Ricerca avanzata
Recensione

Malamore. Esercizi di resistenza al dolore copertina

Malamore. Esercizi di resistenza al dolore di Concita De Gregorio

Due bambini nudi, fra i due e i tre anni: a sinistra “Mario” guarda nell’obbiettivo e fa il gesto di camminare senza perdere l’equilibrio. A destra “Anna”, ricci biondi, si copre la pancia con le mani. Sotto la foto di Mario c’è scritto: “carnefice”. Sotto quella di Anna “vittima”. Una striscia nera proprio sotto le mani della bambina riporta la scritta: “no alla violenza sulle donne”. Il messaggio è chiarissimo. I due bambini sono in età da asilo, identici nel fulgore della loro bellezza, diversi solo per genere, perfettamente intatti e incolpevoli: tutto deve loro ancora succedere. Il loro destino, la loro sorte, il ruolo che avranno nella vita non dipende, in questo preciso istante, da loro.

Racconti di Donne.
Racconti di sofferenza e umiliazione, come se l’unico “resistere” al  Mal(d)amore fosse il “raccontare”. Un tema scottante di enorme attualità in un’epoca in cui il vivere “appare” e l’apparire  vive consumando le vite, come se la violenza fosse la debolezza massima  e la debolezza fosse la massima forza.
Donne che sminuiscono il proprio valore ed esaltano ogni attrattiva della persona “amata”, forse perché come diceva Stendhal l’amore è innanzitutto una questione di fantasia, una questione di proiezione del proprio immaginario e come ogni immagine che incontra la realtà, ne subisce “un’ama(r)ta delusione”.


Donne che amano troppo “l’altro” e troppo poco “se stesse”.
Come la “rateta presumida”, la topina che presume molto di sé, che crede erroneamente di poter cambiare “i gatti in topi”, di essere più forte, più abile,  più paziente, più ostina di loro : “Sarò la prima topina a domare un gatto, aspettate e vedrete: con me diventerà un altro, ne farò un gatto che mangia verdura. Si sposano. Un minuto dopo le nozze il gatto le si avvicina, voi direste per baciarla. E invece… La mangia, naturalmente”. Ma si sa che non esistono gatti vegetariani e i gatti, si sa, adorano mangiare i topi.


Una catena che lega le donne fino alla morte, un destino che inchioda la loro sorte a quella di uomini distruttivi e persuasivi, come Marie Trintignant, attrice, che muore a quarantun anni per i colpi ricevuti da Bertrand Cantal, quarantatrè anni, celebre voce e autore dei testi del gruppo francese Noir Desir, “Sono una delle coppie più ammirate di Francia. Bellissimi, inquieti, intelligenti, pieni di temperamento e di talento, adorati dai fan.”
Un Desiderio Nero che come “Le Vent” l’ha portata via, con sé, sopra “un tappeto volante”.


Un vero ardore che per esistere sembra debba essere associato solo alla paura come quello descritto nel film Ti do i miei occhi di Iciar Bollain.
Protagonisti Pilar e Antonio,una coppia piccolo borghese in cui il dovere di una moglie è di tenersi il proprio marito e in cui la rabbia e la paura si stringono amichevolmente la mano, in cui il terrore e il desiderio sono complici “Pilar cerca di spiegare ad Antonio che – la tua rabbia è come la mia paura: toglie l’aria, ferma i rumori, è bianca e cieca. Non avere più paura, Antonio. Non averne. Se tu non avrai più paura di me né di te stesso ce ne potremo andare insieme.”


La paura del desiderio e il desiderio della paura sono amici anche di Lee, Elisabeth Miller, figlia di un proprietario terriero, la cui passione per la fotografia lo indurrà a fotografarla nuda sin da bambina e Lee  poserà per lui, in queste vesti, tutta la vita.
Una vita di successo e di eccesso quella di Lee che senza troppi complessi si descrisse come un angelo fuori, ma un demonio dentro, per aver “conosciuto tutto il dolore del mondo, sin da bambina.”


Un re che non verrà mai a prendere la sua regina, quello di Dalia, la cui unica ricchezza sembra l’essere  “femmina”, ma femmina a dodici anni è una condanna. “Non verrà un re lo so. Per fortuna non verrà più nessuno. Mi chiamo Dalia, come un fiore. Ho ventitré anni, sono vecchia. Non avrò marito, non avrò una macchina che viene a prendermi per portarmi a palazzo. Non ricordo più niente di prima. Non so. Non ho memoria di nulla. Non ho sorelle, solo maschi. Non ci sarà nessuno che verrà a portarli via. È una fortuna non avere figlie femminine. Le femmine sono una ricchezza, ma per poco. Vivono solo dodici anni.”
Un servizio quello offerto da Cristina, antropologa mancata, “ragazza da metropolitana, da motorino, da aula magna dell’università”, a un sistema difettoso che per continuare a “funzionare” ha bisogno di “loro”, delle donne “che fanno le puttane, ma non sono puttane”, delle  signorine invisibili “sono utile al mantenimento dell’ingranaggio, aiuto persone in difficoltà, guadagno e non mi si vede. Non esisto. Le mogli, le fidanzate lo sanno, certe volte, e va bene anche a loro: non esisto appunto. Loro fanno finta di non sapere, i loro uomini fanno finta di non avere bisogno.”


Eppure nella vita ci sono situazioni che ti cerchi e altre che ti vengono a cercare, e poi non si è più uguali a prima, il prima non esiste più, ma è inutile fuggire, anzi la fuga porta con sé il rimorso.
Per questo leggere un libro come quello di Concita De Gregorio, aiuta a riflettere, ad imparare a non affezionarsi all’errore, a non difendere o assecondare “una cattiva scelta”, perché non si deve indossare “qualche cosa, qualcuno che ti sciupa”, perché prima di tutto “ noi non siamo soli anche quando siamo soli”.


Concita De Gregorio - Malamore. Esercizi di resistenza al dolore
169 pag., 16,00 € - Mondadori
ISBN 9788804591092


Le prime pagine

Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Brucia ma non si bruciano. Respirano forte quando l'ostetrica dice "non urli, non è mica la prima". Imparano a cantare piangendo, a sciare con le ossa rotte. Portano i figli in braccio per giorni in certe traversate del deserto, dei mari sui barconi, della città a piedi su e giù per gli autobus. Le donne hanno più confidenza col dolore. È un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da esser quasi amico. Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformarlo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa.
Maria Malibran, leggendario mezzosoprano, che impara a nascondere le lacrime durante le terribili lezioni di canto inflitte dal padre. Denise Karbon che scia ingessata, Vanessa Ferrari che volteggia con una frattura al piede. La prostituta bambina che chiude gli occhi e pensa al prato della sua casa nei campi. La giovane donna che si lascia insultare e picchiare dal suo uomo perché pensa che quella sua violenza sia una debolezza: pensa di capirne le ragioni, di poterle governare, alla fine. Le migliaia, milioni di donne che vivono ogni giorno sul crinale di un baratro e che, anziché sottrarsi quando possono, ci passeggiano in equilibrio: un numero da circo straordinario, questo di cercare di addomesticare la violenza - la violenza degli uomini - qualche volta andando a cercarla, persino. Perché è un antidoto, perché è un prezzo, perché il tempo che viviamo chiede uno sforzo d'ingegno per conciliare la propria autonomia con l'altrui brutale insofferenza.
Le storie che ho raccolto sono scie luminose, stelle cadenti che illuminano a volte molto da lontano una grande domanda: cosa ci induce a non respingere, anzi a convivere con la violenza? Perché sopporta chi sopporta, e come fa? Quanto è alta la posta in palio? Alcune soccombono, molte muoiono, moltissime dividono l'esistenza con una privata indicibile quotidiana penitenza. Alcune ce la fanno, qualche altra trova nell'accettazione del male le risorse per dire, per fare quel che altrimenti non avrebbe potuto. Sono, alla fine, gesti ordinari. Chiunque può capirlo misurandolo su di sé. Sono esercizi di resistenza al dolore.




27 febbraio 2009 Di Claudia Caramaschi

Commenti



Non sono presenti commenti su questo documento. Vuoi essere tu il primo a scriverne uno?
Già iscritto?
Iscriviti