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Recensione

Il Il dono copertina

Il dono nuovo romanzo della scrittrice Toni Morrison

"Proprio allora la bambina emerse da dietro le spalle della madre. Ai piedi portava un paio di scarpe da donna troppo grandi per lei. Forse fu quel senso di sfrenata libertà, quella ritrovata sventatezza unita alla vista delle gambette che spuntavano come due rami di rovo dalle scarpe rotte e sfondate, che lo spinse a ridere. Una risata sonora, a pieni polmoni, per il ridicolo, l’irritazione senza speranza di quella visita."

Conversazione con Toni Morrison >>>


È nello stile di Toni Morrison, premio Nobel per la Letteratura nel 1993, incominciare un libro senza preamboli, precipitando il lettore nella vicenda, nelle vite di personaggi di cui questi non sa assolutamente nulla.

“Non avere paura”- sono le prime parole del suo nuovo romanzo Il dono.
“Il mio racconto non può farti del male malgrado quello che ho fatto…” Ci vorrà un poco prima che il lettore impari a distinguere le voci - in questo momento è la sedicenne Florens che sta parlando -, e anche questo è un tratto che contraddistingue la scrittrice: narrare attraverso voci diverse, ognuna con un’inflessione peculiare. Ed è giusto che questo romanzo, ambientato nel 1690, prima che la schiavitù divenisse per così dire istituzionalizzata nell’America che non era ancora diventata Stati Uniti d’America, incominci con Florens, oggetto dell’atto di pietà del titolo originale del libro, A Mercy.


Florens non sa che la sua vita sarebbe potuta essere differente e peggiore.
Florens si strugge nel ricordo di minha mãe (“mia madre” in portoghese, dettaglio che ci aiuta a comprendere che sua madre, schiava del portoghese D’Ortega, è angolana) da cui è stata separata quando aveva sei anni.
Florens ricorda solo la madre che teneva in braccio suo fratello e spingeva lei verso lo straniero che era apparso nella piantagione. E noi completeremo in seguito questo frammento di ricordo, unendoci altri brandelli della storia, che verranno raccontati da Jacob Vaark, l’anglo-olandese che è l’esatto opposto di D’Ortega. Non religioso l’anglo-olandese, cattolico il portoghese; sei figli quest’ultimo, quattro - ma tutti morti - i figli di Vaark. Soprattutto, Jacob Vaark non riesce ad accettare quello che all’altro sembra perfettamente normale e nell’economia dell’esistenza: che si possano fare schiavi degli esseri umani ed esercitare su di loro l’arbitrario potere dei padroni.
Così, quando D’Ortega offre a Jacob di scegliersi uno dei suoi schiavi a saldo di un debito che non è in grado di pagare, questi non accetta. Ma una donna attira il suo sguardo: ha un bambino in braccio e accanto a sé una bimba con enormi e scalcagnate scarpe da donna nei piedini. Jacob ride. E dice che va bene, prenderà quella donna. Non si può; allatta ancora; la moglie di D’Ortega non la cederà mai; è la cuoca. Una risata da una parte, il terrore negli occhi dall’altra, e una supplica.


Solo nell’ultimo capitolo del libro ascolteremo la voce della donna, minha mãe, e lei ci dirà che cosa l’ha spinta a quel gesto, a spingere avanti la figlia supplicando lo sconosciuto di prendere la bambina al suo posto. Un gesto d’amore supremo da parte di una madre, un’azione caritatevole da parte di un ‘pagano’, e Florens, che non può capire, cercherà per sempre un surrogato dell’amore materno.

Il romanzo è quasi un preambolo alla storia della schiavitù e ruota intorno a quattro figure femminili, perché Jacob Vaark muore presto nel corso della vicenda, di vaiolo. Non prima, però, di essersi costruito una casa simile a quella che aveva tanto ammirato di D’Ortega. Con una recinzione e un cancello di ferro battuto.
Accanto a Rebekka (la moglie arrivata “su ordinazione” dall’Inghilterra) che ancora piange la perdita dei figli, le tre serve, tutte in qualche maniera salvate da Jacob: Lina (unica superstite di un villaggio indiano), Sorrow (tutto è misterioso quello che la riguarda: è sopravvissuta ad un naufragio, non sa quale sia il suo vero nome ed ora è incinta ma non si sa di chi) e Florens, naturalmente.
Quando Rebekka si ammala, Florens viene mandata in cerca del fabbro, di cui lei è innamorata e che si pensa possa aiutare Rebekka.
Quello che è chiaro, in questa storia di un’epoca lontana e primitiva, è che il destino della donna bianca e delle sue tre schiave senza essere schiave è indissolubilmente legato: non esiste futuro né per Rebekka se viene abbandonata, né per loro tre se restano senza un appoggio.
È una parabola di quello che accadrà in seguito, una volta che si metterà in moto il diabolico sistema della schiavitù?
In ogni caso la storia della bambina che la madre allontana da sé nella speranza di darle una vita migliore è la dolorosa controparte della vicenda dell’indimenticabile Amatissima - della madre che uccide la figlia per evitarle la maledizione della schiavitù.

Toni Morrison - Il dono
Titolo originale: A Mercy
Traduzione di Silvia Fornasiero
192 pag., 17,50 € - Edizioni Frassinelli 2009
ISBN 978-88-8832-030-4



l'autrice



29 maggio 2009 Di Marilia Piccone

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