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Recensione

Riflessi in un occhio d'oro copertina

Riflessi in un occhio d'oro di Carson McCullers

da cui l'omonimo film di John Huston con Elizabeth Taylor e Marlon Brando

Il soldato Williams restò rannicchiato in camera della signora fino all'alba. Non si mosse, non parlò, non distolse gli occhi dal corpo di Leonora. Allo schiarire del giorno si appoggiò di nuovo al davanzale per rialzarsi cautamente. Scese le scale, richiuse la porta. Il cielo era pallidamente turchino, Venere si spegneva.

Carson McCullers, incuriosita da una notizia di cronaca su un soldato condannato per voyeurismo, cerca di creare un romanzo con lo stesso epilogo, scavando profondamente nelle cause e negli effetti provocati da una turba psichica di tale portata e aprendo le porte ad altri personaggi, afflitti dalla stessa condizione di disagio, da quello stesso sconforto dato dal continuo contrasto tra forma e contenuto a cui il costume del luogo e il perbenismo li costringe.

In una guarnigione immersa nel calore soffocante del sud degli Stati Uniti incontriamo, prima di tutti,  il soldato Williams, ragazzo taciturno, ma allo stesso tempo agile e cauto. E poi il capitano Penderton e la moglie Leonora, amante del maggiore, il quale a sua volta è sposato con una donna ben diversa, fragile e sensibile, Alison Langdon. I quattro amici vivono la situazione con finta indifferenza, intrappolati da un egoismo che li porta a chiudersi in se stessi per riflettere sui loro problemi più profondi. Il giovane soldato non è un personaggio marginale come vorrebbe, specialmente agli occhi del capitano Penderton, ossessionato sempre più dal bisogno di averlo vicino, ma all’oscuro della sua vera condizione psicologica: quella strana perversione che lo porta a inginocchiarsi ogni notte di fronte al letto di sua moglie e osservarne le parti del corpo scoperte.


Il fascino emanato dalla figura di Leonora Panderton è dato dalla combinazione di tutti gli elementi su cui si focalizza il testo. Il personaggio serve all’autrice, è il suo punto di partenza, la sua cavia da studio. La donna del sud approssimativa nelle pulizie, impacciata nelle formalità, spudorata nel lasciar intravedere le sue nudità e le sue trasgressioni è una donna stravagante, complicata, attraente, eppure non c’è dubbio riguardo all’estrema superficialità con cui affronta la vita. Leonora, con quel velo di esuberanza che sbiadisce dietro alla sua palese assenza di cultura e sensibilità, è imbattibile, impenetrabile, impassibile a qualunque genere di umiliazione o pudore. Entra in gioco una serie di pregiudizi nei confronti della gente del sud. Lei li incarna un po’ tutti, dallo stato di trascuratezza in cui lascia la casa, il forte legame mantenuto con le tradizioni, la scarsa cura per l’igiene.

Da cosa è generata la patologia del soldato Williams? Il breve accenno alla sua educazione aiuta a comprenderlo. Gli avevano sempre insegnato che le donne sono portatrici di malattie e non vanno avvicinate, né tanto meno toccate. Il corpo nudo della moglie del capitano risveglia qualcosa in lui, ma sa che non si tratta di amore e nemmeno di desiderio sessuale, sa soltanto cosa deve fare: recarsi nella sua stanza ogni notte e osservarla. Ama il suo modo di giocare sul cavallo, muovendosi con frivolezza infantile, così come ammira il suo modo un po’ trasandato di agire in ogni occasione. Tuttavia non sente l’esigenza di accarezzarle il seno, è attratto quasi più dal lato maschile della donna, piuttosto che dalla sua capacità di sedurre. La sua nudità è inebriante alla vista, ma non al tatto.


L’ossessione omosessuale del capitano Penderton, colui che per mestiere e buon costume deve ostentare sicurezza e virilità, lo pone su un piano di confidenza con il lettore. Solo lui conosce il suo peccaminoso segreto, inammissibile esplicitamente perfino a se stesso. Si crea una sorta di triangolo tra il capitano, il soldato e Leonora. Le vittime sono all’oscuro di ciò che stanno provocando ai loro ambigui ammiratori. Eppure giocano, involontariamente, con quel loro corpo perfetto, delicato, con la naturalezza che li caratterizza.
La tendenza del capitano a prendersela con i più deboli si esplicita nel suo modo di relazionarsi con gli animali. Il ruolo dei cavalli è naturalmente ridotto a totale subordinazione dei militari. Lui è il più crudele: così come da piccolo buttò un gattino infreddolito in una cassetta postale, ora si diverte a torturare il cavallo della moglie Firebird. Lo stesso vale per gli esseri umani, infatti, inizialmente, detesta anche il soldato Williams, senza un vero motivo, tanto da augurargli di essere giustiziato. Si dimostra caparbio nel disprezzare i più deboli, ma di fronte alla moglie e al suo amante, il maggiore Langdon, non si esime nemmeno per un attimo da un penoso atteggiamento di sottomissione. Non odia nessuno dei due, odia l’altra parte fragile del quartetto: la moglie del maggiore, Alison, e il suo maggiordomo Anacleto.


Anacleto è una figura che emerge dalle pagine in modo evocativo, con quei tratti immediatamente comprensibili, quella mimica femminile, delicata, in totale antitesi con le movenze ostentate dagli altri uomini. È dispettoso, infantile, capriccioso, l’emblema dell’amico omosessuale senza maschere, sempre pronto a servire la sua fragile padrona in cambio di una precisa razione di tenerezze, chiacchiere, risatine sciocche. Altro motivo di scherno da parte dei personaggi è la passione del giovane filippino per la pittura e, più in generale, la sua sensibilità dal punto di vista estetico. Interessante è il tocco di comicità che riesce a innescare la presenza di questa macchietta, alla quale si riesce a concedere uno spazio ampio, perfino qualche paragrafo dedicato alla sua storia. L’attenzione per il maggiordomo non è da sottovalutare. L’utilizzo del ruolo del servo come elemento umoristico è un artifizio comico intramontabile, tramandato per generazioni di  romanzieri e drammaturghi, assumendo le sfumature più svariate. È un saggio ornamento allo scenario che si va delineando fin dall’inizio, quello di una società fondata sulle apparenze, ma caratterizzata da un fittissimo sottobosco di stranezze, manie, follia, insicurezza.


Se un ritrattista dovesse dipingere alcuni dei personaggi del romanzo non verrebbe concesso molto spazio alla sua immaginazione, poiché la potenza descrittiva con cui li affronta la McCuller è già sufficiente a rendere l’idea e a concedersi un ampio sguardo anche al loro stato interiore: il suo viso era mortalmente pallido, le labbra gonfie e screpolate, gli occhi neri e vellutati, accesi di febbre […]Le sue mani erano incredibilmente magre, con lunghe dita pallide e delicati arabeschi di vene verdicce dalle falangi al polso, atrocemente esangui  contro la  lana scarlatta  della maglia che stava lavorando. Così, in poche righe, riesce ad offrire una rappresentazione lampante del personaggio più sofferente, la signora Langton, moglie del maggiore. Il suo tragico epilogo è dovuto alla sua capacità di comprendere cosa accade realmente intorno a sé e, per questo, come spesso accade in romanzi di carattere così introspettivo, verrà rinchiusa perché creduta pazza.

In primavera  le foglie degli alberi splendevano di un verde lucente che nei mesi caldi si incupiva in quiete sfumature profonde e verso l’autunno fiammeggiava d’oro. Una luce brillante, dorata, quasi accecante irradia le varie scenografie, passando dagli interni agli esterni e alimentando un’ aria calda, tendente all’agrodolce, a tratti stagnante. I personaggi si muovono in questo ambiente luminoso, riflessi in un occhio d’oro, incapaci di uscire dagli abbagli della finzione, dal rifiuto di ciò che non corrisponde alla normalità. Sono vittime indiscusse di un mondo che gira secondo la legge del più forte, dove solo i più spietati sono destinati a sopravvivere.


Il vero dono di questa scrittrice è proprio la sua abilità nel rendere vivi e ben delineati personaggi e scenari. Lascia scorrere un pennello immaginario sulle parole, sulle storie, sulle sofferenze, su quelle maschere in primo piano che non potrebbero emergere con tanto vigore se non aiutate da uno sfondo ricco di attenzione all’impatto esercitato su tutti i sensi. Il livello di percezione raggiungibile dal lettore è totale e l’eleganza della poesia con cui viene affrontata qualsiasi descrizione trasporta al di là della semplice condivisione di emozioni turbolente, in un percorso raffinato di luci e ombre da percorrere con un forte senso di appagamento estetico.

Le prime pagine


Carson McCullers
Riflessi in un occhio d’oro

Capitolo primo

In tempo di pace una guarnigione è un luogo noioso. Qualcosa accade anche lì, ma a intervalli troppo lunghi, e l'immutabile topografia dei fortini disegnati secondo un rigido modello (le grandi solide caserme, l'impeccabile fila di villette per ufficiali una identica all'altra, la palestra, la cappella, il campo di golf, le piscine) aggrava il peso della monotonia. Ma forse il tedio nasce soprattutto dall'isolamento e da un'esagerata preoccupazione di comodità e di sicurezza, poiché appena un uomo si arruola nell'esercito non è destinato che a tallonare chi gli sta davanti. E infine quel che succede si ripete di rado. In un certo fortino del Sud ci fu due anni fa un omicidio. I protagonisti della tragedia furono due ufficiali, un soldato semplice, due donne, un filippino e un cavallo.
Il soldato si chiamava Ellgee Williams. Spesso, nel tardo pomeriggio, lo si poteva vedere seduto su una delle panchine che costeggiavano il viale davanti alle caserme.

Era un posto piacevole; un lungo e doppio filare di giovani aceri ombreggiava il viale e il prato attiguo con fresche, delicate ombre arabescate dal vento. In primavera le foglie degli alberi splendevano di un verde lucente che nei mesi caldi incupiva in quiete sfumature profonde e verso l'autunno fiammeggiava d'oro. Qui, dunque, sedeva il soldato ad aspettare la tromba che annunciava la cena. Era un soldato giovane e silenzioso, in caserma non aveva né amici né nemici. Una innocenza quasi solenne posava sul suo volto abbronzato, rotondo, con labbra rosse e carnose; una ciocca di capelli castani gli ricadeva morbida sulla fronte. I suoi occhi, color d'ambra e di nocciola, avevano la silenziosa, intensa espressione che si scorge negli occhi degli animali. Benché a prima vista sembrasse pesante e un poco goffo nel passo, ci si accorgeva presto che i suoi gesti e la sua andatura erano agili e cauti come quelli di una creatura primitiva o di un ladro. Spesso i suoi camerati trasalivano vedendolo apparire improvvisamente accanto a loro mentre si credevano soli. Le sue mani erano piccole, di ossatura delicata, e fortissime.

© 2009, Einaudi


Carson McCullers – Riflessi in un occhio d’oro
148 pag., 11,50 € - Edizioni Einaudi 2009 (Einaudi. Stile libero)
ISBN 978-88-06-19226-6
Traduzione di Irene Brin


L'autrice



17 marzo 2009 Di Anna Zizola

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