlla affari leciti e illeciti dello scalo, può facilmente stanarle. Ed è dunque attraverso Lucky Luciano e i suoi agganci in Sicilia che gli Stati Uniti ottengono le informazioni giuste per attuare lo sbarco sull'isola e garantirsi l'appoggio degli uomini d'ionore. In cambio, i picciotti si occuperanno dell'ordine pubblico.
Con lo sbarco americano Cosa nostra si fa Stato."


Tutto il libro è interessante, ma questa parte - che racconta la nostra storia con uno sguardo davvero diverso - lo è, se possibile, in modo ancor più "totale".
Perché chiarisce molte cose, perché dà un senso ai passaggi successivi, perché ci racconta dove e quando abbiamo (hanno) sbagliato.
Parla degli attentati di Firenze, Milano e Roma, delle morti di Falcone e Borsellino, ma anche di quelle dell'agente Antonio Agostino e di sua moglie, del poliziotto Emanuele Piazza, dell'ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, del presidente democristiano della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, del segretario regionale del Pci siciliano Pio La Torre, del generale Carlo Alberto dalla Chiesa...
In molte di queste vicende c'è "puzza di servizi segreti", come diceva Luigi Ilardo e come riprendono gli autori.
"L'ipotesi degli inquirenti è che qualcuno tra gli alti funzionari dello Stato abbia giocato sporco. E perfino che sia esistito, o esista, una sorta di 'supercentro' composto da tante 'facce da mostro': un braccio armato occulto, utilizzato per depistaggi come quello del Corvo di Palermo, condizionamento della stampa e omicidi eccellenti. Chi sia questo qualcuno, per conto di chi e con quali fini abbia agito o continui ad agire, è una pagina ancora tutta da scrivere".


Restano in sospeso anche le domande alle quali il processo Mori-Obinu ancora in corso dovrebbe dare risposte: "come mai Bernardo Provenzano non è stato arrestato il 31 ottobre 1995? Come mai dopo l'incontro con Luigi Ilardo non sono stati messi sotto osservazione quei luoghi di Mezzojuso che per altri sei anni il boss ha continuato a frequentare?"

gli autori



05 febbraio 2010 Di Giulia Mozzato

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