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Recensione

Natura infedele copertina

Natura infedele di Cristina Grande

“Mi chiamo Renata. Mia madre mi ha dato questo nome perché era fan di Renata Tebaldi, che nel 1964 era famosissima ma si era temporaneamente ritirata per problemi alla voce…. La mia sorella gemella si chiama Maria. Non per la Callas, che a mia madre non stava simpatica perché credeva che con la sua teatralità avesse messo in ombra la Tebaldi, ma per la semplice ragione che mia nonna si chiamava Maria.”

Due sorelle.
Due gemelle eterozigote, nate da due ovuli diversi, separate da quindici minuti di vita e non solo. Maria, la più piccola, la ribelle, la distruttiva; Renata la sensata, l’educata, la timorosa, etichette date sin dall’infanzia che rimango addosso come guaine. “È strano, di solito in famiglia ti affibbiano un’etichetta sin dall’infanzia, e per quanto tu ti ostini a smentirla per anni, con altrettanta ostinazione loro continuano a pensare di te quello che pensavano quando ti affibbiarono l’etichetta. Tra le due sorelle io ero quella femminile ed educata, la meno scontrosa – senza però arrivare a essere affettuosa – quella destinata a sposarsi e a fare figli, ed è successo che Maria, che tutti consideravano ribelle e un maschiaccio, e più tardi un relitto umano, è quella che oggi ha assunto il ruolo che io ho rifiutato.”


Una vita diversa la loro, accomunata dalla dipendenza alla propria “natura”.
Una natura bulimica di sostanze, quella di Maria, di incontri erotici occasionali, quella di Renata. “Mi capitava spesso di ritrovarmi alle sette del mattino a letto con un uomo che russava e non mi avrebbe salvato da niente. Anche se mi credevo migliore di Maria perché non rubavo soldi a nessuno, è vero che mentre lei si infilava le spade nel braccio io mi infilavo un sacco di uomini tra le gambe, e tutte e due abbiamo avuto l’enorme fortuna di non beccarci mai niente di grave” , come risposte a un vuoto esistenziale che nemmeno una madre “che educa all’indipendenza” riesce a colmare, perché le “dipendenze” economiche non sono quelle più pericolose e nemmeno le peggiori.


Solo la figura materna in questo album fotografico di famiglia appare sempre in primissimo piano nell’inquadratura della vita concreta, “stare dietro il bancone la aiutava a dimenticare i propri problemi, anche se l’espressione che avrebbe usato lei sarebbe stata sopportare i dispiacere, cosa che faceva con il coraggio e la determinazione che le avevano insegnato a forza  - o inculcato, come avrebbe detto lei - le monache scolopie della sua infanzia”, rimanendo tuttavia in disparte e distante rispetto alla vita intima della sua famiglia, figli e marito compresi.
Un diario intimo di flashback in cui tristezza e tenerezza, attesa e casualità danzano in un walzer malinconico,schietto,scarno, ma sempre umano.


Ricordi che affiorano, che si sovrappongono, che rimangono impressi nella memoria come scatti di una pellicola in cui quello scatto di volontà, che potrebbe permettere una svolta, sembra rivelarsi solo all’epilogo di un vissuto sofferto, “Mio padre diceva che le persone di montagna hanno il sangue più denso perché il sangue compensa la carenza di ossigeno dell’aria producendo più globuli rossi. E quando diceva questa cosa del sangue denso guardava me e mia madre.”


Le prime pagine



                                               SENZA DANNI APPARENTI

Mi chiamo Renata. Mia madre mi ha dato questo nome perché era una fan di Renata Tebaldi, che nel 1964 era famosissima ma si era temporaneamente ritirata per problemi alla voce. Era un anno bisestile. A mio padre l'opera non interessava, ma non si oppose al fatto che mi chiamassero così perché gli piaceva molto Renato Carosone. Fischiettava Questa piccolissima serenata quando si faceva la barba. Per un certo periodo si fece la barba con un rasoio elettrico senza fili che gli aveva regalato mia madre per Natale. Metteva in carica la batteria la sera e alle otto meno un quarto del mattino, i giorni in cui c'era scuola, poteva radersi mentre veniva in corridoio a svegliarci.
Poi tornò al rasoio normale. "Rade meglio" diceva. Non gli piaceva ritrovarsi alla sera con l'ombra scura della barba già cresciuta.

La mia sorella gemella si chiama María. Non per la Callas, che a mia madre non stava simpatica perché credeva che con la sua teatralità avesse messo in ombra la Tebaldi, ma per la semplice ragione che mia nonna si chiama Maria. Mia nonna ha novantaquattro anni e apprezza soltanto la musica popolare, l'operetta, le canzoni tipiche spagnole e le jotas aragonesi. Le piace anche ballare e provarsi i nostri vestiti, che le stanno sempre grandi.

L'opera piaceva a mio nonno. Morì quando avevo nove anni. Era un uomo molto serio, di poche parole. Mia nonna non lo amava, o così ho sempre pensato io. In parte l'ho dedotto perché mia nonna continua a dire che è una fortuna che oggi esista il divorzio, perché certe cose nessuno dovrebbe sopportarle, anche se poi non specifica a cosa si riferisca esattamente. E in parte lo penso perché si è ostinata a far studiare le figlie, contro il volere di mio nonno, affinchè non dovessero mai dipendere da un uomo.
È sempre stata la consegna ripetuta da mia madre e dalle mie zie: "Non dipendere economicamente da un uomo". A loro non passava nemmeno per la testa che un uomo potesse finire per dipendere economicamente da una donna, come è successo a mia zia Genoveva con il secondo marito. Tanto meno hanno mai riflettuto sul fatto che le peggiori dipendenze non sono quelle esclusivamente economiche. Ma questo l'avrebbero scoperto molto più tardi, quando il divorzio c'era già e tuttavia non riuscì a risolvere quasi nessun problema.


© 2009, Marcos y Marcos

Cristina Grande – Natura infedele
Titolo originale: Naturaleza infiel
Traduzione di Barbara Bertoni
219 pag., 14,50 € - Edizioni Marcos y Marcos 2009 (Gli alianti)
ISBN 978-88-71-68499-4



L'autrice


27 febbraio 2009 Di Claudia Caramaschi

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