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Recensione

La sindrome di Gertrude. Quasi un'autobiografia copertina

La sindrome di Gertrude. Quasi un'autobiografia di Lella Costa con Andrea Casoli

Quando è uscito questo libro Teresa Strada era ancora viva. Vogliamo ricordarla anche in questa recensione con le parole di Lella:
"E considero Teresa la rossa più strepitosa del mondo, per coraggio volontà e intelligenza. È lei la vera anima, oltre che il presidente, di Emergency: Teresa Sarti. Stanca di guerra, bellissima e invincibile"


... e la sventurata rispose. Questa è la Gertrude manzoniana, quella monaca incapace di resistere alla tentazione di acconsentire a una richiesta, pur peccaminosa. Mai peccaminose sono le richieste che tanti, troppi, rivolgono a Lella Costa, ma simile a quella della monaca di Monza è la sua incapacità di rifiutarle: da qui la sindrome di Gertrude di cui si parla e che è titolo di questa brillante quasi autobiografia.
Brava a scrivere lo è sempre stata, testimone ne è la reputazione maturata fin dal liceo, generosa anche perché l'incontro nel 1995 con Emergency, Gino Strada e Teresa Sarti le hanno subito cambiato la vita. L'impegno politico giovanile è così diventato un impegno di vita. Il primo monologo, Stanca di guerra, attualissimo anche oggi, forse in modo particolare oggi, nasce proprio dall'incontro con le testimonianze di Gino Strada e con una maggior coscienza di che cosa siano le guerre contemporanee che vedono il 95% dei morti tra i civili, donne e bambini prima di tutto. 

Ecco poi il ricordo della sua esperienza come doppiatrice: Sentieri l'ha vista per venticinque anni voce della fascinosa Reva Shayne. Davvero spassoso il suo abstract della soap opera e dei canoni di questo genere televisivo!
Da anni Lella è presenza costante al Festivaletteratura di Mantova, ma il suo ricordo particolare va all'esperienza della lettura con musica fatta nel 2008 all'interno del carcere e dal titolo Terra! Emigranti si nasce. Questa però era solo una delle ultime sue letture fatte per i reclusi, esperienza iniziata già nel 1987 nel carcere di San Vittore a Milano (di cui ricorda con estrema ammirazione il direttore Luigi Pagano, così come la direttrice del carcere di Bollate Lucia Castellano). Dal parlare di carceri poi si passa ad uno dei più noti "prigionieri", Adriano Sofri, all'amicizia con lui e al suo caso che l'ha portata spesso a entrare nel carcere di Pisa al seguito di qualche parlamentare amico.

Da Pisa a Milano, la sua città:


"Milano, se ci sei nata, è difficile raccontarla...: Città insopportabile, ostaggio di mafie e ricatti. Città di denaro e apparenza, valore di scambio. Città arida, livida e sprofondata per sua stessa mano. Città che ci puoi lavorare e non vivere. Città che chi viene da fuori la adora. Città tollerante, città respingente. Città che puoi solo andar via. Città immensa, città piccolissima. Cosa avrà poi da tirarsela tanto?..."

Un capitolo colpisce: riservata com'è sul suo privato Lella Costa dedica alcune intense pagine alla terribile esperienza di due aborti terapeutici, e si rivolge alle donne che sempre con dolore compiono la scelta di abortire e agli uomini che, senza diritto, vogliono giudicare, legiferare, intervenire su una decisione che deve essere solo della donna.

Il lavoro e i tanti incontri sono però al centro di questo libro: il ricordo delle varie presenze televisive (ma è il teatro il suo luogo naturale), tutte positive, ma "speciale" quella della prima annata della Tv delle ragazze. Moda, vestiti, scarpe: ecco il lato frivolo e leggero di questa donna impegnata che non dimentica però la sua femminilità e non la nasconde. Anche i vestiti di scena richiedono una conoscenza della sua personalità e così può nascere l'amicizia con uno stilista di riferimento, Marras. Le amicizie, le più varie, costellano e riempiono la vita di Lella Costa, preti, medici, gente comune. Unico comun denominatore la forte tensione etica e la generosità.  

L'ultima parte del libro, questa autobiografia che non parla di privato (tranne poche eccezioni) ma di incontri, è costellata di nomi noti a cui molti lettori sono affezionati e sorge una simpatica invidia per questa donna, così umile e brillante che non esalta mai se stessa, ma sempre gli altri che, senza false modestie, non si considera speciale, ma una persona seria, una che lavora ed è disponibile (sarà la sindrome di Gertrude, ma credo sia semplicemente generosità) se crede in qualcosa e che ha avuto la fortuna di incontrare persone davvero speciali.

Ed è questo atteggiamento che ci fa amare Lella Costa di cui ammiriamo bravura e intelligenza, il suo essere una delle poche donne che, oggi, non ha rinunciato ad essere pensante senza annullare il suo essere carina e attraente (per piacere a tutti, uomini e donne e soprattutto a se stessa e senza artifici), ancora appassionata come attrice e come cittadina, che non ha rinnegato, per convenienza, i valori in cui ha sempre creduto: la Costituzione, i diritti uguali per tutti, la libertà, il rispetto per gli altri, la solidarietà fattiva per i più deboli e i marginali... Grazie di essere un po' Gertrude, ma soprattutto di continuare senza reticenze a "cantare le donne".

Lella Costa con Andrea Càsoli - La sindrome di Gertrude. Quasi un'autobiografia
246 pag., € 18,50 - Rizzoli
978-88-17-03407-4






L'autrice


25 settembre 2009 Di Grazia Casagrande

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