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Recensione

ACAB. All cops are bastards copertina

ACAB. All cops are bastards di Carlo Bonini  

«Bonini va al cuore delle ragioni dell'odio senza cercare facili scorciatoie o giustificazioni. Perché l'odio non ha spiegazioni, e ha un solo modo di manifestarsi: il contagio. Un libro fortissimo, impressionante».
Giancarlo De Cataldo


Da questo romanzo il film di Stefano Sollima con Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini al cinema da gennaio 2012.

Non c’è cosa, nella vita, che non ce lo dimostri. Non c’è fatto, situazione, accadimento, che non ci ricordi sempre e comunque, che i punti di vista sono necessari. E a volte fanno la differenza.
Ce lo dimostra la quotidianità. Ce lo ha dimostrato anche la cronaca recentissima, ancora bollente ed estremamente pietosa (nel senso di pietà, umana, quella che molti si dimenticano per strada, così tronfi dei loro giudizi tranchant): giudicare è facilissimo, immergersi, capire, trasportarsi nell’altro è invece arduo. A volte, apparentemente impossibile. Eppure è la strada per poter vedere le cose in modo diverso e, magari, crescere come persone.

Detta cinematograficamente: viviamo così tanto in soggettiva, che spesso ci dimentichiamo che una visione dall’alto ci permetterebbe di valutare, considerare, vedere la realtà con altri occhi. Lo facevano i grandi strateghi della guerra, scalando le colline per poter vedere meglio la battaglia. E cambiare!

Cosa c’entra questo con ACAB? Tanto. Tantissimo. Acab è un punto di vista, forse addirittura scomodo, ma necessario per entrare in uno dei mali della nostra civiltà: lo scontro, ormai costante, tra ordine costituito e gioventù. Il rapporto, logoro e teso fino allo spasimo, fra forze dell’ordine e aggregazioni giovanili. Da una parte i poliziotti. Dall’altra tante realtà, organizzate o meno (Ultras, Centri Sociali, Organizzazioni e Movimenti Politici Giovanili, Associazioni, etc. etc.).

Acab, ecco, si mette a lato. E, in un momento di silenzio, racconta la storia di chi è sempre visto come “potere forte” ma che cela, a volte, solo una debole voce.

Acab: All Cops Are Bastards. Inno Skinhead celebrato da una band musicalmente trascurabile, i 4 Skins, ma politicamente molto influente.
ACAB. Un acronimo che ha riempito le nostre città.
Prima un grido. Oggi un trademark. Una marca. Un logo. Una bandiera tanto condivisa quanto superficiale e molto pericolosa. Come tutti gli slogan di moda, che hanno portato sacrifici (a volte anche umani) e nulla più.




Carlo Bonini
scrive: “Questa è una storia vera. Non una verità definitiva”.
Già da qui dovremmo pesare le parole. Nessuna ricerca di una verità totale, collettiva, universale. Nessuna grande mano che scende dal cielo e grida “il colpevole sei tu”.
Bonini racconta una storia, anzi, più di una. La storia di persone normali, che di mestiere fanno i poliziotti, che magari entrano nei reparti della Celere. Che hanno un nome e un cognome. Che sono raggruppati nei tutti, nei Blu, negli sbirri, esattamente come (è solo un esempio), dall’altra parte ci sono gli Ultras, i facinorosi, i delinquenti da stadio. Tutti catalogati nel bene, ma soprattutto nel male. Raccontando eccitati gli aspetti caldi, morbosi della cronaca. Mitizzando figure che di mitico non hanno nulla. Dimenticandosi che sempre, dietro ad ogni cosa, c’è una vita umana. Con una storia che noi non conosciamo.


Il film è ora disponibile in DVD

E così Acab racconta la vita di alcuni poliziotti. Persone che parlano, pensano, riflettono e spesso s’interrogano sul perché di una vita che ormai si è distorta, che è diventata estrema quasi per reazione alla normalità, perché la normalità fa paura e allora, da parte di tutti, è meglio nascondersi il volto e cominciare a picchiare.

Racconta le difficoltà dell’altra parte, quella che ha sicuramente avuto meno letteratura a supporto, ma molta più cronaca. Quel plotone che marcia e che viene giudicato per gli atti, gli errori, le prese di posizione che ne contraddistinguono la quotidianità.

A volte Acab diventa un racconto (da brividi la rivolta di Roma dopo l’omicidio Sandri, che forse per la prima volta restituisce, mirabilmente, il clima di quella notte), ma spesso diventa un piccolo specchio della nostra realtà. Dell’esasperazione che ci domina. Che domina l’uomo e lo porta, spesso suo malgrado e senza giustificazioni, a perdere se stesso e a diventare propaggine di altro. Acab è un racconto di rabbia reale. Di frustrazione. Di confusione. Di domande che possono anche non avere risposte teoriche, ma pratiche sì.

Acab può anche essere ammiccante, un po’ compiacente, e guardare la vita di chi, anche dalla parte delle Forze Dell’Ordine, non si esalta per la violenza ma spesso ne è quasi stordito. Però diventa quasi subito un ricordo. Il ricordo di persone che appartengono a un qualcosa che certamente può sbagliare, ma spesso è giudicato per partito preso.

Ecco, il pregio di Acab è proprio questo. Voler indagare l’aspetto umano di una violenza che è solo specchio di una società (la nostra, purtroppo) esasperante ed esasperata. Di un mondo che ha perso le regole, anche laddove dovrebbe nutrirsene. Voler raccontare la vita di chi c’è dall’altra parte. E che tutto sommato, e solo una faccia della stessa medaglia.

Sarebbe fantastico che Carlo Bonini scrivesse un libro anche su quei giovani che gridano Acab. Che scrivono Acab. Che spesso credono Acab. Un libro che racconti anche le loro storie. Sarebbe un punto di partenza, una riflessione iniziale sulla quale costruire un dialogo o, quantomeno, un tentativo di esso.

Acab. Un libro che merita di essere letto. Un libro che merita una riflessione.
Lo metto qui, insieme a Peppino Boia. Simbolo del degrado culturale, sociale, umano della nostra civiltà, della nostra società che si nasconde dietro scritte folli, per nascondere l’incapacità umana di riflettere, dialogare, progredire. Essere.



dal testo


Si era messo a gridare come un ossesso. Aveva picchiato con i pugni e con il suo Gl40 scarico contro quei maledetti cancelli, fino a far grondare di sangue le nocche, a non sentire piú gli avambracci, i gomiti, implorando di aprire.
Di non lasciare che li facessero a pezzi con quelle maledette baionette, o magari a colpi di bottiglia, mattoni, tirapugni di ferro e coltelli a serramanico, che ora vedeva distintamente nelle mani degli incappucciati che li avevano circondati, facendo roteare le fibbie delle cinture come frombolieri impazziti.
Quando finalmente il cancello si era aperto, si era lasciato cadere sull'asfalto. Aveva vomitato. Aveva pianto.

© 2009 Giulio Einaudi editore

Carlo Bonini - ACAB. All cops are bastards
196 pag., 16,50 € - Edizioni Einaudi 2009 (Stile libero Big)
ISBN 978-88-06-19469-7



l'autore



11 febbraio 2009 Di Mario Ruggeri

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