Ricerca avanzata
Recensione

Kismet-Destino copertina

Kismet - Destino di Jakob Arjouni

"Io mi figuravo già i due ricattatori che entrano nel ristorante, sentono pietosi richiami sullo sfondo, aprono di colpo l'armadio e si trovano di fronte due imbecilli, cioè noi, con le gambe e le braccia incastrate mentre tentiamo di passare al contrattacco." .

Una città che pullula di immigrati, un’atmosfera in cui predomina un odore acre di miseria, razzismo semidichiarato, disordine, a volte disperazione. Il protagonista, Kemal, ci si presenta rannicchiato in un armadio, intento a svolgere una missione a cui non è preparato, bloccare due esponenti della mafia locale. Ride di sé e dell’assurdità di quella situazione. Ride della sua incompetenza e subito sfoggia un’autoironia singolare, che caratterizza fortemente il tono originale di tutto il romanzo, quarto della serie di etno - thriller consacrata nel 1985 dallo scrittore turco -tedesco Jakob Arjouni.

Kemal, detective privato di scarso successo, turco di origine, si sta cacciando in un guaio per aiutare un amico brasiliano, proprietario di un ristorante di serie C. Tutto inizia da una minaccia proveniente da due insoliti individui giovani, incipriati, apparentemente muti, o incapaci di comunicare, se non attraverso bigliettini scritti. Chiedono seimila euro, cifre impossibili da pagare per i localacci che si trovano nei pressi della stazione di Francoforte, punti di ritrovo di piccole bande criminali o dei poveri di quartiere. Il giovane immigrato riesce a salvare, seppur tragicamente, l’amico, ma non riesce a resistere alla tentazione di saperne di più…

Kismet Destino è un romanzo che incespica nei primi capitoli per poi imboccare una via più mirata e incalzare verso la metà, tenendo il lettore incollato al susseguirsi di una serie di rivelazioni, colpi di scena, intrighi, complicazioni, chiarimenti. Nel bel mezzo di un intreccio tipicamente noir, l’autore non manca di distinguersi infilando sprazzi di realtà, quella delle periferie cittadine, della criminalità difficile da controllare e soprattutto della difficoltà di integrazione che degenera in episodi di razzismo. Il linguaggio colloquiale non manca di rimarcare le imperfezioni linguistiche degli stranieri coinvolti, delineandone la storia, spesso travagliata, segnata da traumi infantili e aspettative deluse. L’uso di certi vocaboli accresce anche la durezza delle situazioni in cui tutti si trovano intrappolati.

Appaiono nel corso della narrazione alcune macchiette, le quali aiutano ancor più a entrare nel clima del contesto in cui si svolge. Una di queste è il vicino di casa, fruttivendolo, emblema del signore di cultura medio bassa terrorizzato dal diverso, bisognoso di trovare un capro espiatorio a ogni problema della sua nazione. Kemal, reso irriconoscibile dalla polvere che gli ricopre il volto, di fronte all’esplosione del suo ufficio, ammicca con un conoscente e scopre cosa pensa di lui: quella specie di detective negro![...] che gente. Adesso ci manca solo la polizia dei negri…(p.181). L’atteggiamento di superiorità e ironia da parte dell’autore nell’affrontare queste tematiche arricchisce ancor più il contenuto già avvincente del romanzo, lasciando spazio, tra un’immagine brutale e l’altra, a un sorriso spontaneo e tanto affetto per un personaggio impacciato, sfortunato, rinnegato, il quale, nonostante tutto, non ha perso la capacità di amare, essere amato e affrontare ogni giornata con entusiasmo.

Le prime pagine


Maggio 1998

Io e Slibulsky ce ne stavamo strizzati nella credenza di un ristorantino brasiliano ai margini del quartiere della stazione di Francoforte e aspettavamo gli esattori del pizzo.
L'armadio, sgomberato per l'occasione, sarà stato largo un metro e profondo settanta centimetri. Sia io che Slibulsky facevamo la felicità dell'industria dell'abbigliamento per quanto riguardava le vendite di taglie extralarge; come se non bastasse, indossavamo giubbotti antiproiettile e, in caso d'emergenza, contavamo di piazzare rispettivamente una pistola e un fucile a pallini in modo da non farci saltare la testa o i piedi da soli. Io già mi figuravo gli estorsori entrare nel ristorante, sentire pietosi richiami provenire dall'angolo, aprire le ante dell'armadio per ammirare i due perfetti imbecilli pigiati dentro che dimenavano impotenti braccia e gambe. E mi figuravo pure la faccia che avrebbe fatto Romario, il proprietario e gestore del Saudade. Era stato lui a chiamarmi in suo aiuto.

Conoscevo Romario dai tempi in cui aveva compiuto i primi passi nella gastronomia con un chioschetto di panini a Sachsenhausen. Fino a quel momento non era stato che un semplice conoscente. Ero felice che esistesse quando ero al verde e mi offriva un piatto caldo.
Non ero altrettanto felice quando avevo soldi in tasca e mi capitava di incontrarlo in birreria; si sedeva al mio tavolo e dovevamo scambiare quattro chiacchiere, appunto perché ci conoscevamo. Se l'intervento di quella sera andava classificato come un favore da amico, era soprattutto perché Romario non mi aveva offerto nessuna ricompensa, né io potevo chiederla.


© 2008, Marcos y Marcos

Jacob Arjouni – Kismet - Destino
Traduzione di Lisa Scarpa
288 pag., 15,00 € - Edizioni Marcos y Marcos 2008 (Gli alianti)
ISBN 978-88-71-68500-7  



L'autore



22 gennaio 2009 Di Anna Zizola

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti