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Recensione

La La lampada di Aladino e altri racconti per vincere l'oblio copertina
  • Sepúlveda Luis
  • La La lampada di Aladino e altri racconti per vincere l'oblio
  • Guanda
  • 2008

La lampada di Aladino e altri racconti per vincere l'oblio, l'ultima opera di Luis Sepúlveda

Leggi l'intervista a Luis Sepúlveda


“Nella piazza avevano trovato una folla attirata da uno spettacolo di burattini che arrivava dalla lontana Arabia. Il vecchio aveva assistito a bocca aperta alla storia di un tizio che si era scrollato di dosso la miseria sfregando semplicemente una lampada da cui usciva un genio”.


L’Io narrante di Luis Sepúlveda si impone ancora una volta  in questi dodici racconti, in cui il “raccontare” precede sempre il suo “resistere”.
Come “L’Albero”, unico sopravvissuto di un bosco abbattuto, indivisibile, e ostinato nella sua “terribile solitudine di faro”, attende la fine inesorabile, con orgoglio “indispensabile stendardo della dignità del Sud” .


La magia che si sprigiona allo strofinare della lampada “Ieri notte ho fatto un sogno, dissi alla mia famiglia. Ho sognato che accendevo una lampada e i fantasmi dei banditi gringos parlavano con me. Mi dicevano dove potevo andare per trovare qualche peso. Si vede che i fantasmi vogliono parlare solo con me e il cane, e nessun altro.” avvolge i personaggi con forza e semplicità, come se il fantastico divenisse quotidiano.

Donne capaci di condividere il segreto del silenzio e il suo essere generoso “ci sono donne la cui compagnia invita al silenzio, perché sanno condividerlo”, amici perduti ma evocati “se li nominiamo e raccontiamo le loro storie, i nostri morti non muoiono”, come fantasmi di un mondo di salvezza e di abbandono, militari ostili alle mani degli “uomini di talento”, nomadi e uomini di passaggio che “non lasciano tracce, ma solo specchi”, donne mulatte dal cuore di lustrini rossi e dal viso tragicomico, giovani amanti consumati dallo scorrere della vita, ma il cui amore resta scritto in un libro “al sicuro da qualsiasi rogo”, il “Vecchio che leggeva romanza d’amore” e il suo amico dentista  che “ripartono da zero” per ricostruire la Cattedrale nella sua “dignità verticale”, un angelo vendicatore volato via verso cieli lontani “dove la mano dell’uomo deve a volte correggere quello che dimenticano gli dei”, un vecchio e un cane che, come folli viandanti, camminano lungo la strada illuminata solo della “fioca fiammella della lampada della fortuna”, perché “la vita è fatta così”e non resta che decidere cosa fare di “questa dannata abitudine di vivere”.

Così in racconti concisi dalla prima all’ultima parola, perché come suggerisce la tradizione latino americana “il racconto deve vincere ko, mentre il romanzo può essere vincente anche a punti”, Sepúlveda si rivela autentico e autobiografico, regalandoci parte della sua coraggiosa esperienza di vita, senza per questo scrivere una vera autobiografia.

Le prime pagine

Caffè Miramare

alla memoria di Nagib Mahfuz


Al tramonto cadde il vento sabbioso del deserto e il vecchio Mediterraneo unì il suo odore salmastro all'aroma sottile delle magnolie. Era il momento migliore per uscire dalla casa museo di Kavafis, povera ma dignitosa, e fare una passeggiata per le viuzze di Alessandria prima di tornare in albergo.
L'aria era inebriante. Mi venne sete e ricordai che nel minibar della camera mi aspettava una bottiglia di spumante catalano comprata all'aeroporto di Madrid. Mi sembrò un buon motivo per affrettare il passo e così tirai dritto davanti agli invitanti tavolini all'aperto di svariati locali: non avevo voglia di bere il caffè dolce degli egiziani o l'odiosa birra analcolica, insulsa come i precetti religiosi che la imponevano.
La prima cosa che feci arrivando in albergo fu verificare la presenza della bottiglia. Era lì, orizzontale e fredda, e a quanto pare non era passata inosservata agli occhi del personale di servizio, perché delle mani anonime e laiche avevano avuto la gentilezza di lasciare due coppe da champagne sulla consolle.
« Chiunque tu sia, ti benedico » mormorai aprendo la porta del balcone. Avevo comprato lo spumante per festeggiare la visita alla biblioteca di Alessandria, una costruzione ultramoderna disegnata da un architetto norvegese che alla fine però mi aveva deluso, perché negava il mare all'edificio. Perciò uscii sul balcone deciso a brindare al poeta Costantino Kavafis.
Sono stato a casa tua, mio vecchio amico, e un uomo triste e insonnolito mi ha chiesto qualche soldo, poi mi ha dato la chiave della porta e mi ha detto di lasciarla, uscendo, sotto lo stuoino. Nessuno ruba in casa di un poeta, credo che abbia mormorato vedendo il mio sconcerto, e se n'è andato trascinandosi dietro una stanchezza vecchia di ossa che forse si lamentano in alessandrini. Mi sono accomodato sulla tua sedia e ho aperto dei libri, sulla tua scrivania, scritti nella stessa lingua di Omero e Kazantzakis, insomma mi sono comportato come un Barbaro e come tale mi sono anche disteso sul tuo letto, ho chiuso gli occhi e ho lamentato la mia sorte di Barbaro inavvertito. Salute, dunque, mio vecchio amico.


© 2008, Guanda

Luis Sepúlveda - La lampada di Aladino e altri racconti per vincere l'oblio
158 pag., 14,00 € - Edizioni Guanda 2008 (Narratori della Fenice)
ISBN 978-88-60-88141-0


L'autore



21 novembre 2008 Di Claudia Caramaschi

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