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Recensione

Diritti e castighi. Storie di umanità cancellata in carcere copertina

Diritti e castighi di Lucia Castellano e Donatella Stasio

Storie di umanità cancellata in carcere

"Il racconto cammina sul terreno vivo dei fatti, compagni di strada di ragionamenti che, altrimenti, apparirebbero utopistici, se non ideologici. Ma seguire il filo rosso - il senso della pena - significa racocntare il fallimento di un sistema, prigioniero di se stesso. La rimozione non paga. Meno che mai in questo caso."

Un libro che esce in un momento in cui le carceri sono nell'occhio del ciclone: troppi morti, troppi abusi, troppi suicidi. Sicuramente alcuni fattori sono noti a tutti: carceri sovraffollate, condizioni di vita orribili, polizia penitenziaria sottopagata e con turni pesantissimi... niente di quello che è oggi il carcere italiano corrisponde al dettato costituzionale che prevede che la pena inflitta a un condannato abbia una valenza rieducativa.
Già nell'Introduzione le autrici producono dati che fanno piazza pulita dei luoghi comuni, dei preconcetti e di certa propaganda politica: "Il carcere «chiuso» è patogeno, criminogeno e produce il 70% dei recidivi in circolazione. Tutto ciò al prezzo di tre miliardi di euro ogni anno."
Come viene sottolineato poche righe dopo, il pensare che chiudere a chiave le celle sia una soluzione è assolutamente sbagliato: "il sistema carcere sembra aver gettato la spugna sulla possibilità di trattare i detenuti con dignità e di «risocializzarli». Continua a considerare la chiave il simbolo della sicurezza, ma più sono le mandate, più sale la recidiva." 


È tutto orrore, è tutto disumanità, allora? No per fortuna esistono anche situazioni (pochissime) diverse. Una di queste è il carcere di Bollate diretto dalla Castellano, che è impostato interamente sul "trattamento avanzato" dei reclusi. Eccezionale? sperimentale? no, semplicemente rispettoso del dettato costituzionale: in questo, come in molti altri casi, rispettare davvero la Costituzione e applicarla, sarebbe un immenso passo avanti per l'Italia sulla strada della civiltà.

Ad aprile 2009 i detenuti in Italia erano più di 61mila, cioè quasi 20mila in più dei posti regolamentari. La maggior parte tossicodipendenti, psichiatrici e stranieri: tutta gente che non dovrebbe proprio stare chiusa in un carcere, ma essere curata o accolta.

Ecco poi alcuni esempi negativi e altri positivi, dalle "belve in gabbia" del carcere di Poggioreale, alla sperimentazione di "custodia attenuata" per tossicodipendenti del carcere di Eboli.
L'esperienza del carcere di Bollate viene analizzata con particolare attenzione proprio perché una delle due autrici lo dirige e ne ha dato l'impronta. Realtà che chiunque ne abbia avuta diretta esperienza considera davvero straordinaria, eccezionale, ma soprattutto veramente "educativa". Facciamo un esempio: chi è stato condannato per strupro ha, scontata la pena, una recidiva nel 14% dei casi, chi ha seguito il percorso terapeutico di Bollate, del 5%. La differenza tocca quasi il 10%! 


Ecco poi una serie di esempi Genova, Roma, Sassari, Milano... Carceri vecchie, spesso sporche, senza veri spazi per "l'ora d'aria" che diventa un vero supplizio, carceri che ospitano tanti detenuti in attesa di giudizio, e quindi spesso innocenti, che vivono come animali in gabbia.  Chiudere e costruire: parole d'ordine di tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, solo parole, mai praticate. Però qualcosa in alcune situazioni si può fare: rendere le celle meno angoscianti, colorare le pareti del carcere, dare opportunità di lavoro e di socialità.

La Spagna ha puntato per le sue carceri, in particolare le più recenti, al "trattamento" dei detenuti partendo appunto dalla socialità (celle aperte automaticamente alle 8 di mattina e chiuse alle 20). Va poi sottolineato che in Spagna si entra in carcere solo per condanne superiori ai 4 anni.
Se si osserva la situazione dal punto di vista dei poliziotti si capisce subito come anche per loro le condizioni inumane dei luoghi di detenzioni significhi abbruttimento. ("Il tasso di suicidi è il più alto di tutte le forze di polizia") e finisce con "l'assimilare carcerieri e carcerati". L'esempio del carcere di Sassari, i gravi fatti accaduti nel 2000 e quelli più recenti che hanno riempito le prime pagine dei quotidiani e suscitato dibattiti e dolore ne sono la riprova.

Chi è al vertice del sistema-carcere è il direttore che "traccia la rotta" e che potrebbe essere il motore del cambiamento, purtroppo però è spesso il responsabile dell'immobilismo. Se il carcere di Bollate è oggi indicato come modello di una concezione moderna e civile della detenzione si deve non solo alla straordinaria direttrice, ma anche, come la stessa Castellano dichiara, a Luigi Pagano, già direttore del carcere di San Vittore e ora provveditore dell'Amministrazione penitenziaria della Lombardia.



Una parte del saggio è dedicata alle donne detenute (solo il 5% della popolazione carceraria) piccola minoranza che però nel suo insieme è fortemente penalizzata perché il carcere, anche il migliore, è quasi sempre pensato solo per una popolazione maschile.

Parlare di Bollate e raccogliere le testimonianze dei detenuti non deve far pensare che quello non sia un luogo di detenzione o che sia una stranezza paradisiaca, è semplicemente una realtà che interpreta la sua funzione in modo costruttivo e non repressivo e ha dei limiti: la parte femminile del carcere infatti non può, per come è strutturato, dare alle donne le stesse opportunità che esistono per gli uomini. Ma basta conoscere qualcosa di quel luogo, l'impegno per formare una cultura del lavoro, le opportunità di studio, di lavoro e anche di svago stesso offerte al suo interno, per capire quanta forza d'animo ci sia in chi lo dirige e ha fortemento voluto questo percorso.


Siamo ormai consapevoli che il carcere è diventato il luogo in cui si concentra il disagio sociale: stranieri che vi entrano per piccolissimi reati o semplicemente perché irregolari, tossici che dovrebbero essere curati e il cui tasso di recidiva è elevatissimo... Il discorso è complesso, perché se il carcere non funziona nemmeno il "fuori" va bene, e chi esce e non ha nulla finisce col delinquere nuovamente. Abituarsi alla libertà, per chi per molto tempo è stato recluso, è davvero difficile, ci si può perdere se non c'è una rete di sostegno. E purtroppo non c'è quasi mai. 

La battaglia per i diritti dei detenuti (compreso un pasto decente) è anche una battaglia contro l'Amministrazione che deve sapersi mettere in discussione. Se poi si leggono i dati relativi, ad esempio, al carcere di Poggioreale (il pù affollato d'Europa e d'italia) allora è chiaro che ogni buona intenzione di un direttore diventa vana ed è già un miracolo che sappia mantenere la "pax carceraria" ma, se lo chiede la Castellano, e noi con lei: fino a quando? fino a quando tutto non diventerà un incendio ingestibile?

Lucia Castellano e Donatella Stasio - Diritti e castighi. Storie di umanità cancellata in carcere
292 pag., € 15,00 - Edizioni il Saggiatore (Infrarossi)
ISBN 978-88-428-1585-3


Le autrici





24 novembre 2009 Di Grazia Casagrande

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