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Recensione

Venuto al mondo copertina

Venuto al mondo di Margaret Mazzantini

“Di notte la città sembra una bocca guasta di costruzioni rose dall’interno come denti divorati da una carie. Il buio diventa l’apocalisse. Non c’è traccia di vita. Le sirene degli allarmi sono voci dimenticate da un’allerta che non pare servire più a nessuno. Ogni notte Sarajevo muore. La notte è il coperchio che si chiude. I superstiti sono formiche che hanno seguito il destino della città per ostinata affezione e sono rimaste murate nella bara.
Di notte resta solo il vento, che cala dalle montagne e si aggira come uno spirito inquieto in questa bocca sdentata.”


Terminare la lettura di questo libro e non sentirsi feriti è davvero impossibile: il romanzo riesce a lacerare, a sconvolgere, a denudare ogni falsa coscienza, a buttarci in mezzo al dolore e al male assoluto senza offrire ripari. Ma il messaggio che ogni lettore, pur segnato da cicatrici e sensi di colpa, alla fine porta con sé è l’idea che anche dall’orrore possa nascere qualcosa, che uno spiraglio di speranza rimanga sempre aperto.

La storia si apre con una telefonata. Arriva da Sarajevo, è un vecchio amico che chiede a Gemma, la protagonista, dopo tanti anni di tornare in quella città che ha significato tanto per lei. La donna risponde turbata di sì. Porta con sé il figlio Pietro, riottoso sedicenne romano, vuole che veda quella città martirizzata in cui lei aveva conosciuto e amato un giovane fotografo genovese, il padre che il ragazzo non ha mai conosciuto perché morto là, vittima indiretta di quella maledetta guerra che ha insanguinato e violentato la Bosnia.

Il Parlamento di Sarajevo

L’arrivo è come la riapertura di una ferita e il romanzo procede tra presente e flash back, anzi tra l’angoscia del presente e la capacità di rivivere in pieno l’orrore del passato.
Studentessa, approdata a Sarajevo per una tesi su Ivo Andric, Gemma ha come guida un poeta che in realtà fa un po’ di tutto, interprete, commerciante di piccole cose, autista… E proprio in procinto di tornare a Roma per sposarsi Gemma conosce un ragazzo, un fotografo genovese, un po' strampalato, un po' bambino, indifeso e solare. L’incontro turba entrambi e così di ritorno in Italia inizia tra loro, dopo varie vicissitudini, una storia d’amore intensissima, un legame dolce e appassionato a cui però manca qualcosa: un figlio.

Gravidanze interrotte, frustrazione dolorosa, e incapacità di accettare la sterilità: Gemma vuole a tutti i costi diventare madre. Cerca così una soluzione alternativa, non legale, che riporta la coppia a Sarajevo. Là sarà la guerra a cambiare i destini, i loro come quelli di un numero infinito di esseri umani.  

Ma il romanzo non procede in modo lineare a raccontare il passato, anzi la narrazione di ciò che è accaduto, si intreccia con Gemma e Pietro oggi nella città bosniaca, con le tracce della guerra ancora visibili sui muri e sui visi delle persone, gli immensi cimiteri con date di nascita diverse e quelle di morte tutte uguali. Gemma è sempre presente e attenta alle reazioni del figlio e nello stesso tempo è ancora là, in quei giorni terribili, in quell’orrore, in quella paura, nella sua straziante vicenda che, dentro al grande dolore della città, ne è parte e se ne disperde.


Non raccontiamo di più della trama complessa che fino all’ultima pagina, come avviene nella vita, sembra cambiare direzione e prendersi gioco dei destini degli uomini.
Sicuramente la Mazzantini sa raccontare la guerra con forza e disperazione con le parole adeguate e i necessari silenzi. La guerra, la fame, l’incapacità di capire davvero che cosa sia successo, tutto ciò davvero si anima in queste pagine cariche di sofferenza. Nessuno se l’aspettava, nessuno sa che cosa abbia potuto trasformare una città serena e colta, multietnica e pluralista, fiera della sua modernità e del suo patrimonio di tradizioni, in un luogo infernale. Ma la guerra, insensata, cieca, bestiale, trasforma gli uomini in belve e molte pagine, in particolare nell’ultima parte del romanzo, sono una durissima testimonianza di questa bestialità assurda. 


La biblioteca di Sarajevo in fiamme

Altro tema, che apre e chiude l’opera, è il desiderio di maternità, l’affermazione che essere madre è amare un bambino col cuore e con tutto il proprio essere, anche se non è frutto del proprio corpo, un amore che sa superare ogni barriera e che è speranza di futuro.
Ma merito dell’autrice è anche descrivere quella città, splendida seppur lacerata, orgogliosa come i suoi abitanti, che mostra  nelle bellissime architetture le diverse culture che la compongono e che fino a pochi decenni fa, convivevano pacificamente.


Grande merito inoltre nella denuncia della solidarietà da salotto, della freddezza e della superficialità di chi, a pochi chilometri di distanza, divisi solo da una striscia di mare, ha concesso che quel massacro potesse perpetrarsi. Ecco i numeri: più di 12.000 i morti durante l’assedio, più di 50.000 i feriti, l'85% dei quali civili. Ma i numeri significano qualcosa se li sappiamo riempire di emozioni, il libro di Margaret Mazzantini ce ne dà di intensissime.

Per capire ancora di più il romanzo e ciò che vi viene narrato:



La prime pagine

Il musicista Vedran Smailović suona nella Biblioteca Nazionale parzialmente distrutta a Sarajevo nel 1992



                                            Il viaggio della speranza

Il viaggio della speranza... parole residue, tra le tante in fondo alla giornata. Le ho lette in farmacia, su un bussolotto di vetro accanto alla cassa, c'era l'asola per infilare i soldi e la fotografia di un bambino appiccicata con lo scotch, uno di quelli da portare lontano per tentare un'operazione, un viaggio della speranza, appunto. Mi giro sul cuscino, macino respiri sonori. Guardo il corpo di Giuliano, fermo, pesante. Dorme come dorme lui, supino, a torso nudo. Dalla bocca ogni tanto cava fuori un piccolo grugnito, come una bestia placida che scaccia moscerini.
Speranza, penso a questa parola che nel buio prende forma. Ha la faccia di una donna un po' sgomenta, di quelle che trascinano la loro sconfitta eppure continuano ad arrabattarsi con dignità. La mia faccia, forse, quella di una ragazza invecchiata, ferma nel tempo, per fedeltà, per timore.
Esco sul terrazzo, guardo il solito. Il palazzo dirimpetto al nostro, le persiane accostate. Il bar con l'insegna spenta. C'è il silenzio della città, polvere di rumori lontani. Roma dorme. Dorme la sua festa, il suo pantano. Dormono le periferie. Dorme il papa, le sue scarpe rosse sono vuote.
La telefonata arriva al mattino molto presto. Sussulto per lo squillo, inciampo lungo il corridoio, forse urlo per sembrare sveglia.
«Chi è?»
C'è rumore nella cornetta, come vento in fuga tra i rami.
«Posso parlare con Gemma?»
L'italiano è buono, ma le parole sono troppo scandite.
«Sono io.»
«Gemma? Tu sei Gemma?»
«Sì...»
«Gemma...»
Ripete il mio nome e adesso sta ridendo. Riconosco questa risata rauca, strappata... mi salta addosso in un attimo.
«Gojko...»
Fa una pausa. «Sì, il tuo Gojko.»

È un'esplosione ferma. Un lungo vuoto che si riempie di detriti.
«Il mio Gojko...» balbetto. «Proprio lui.»
Il suo odore, la sua faccia, i nostri anni. «Sono mesi che provo a cercarti attraverso l'ambasciata...» Ho pensato a lui pochi giorni fa, per strada, dal niente, da un ragazzo che passava e forse gli somigliava.
Parliamo un po': Come va? Che fai? Ho vissuto qualche anno a Parigi e adesso sono di nuovo a casa...
«Organizzano una mostra per ricordare l'assedio... ci sono anche le fotografie di Diego.»
Il freddo del pavimento si arrampica sulle gambe, si ferma nella pancia. «È un'occasione.»
Ride ancora, come rideva lui, senza una vera allegria, piuttosto per consolare quella tristezza lieve ma perenne. «Vieni.» «Ci penso, sì...» «Non devi pensarci, devi venire.»
«Perché?»
«Perché la vita passa, e noi con lei. Ti ricordi?»
Certo che mi ricordo.
«E ride di noi, come una vecchia puttana sdentata che aspetta l'ultimo cliente...»


© 2008, Mondadori

Margaret Mazzantini – Venuto al mondo
531 pag., 20,00 € - Edizioni Mondadori 2008 (Scrittori italiani e stranieri)
ISBN 978-88-04-57370-8


L'autrice



10 dicembre 2008 Di Grazia Casagrande

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