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Recensione

La La lettrice bugiarda copertina

La lettrice bugiarda di Brunonia Barry

Leggi l'intervista a Brunonia Barry

"Poi, come in un lampo, capii. Ma certo. Qualunque cosa avessi voluto credere, seppi che il mio istinto aveva avuto perfettamente ragione a non dirgli che Lyndley era tornata. Jack era stato innamorato di lei fin dal primo momento che l’aveva vista. Io ero stata soltanto una sostituta, la più vicina alla donna che desiderava realmente: mia sorella."


Lettori, tenete bene a mente l’inizio di questo romanzo: Il mio nome è Towner Whitney. No, non è esatto. Il mio vero nome di battesimo è Sophya. Non dovete credermi. Mento continuamente.
Due nomi per la protagonista che poi non è una, ma due, perché ha una gemella che si chiama Lyndley. O meglio, aveva una gemella che si chiamava Lyndley, o forse si chiamava Lyndsey come dice la pietra tombale? Perché Lyndley si è suicidata e l’immagine di lei con camicina da notte bianca e capelli al vento, in piedi sulla scogliera, ritorna di continuo negli incubi di Towner che, dopo la morte della sorella, è stata ricoverata a lungo in un ospedale per malati mentali e ha scritto un diario come terapia per la sua guarigione.


Tutto questo è successo quindici anni fa ed ora Towner, che da allora ha vissuto in California, è ritornata a Salem perché è scomparsa Eva, la nonna che è stata per lei quasi una madre. La ritrovano annegata: incidente? Suicidio? Omicidio?


C’è molto del romanzo ottocentesco ne “La lettrice bugiarda”, opera prima dell’americana Brunonia Barry. Legami famigliari complicati, per prima cosa - pare proprio che tutte le figure siano sdoppiate: nonna Eva era la seconda moglie del nonno Whitney e madre di zia Emma, sorellastra della madre delle gemelle. Le bambine sono state separate alla nascita: una, Lyndley, è stata ‘regalata’ ad Emma che non poteva avere figli .



Quanto agli uomini che compaiono sulla scena, sono personaggi piuttosto pallidi a confronto di quelli femminili, sia il fratello di Towner, sia l’ex fidanzato (lo è stato di entrambe le gemelle), sia il poliziotto Rafferty che si innamora di Towner, sia, infine, Cal, lo zio violento che ha percosso così brutalmente la moglie da farle perdere la vista, che ha stuprato la figlia adottiva Lyndley e che ora è una specie di Messia invasato, predicatore dell’astinenza a capo di una setta religiosa. Eppure, nonostante le tinte cupe con cui lo zio Cal viene tratteggiato, nonostante Towner ce lo rappresenti come una figura ghignante di Male assoluto - o forse proprio per questo -, noi avvertiamo una specie di filtro davanti alla sua immagine, come se Towner lo guardasse attraverso una lente distorcente, le sue parole non ci convincono mai interamente e ce ne domandiamo la ragione.
Il tema della violenza sulle donne è uno dei filoni importanti del libro, pur nella sua esagerazione un poco allucinata, con tutte quelle donne sotto la tutela della madre di Towner, confinate sull’isola irraggiungibile popolata da centinaia di cani. Così come è importante l’altro filone, quello del fanatismo religioso con le sue estreme conseguenze - e quale area migliore per questa tematica di quella di Salem nel Massachussetts, per sempre legata nella memoria alla caccia alle streghe? Donne che giocano a fare le streghe, indossando cappelli rossi che stuzzicano i fanatici come drappi sventagliati ai tori, uomini che non giocano affatto e appiccano il fuoco alla casa di Eva per stanare le streghe, o per punirle nel rogo come trecento anni fa, turisti che arrivano sulle tracce di fantasmi e pagano per vedere le streghe…


Il tutto (che è veramente tanto) è visto attraverso il pizzo di Ipswich, merletto lavorato con fuselli di osso dalle donne del posto, e la lettrice del titolo è in realtà non una lettrice di parole scritte, ma di punti di filo in trame sottili: è tutta la vita un pizzo, fatta di vuoti e di pieni, di punti più lenti e altri più serrati? Anche la narrazione di Brunonia Barry è così - per lo più in prima persona, per poi passare alla terza persona dal punto di vista del poliziotto Rafferty, attraverso la lettura del diario terapeutico di Towner. Per arrivare ad una verità inaspettata - doppia anche quella, come i personaggi del libro?

Brunonia Barry - La lettrice bugiarda
Titolo originale: The Lace Reader
Traduzione di Stefania Cherchi
377 pag., 18,60 € - Garzanti (Narratori moderni)
ISBN 978-88- 11-68643-9


Il primo capitolo


Il mio nome è Towner Whitney. No, non è esatto. Il mio vero nome di battesimo è Sophya. Non dovete credermi. Mento continuamente.
Sono pazza... e questo è vero.
Mio fratello minore, Beezer, più gentile di me, dice che la mia è una pazzia genetica. «Siamo pazzi da cinque generazioni», afferma, come se fosse un distintivo da portare con orgoglio, sebbene ammetta che io potrei aver alzato il livello della nostra pazzia.
Prima della mia nascita, la famiglia Whitney era già ciò che a Salem si amava definire un gruppo di persone strambe. I salemiani di vecchio conio, anche se quel conio era da tempo fuori corso, non venivano mai chiamati «pazzi». Magari «strani», o addirittura «stravaganti», ma l'espressione di gran lunga preferita era «strambi».
Nel corso delle generazioni, tutti i maschi Whitney sono stati famosi per le loro stramberie: dai capitani di mare e d'industria fino a mio fratello minore Beezer, rinomato nei circoli scientifici per i suoi articoli sulla fisica delle particelle e sulla teoria delle stringhe. Il nostro trisavolo, per esempio, mise a profitto la sua fissazione per i piedi delle donne costruendosi una brillante carriera di capitano d'industria nel fiorente ramo delle scarpe Lynn, attività trasmessa poi da una generazione all'altra fino a mio nonno, G.G. Whitney. Il padre del trisavolo, capitano nel senso letterale del termine, amava annusare la cannella con una passione che molti consideravano ossessiva. Finì per costruire una flotta di navi per il commercio delle spezie che solcò tutti i mari, facendo di Salem uno dei porti più ricchi del Nuovo Mondo.
Eppure tutti ritengono che siano le donne della famiglia Whitney ad avere il primato in fatto di stranezza. Mia madre May, per esempio, è una contraddizione ambulante. Pur vivendo come una reclusa (a parte le volte in cui è stata arrestata, non lascia la sua casa sull'isola, Yellow Dog Island, da quasi vent'anni), è riuscita a resuscitare un'industria del pizzo fatto a mano defunta ormai da lungo tempo, conquistando per questo una certa fama. Ha anche ottenuto una considerevole notorietà per avere soccorso donne e bambini vittime di abusi e dato una nuova svolta alla loro vita, assumendo le donne nella manifattura del pizzo e facendo scuola ai loro figli a casa sua. E tutto ciò da parte di una persona che soffriva di una terribile agorafobia, ma che soprattutto, in uno slancio di generosità, aveva regalato una delle sue figlie a una sorellastra sterile, Emma, perché, come disse allora, la poveretta ne aveva bisogno e lei aveva avuto la fortuna di avere due gemelle.
Anche la zia Eva, che mi ha fatto da madre più di quanto abbia mai fatto May, è piuttosto stramba. A ottant'anni passati gestisce ancora una sua attività, ed è nota sia come «bramina» di Boston (cioè discendente diretta dei coloni protestanti) che come strega di Salem, pur non essendo nessuna delle due cose. In realtà Eva è un'unitariana della vecchia scuola, con tendenze trascendentaliste: crede in Dio, ma rifiuta l'idea di Trinità, e cita tanto le Scritture quanto Emerson e Thoreau.


Per trentacinque anni della sua vita ha gestito una sala da tè per signore e dato lezioni di buone maniere ai figli delle famiglie più abbienti di Boston. Ma ciò per cui sarà ricordata è la sua inquietante abilità nel leggere il pizzo. Eva sa dirti con notevole precisione il tuo passato, il tuo presente e il tuo futuro solo sollevando il pizzo davanti agli occhi socchiusi. Viene gente da tutto il mondo per farsi leggere il pizzo da lei.
In un modo o in un altro, tutte le donne Whitney sono lettrici. Mia sorella gemella, Lyndley, affermava di non saperlo fare, ma io non le ho mai creduto. L'ultima volta che ci provammo lei vide nella trama del pizzo le stesse cose che vedevo io, e ciò che vedemmo la portò a fare le scelte che finirono per ucciderla. Quando Lyndley morì, giurai di non guardare mai più un pizzo in vita mia.
È una delle poche cose su cui Eva e io ci siamo trovate in forte disaccordo. «Non è che il pizzo avesse torto», ha sempre insistito lei. «Piuttosto, l'interpretazione della lettrice era sbagliata.» So che in teoria ciò dovrebbe farmi sentire meglio. Eva non dice mai niente per ferire intenzionalmente le persone. Ma quella sera Lyndley e io avevamo interpretato il pizzo nello stesso modo, e anche se le nostre scelte avrebbero potuto essere diverse, niente di ciò che Eva dice potrà restituirmi mia sorella.
Dopo la morte di Lyndley, fuggii da Salem e mi trasferii in California, cioè nel posto più lontano in cui potevo andare senza cadere dal bordo del mondo. So che Eva vorrebbe che tornassi a casa. Per il mio stesso bene, dice. Ma io non riesco a farlo.
Poco tempo fa, quando mi hanno fatto l'isterectomia, Eva mi ha mandato il suo cuscino da pizzo, quello che usa per fare i merletti. Mi è stato recapitato in ospedale.
«Che cos'è?» mi ha chiesto l'infermiera, osservando i fuselli ancora attaccati e la striscia di pizzo lavorata a metà. «Un cuscino?»
«Sì, è un tombolo per fare il pizzo», le ho risposto. «Il pizzo di Ipswich.»
Mi ha guardato senza espressione. Non sapeva cosa dire, perché non somigliava affatto ai cuscini che aveva visto fino a quel momento. E poi cosa diavolo era il pizzo di Ipswich?
«Cerca di premerlo contro la sutura se ti viene da tossire o da starnutire», mi ha detto alla fine. «È per questo che usiamo i cuscini, da queste parti.»
L'ho ispezionato con le dita per trovare la tasca segreta all'interno della fodera e ci ho infilato la mano alla ricerca di un bigliettino. Niente.
So che Eva vorrebbe che ricominciassi a leggere il pizzo. Secondo lei questa abilità è un dono di Dio, e noi siamo tenute a onorare un simile regalo.
Immagino il biglietto che avrebbe potuto scrivermi: «A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto», Luca, 12:48. Citava sempre questa frase a riprova della sua teoria.
Io so leggere il pizzo e anche il pensiero, ma non mi sforzo di farlo, semplicemente mi capita, a volte. Anche mia madre sa fare entrambe le cose, ma con gli anni è diventata una donna pratica e ha capito che conoscere quello che c'è nella mente di una persona o il suo futuro non è sempre nell'interesse di qualcuno. E probabilmente questo è l'unico punto su cui May e io siamo mai state d'accordo.
Quando ho lasciato l'ospedale ho rubato una federa. Il nome dell'Hollywood Presbyterian era stampato su entrambi i lati. Ci ho infilato dentro il cuscino di Eva nascondendo i fili, il pizzo e i fuselli d'osso che dondolavano come pendoli di Poe in miniatura.
Se c'era un futuro per me, e in quel momento non ne ero affatto sicura, non volevo correre il rischio di leggerlo nel pizzo.


© 2008, Garzanti

Brunonia Barry – La lettrice bugiarda
Titolo originale: The Lace Reader
Traduzione di Stefania Cherchi
389 pag., 18,60 € - Edizioni Garzanti 2008 (Narratori moderni)
ISBN 978-88-11-68643-9


L'autrice



08 gennaio 2009 Di Marilia Piccone

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