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Recensione

Per chi suona la banana. Il suicidio dell'Unione Brancaleone e l'eterno ritorno di Al Tappone copertina
  • Travaglio Marco
  • Per chi suona la banana. Il suicidio dell'Unione Brancaleone e l'eterno ritorno di Al Tappone
  • Garzanti
  • 2019

Per chi suona la banana. Il suicidio dell'Unione Brancaleone e l'eterno ritorno di Al Tappone di Marco Travaglio

“È impossibile che quel che accade in Italia sia frutto del caso. Dev’esserci da qualche parte uno sceneggiatore burlone, dotato di un sense of humour soprannaturale, che si diverte un mondo alle nostre spalle. Vuole vedere fin dove riusciamo a precipitare e saggiare le nostre capacità di digestione.”

Il libro raccoglie le rubriche Uliwood Party e Ora d’aria, apparse sull’Unità dal marzo 2007 al settembre 2008, da quando era ancora in piedi, seppur tra mille difficoltà, il governo Prodi, fino ai primi sei mesi del terzo governo Berlusconi.

Ma la linea guida del libro è la testimonianza di un suicidio, più che quella di una “resurrezione”: il suicidio di una classe dirigente, quella dei diversi partiti della sinistra e del neonato Partito Democratico che ha consegnato il Paese al centrodestra anche se, da un punto di vista prettamente numerico l’alleanza Berlusconi-Fini aveva ottenuto alle ultime elezioni 100 mila voti in meno rispetto alle precedenti (in cui aveva perso) ed era stata salvata solo dai voti della Lega.

Travaglio sottolinea, con la sferzante consueta ironia, l’importanza, nel costruire opinione, di alcune popolari trasmissioni televisive e l’uso che viene fatto ad arte della cronaca nera (preferibilmente la più truce) come distrazione da temi di rilevanza politica. Questa è una delle ricorrenti denunce che il giornalista fa perché, proprio da chi esercita la sua stessa professione, vorrebbe maggiori garanzie per lo meno di equilibrio e forse di dignità.

Ha inizio poi una serie di prove, di fatti, di eventi documentati che mostrano tutta la colpevole complicità di certi leader del futuro Partito Democratico, primo fra tutti D’Alema nel dare all’avversario molto più di una boccata d’ossigeno.
E infatti, la storia lo dimostra, il centrosinistra non ha proprio saputo fare un briciolo di opposizione, ha scelto di non denunciare operazioni scorrette, non ha mai voluto neppure nominare l'avversario, temendo di perdere in eleganza e in savoir faire, preoccupazione che non ha mai minimente sfiorato il centrodestra che, in tutte le tribune, ha urlato la sua indignazione per peccati commessi dall'altro campo, sicuramente veniali, almeno rispetto a quelli della propria parte.


Ed ecco elencati i tanti, assolutamente troppi “peccati” degli uni e degli altri. L’azione di governo (ma quale azione?) di un centrosinistra perennemente bloccato dalla paura di scoperchiare coperchi pericolosi per l’avversario, ma anche per i suoi uomini, ecco le varie iniziative per la sicurezza completamente ininfluenti e mai tese a colpire le vere forme di clamorosa illegalità che certamente producono maggiori danni alla collettività di quelli dei lavavetri fiorentini... 

Ma la domanda cruciale che, ormai prossimi alla caduta del governo Prodi, Travaglio si pone è questa: è mai possibile che i due governi Berlusconi (1994 e 2001-2006) non siano stati un vaccino sufficiente a convincere gli italiani che una terza esperienza doveva essere evitata? È possibile che il “bordello” del centrosinistra sia stato considerato peggiore di quelle due esperienze? Ma un’informazione che è saldamente nelle mani di uno dei contendenti ha la capacità di cancellare la memoria e in più se l’Unione stessa sembra non ricordasene, e non ha fatto quasi nulla per cancellare le leggi ad personam che erano state emesse dal predecessore come si può pretendere che lo facciano gli elettori.
Tra un capitoletto e l’altro si scoprono le tante notizie che la stampa ignora, leggiamo in modo chiaro episodi omessi dai quotidiani o lasciati dimenticare nelle due righe di una pagina interna. Spaventa leggere una dopo l’altra le tante malefatte di tanta parte del mondo politico e la debolezza morale di dovrebbe denunciarle, spaventa e preoccupa ogni cittadino democratico.
L’ultima parte del volume commenta le più recenti malefatte del governo incarica e dell’opposizione (?) se così generosamente la si vuole chiamare. Non si esce molto tranquillizzati dalla lettura di un libro di Marco Travaglio, ma almeno abbiamo perfettamente idea della situazione non certo in cui versiamo.


Le prime pagine


Telecamera di consiglio

Volge al termine, alla Corte d'Appello di Torino, il processo ad Annamaria Franzoni accusata di avere assassinato a Gogne il figlioletto, Samuele Lorenzi.

Bisognerebbe distribuirla nelle università, la requisitoria del sostituto procuratore generale Vittorio Corsi di Bosnasco al processo di Gogne. Soprattutto la parte in cui il magistrato illustra la storia di questo processo celebrato negli studi di Porta a Porta, del Costanza Show e di Matrix (Mentana aveva solennemente promesso di non occuparsi mai di Gogne: infatti...) e giunto irrimediabilmente deformato nelle aule di giustizia. Dalle parole di questo magistrato all'antica, studiosi e studenti trarrebbero ricchi spunti di riflessione sugli ultimi lasciti del berlusconismo: la televisione giudiziaria e la giustizia televisiva. Grazie a Vespa, a Mentana e all'avvocato Taormina, la signora Franzoni è stata la cavia su cui, per cinque anni, si è sperimentato il modello di difesa berlusconiano su un cittadino comune. Con effetti devastanti per il cittadino comune medesimo (se uno normale prova a difendersi come il Cavaliere, è rovinato), ma soprattutto per quel che resta dell'informazione e della giustizia in Italia. Che poi le requisitorie dei processi d'appello alla Franzoni e a Berlusconi siano arrivate nello stesso giorno, è una di quelle astuzie della storia che portano a credere nella divina provvidenza. Cosa fa Giorgio Franzoni, padre dell'imputata, quando le cose per la sua «Bimba» si mettono male? Ingaggia un avvocato-deputato di Forza Italia, Carlo Taormina. «Voglio sentirgli dire», tuona in una telefonata, «che aprirà un'inchiesta sui carabinieri», cioè sul Ris di Parma che ha il torto di indagare sulla figlia. Poi fa pressione su vari ministri di Berlusconi («Far intervenire il ministro della Difesa», «Nel governo abbiamo appoggi»). Intanto sua moglie telefona alla segretaria del presidente della Camera Pierferdinando Casini: «Mio marito conosce bene l'onorevole». Se Casini solidarizza pubblicamente con Dell'Utri alla vigilia della sentenza, darà una mano anche alla Bimba. Il resto lo fanno le interviste sapientemente dosate in tv e ai rotocalchi, le lacrime a comando («Ho pianto troppo?»), le gravidanze in serie, le foto in bikini col marito in Sardegna o nella piazza del paese, versione baby sitter con bambini, e le orde di tele-fans che sciamano verso il Tribunale di Torino da ogni parte d'Italia, come nelle gite delle pentole e nelle visite alla Torre di Pisa, come i guardoni dei vip in Costa Smeralda. Nel processo così berlusconizzato e lelemorizzato i fatti non contano più nulla. Conta il reality show. L'imputato non è più la mamma rinviata a giudizio e condannata a 30 anni in primo grado per l'omicidio del suo bambino, ma tutti gli altri, puntualmente denunciati da Taormina: i vicini di casa, i pm e il gip di Aosta, il colonnello del Ris, i consulenti della Procura e del Tribunale, i giornalisti non allineati. «Se i giudici non scagioneranno la Bimba, dovranno essere distrutti», annuncia il patriarca Franzoni, mentre il premier Silvio distrugge i suoi definendoli «un cancro da estirpare» e «doppiamente matti» e tempestandoli di calunnie, denunce, ispezioni, procedimenti disciplinari. Come i colleghi avvocati-deputati del Cavaliere, Taormina provvede alla difesa «dal» processo: tira in lungo, denuncia e attacca tutti, da Aosta chiede di passare a Torino, e da Torino a Milano, e alla fine risulta pure lui indagato per certe false impronte lasciate dal suo staff per depistare le indagini. «Questo», dice allibito il Pg, «è uno dei casi più semplici di "figlicidio": le statistiche dicono che sono una ventina l'anno. Perlopiù commessi da madri, raramente da padri. Tanti sono stati rapidamente chiariti e dimenticati.
Per questo, dopo cinque anni, ancora ci si domanda se l'imputata è innocente perché non confessa, o perché si teme di ammettere che un delitto così orrendo sia stato commesso da una madre "normale". Ma è il processo che è anomalo: la difesa l'ha imposto come se si venisse dal nulla, come se non ci fossero i fatti, le prove». I fatti, le prove: roba da tribunali, non da televisioni, nel paese che affida le sentenze a Vespa, Palombelli, Crepet, Costanzo; nel paese dove chi racconta il bonifico da 434 mila dollari Berlusconi-Previti-Squillante è un pericoloso eversore. La mamma di Gogne, in un colloquio intercettato, aveva persino confessato («Non so cosa mi è success... cioè, cosa gli è successo»). Ma di quell'intercettazione nessuno, nelle settantatré puntate di Porta a Porta, aveva mai parlato. Sennò il presunto «giallo di Gogne» finiva subito e il baraccone smobilitava già al secondo giorno. E magari, poi, toccava raccontare come Berlusconi e Previti corruppero un paio di giudici, o come Andreotti mafìò per trent'anni. Non sia mai.     (28-3-2007)


© 2008, Garzanti

Marco Travaglio – Per chi suona la banana. Il suicidio dell'Unione Brancaleone e l'eterno ritorno di Al Tappone
523 pag., 16,60 € - Edizioni Garzanti 2008 (Saggi)
ISBN 978-88-11-74097-1



L'autore



26 gennaio 2009 Di Grazia Casagrande

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