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Recensione

Quello che ti meriti copertina

Quello che ti meriti di Anne Holt

"Soprattutto, Johanne voleva aiutare Yngvar Stubø. Quel caso era una sfida. Un osso duro. Una prova intellettuale. Una competizione tra lei e il criminale sconosciuto. Johanne sapeva che si sarebbe lasciata coinvolgere con troppa facilità e avrebbe lavorato notte e giorno, come in una gara estenuante, per vedere chi era il più forte, lei oil rapitore; chi era il più veloce, il più brillante, il più tosto. Per vedere chi vinceva. Chi era il migliore."

Una cosa è certa: se si vuole incatenare il lettore alle pagine di un romanzo di indagine poliziesca, la maniera più efficace è quella di tenere in sospeso la sorte di un personaggio, fino alla fine. Se poi il personaggio in questione è un bambino, vengono toccate le corde più sensibili del cuore e il pathos raggiunge i livelli più alti. Semplicemente non si riesce ad interrompere la lettura - avviene proprio questo, quando si inizia a leggere Quello che ti meriti della scrittrice norvegese Anne Holt. 

Dopo la prima frase, Stava tornando a casa da scuola, sappiamo che qualcosa di terribile succederà a Emilie, che ha perso da poco la mamma. Verrà rapita, la vedremo chiusa in una stanza - bambina coraggiosa che tiene testa ad uno sconosciuto -, altri tre bambini scompariranno e verranno trovati morti ma per quello che riguarda Emilie resteremo con il fiato in sospeso fino alle ultime pagine. Noi lettori, insieme all’investigatore Yngvar Stubø e alla criminologa Johanne Vik, che si occupano del caso.

Yngvar Stubø e Johanne Vik si discostano di parecchio dai soliti protagonisti delle detective stories, e questa è un’altra delle attrattive del romanzo della Holt. 
Entrambi hanno alle spalle delle vicende personali che li portano ad una maggiore empatia con le vittime e i parenti di queste: Yngvar ha perso moglie e figlia in un incidente grottesco e drammatico; Johanne ha una figlia di sei anni che è ‘strana’, anche se nessun medico è riuscito a diagnosticare la sua diversità. E ogni volta che scompare un bambino, in quell’inizio di estate a Oslo, sono entrambi colpiti nel vivo, quasi che la sofferenza degli altri genitori acuisse la loro.

La trama del romanzo prende l’avvio da lontano, da un altro crimine che in apparenza non ha alcun collegamento con i fatti che succedono adesso - perché, come può lo stupro e l’assassinio di una bambina nel 1956 aver a che fare con la morte di questi bambini nel nuovo millennio? Un ragazzo, Aksel Seier, era stato condannato, allora, anche se lui si era sempre dichiarato innocente. Era stato misteriosamente rilasciato dopo nove anni di carcere, ma intanto la madre si era suicidata, la sua vita era stata distrutta e lui era partito per gli Stati Uniti, dove vive tuttora. Perché una donna avvocato, ormai anziana e in fin di vita, incarica Johanne di cercare di riabilitare Aksel Seier? Senso di colpa per non aver fatto abbastanza nel passato ormai lontano? Necessità di giustizia, anche se tardiva?

Anne Holt intreccia l’oggi e l’ieri, dipana il presente dal passato, mostra come qualunque azione è come un sasso scagliato nell’acqua, con le ondine che si allargano e giungono a riva. E come sia arduo fare i genitori, come i genitori biologici non siano necessariamente migliori di quelli che si assumono questo ruolo. Come la severità e la durezza possano incidere l’anima tenera di un bambino, per sempre. E sì, c’è una sorta di giustizia poetica nel romanzo, quando tutte le fila si riuniscono alla fine. E se c’è un po’ di esagerazione nella frase della fascetta sulla copertina - è norvegese la più grande scrittrice di gialli del mondo -, tuttavia è certo che Anne Holt fa parte di quel gruppo sempre più nutrito di scrittori nordici del genere che sono i migliori al momento. Che, come la Holt, ci soddisfano pienamente per l’ambientazione, l’approfondimento psicologico, la qualità della scrittura, la ricchezza della trama e, non ultima, la tensione che ci fa divorare le pagine.

Titolo originale: Det som er mitt
Traduzione di Luca Lamberti

Non è vero, come ha sottotitolato un articolo di un grande quotidiano, che appare “per la prima volta” tradotta in italiano la giallista norvegese...
Ecco la recensione di "Sete di giustizia", pubblicato nel 1999 da Hobby & Work >>>


Le prime pagine


   Stava tornando a casa da scuola. Il 17 di maggio era vicino. Sarebbe stata la prima festa nazionale senza la mamma. Il costume tradizionale era troppo corto. La mamma aveva già allungato l'orlo due volte.
   Emilie era stata svegliata da un brutto sogno quella notte. Papa dormiva; stringendosi il costume della festa nazionale al corpo, era rimasta ad ascoltarlo russare leggero attraverso la parete. L'orlo rosso si era inerpicato su fino alle ginocchia. Cresceva troppo in fretta. Papa lo diceva spesso: Cresci come i funghi, tesoro mio. Emilie aveva lisciato con la mano il tessuto di lana e cercato di accorciare il collo e ritirare le ginocchia. La nonna diceva sempre: Grete era una spilungona, non c'è da stupirsi se la bambina cresce a vista d'occhio.
   A Emilie facevano male le spalle e le cosce a forza di stare sempre china. Era colpa della mamma se era così alta. L'orlo rosso non le arrivava più giù delle ginocchia.
   Forse poteva chiedere un costume nuovo.
   Lo zaino pesava. Aveva raccolto delle farfare. Il mazzo era così grande che papa avrebbe dovuto cercare un vaso. Gli steli erano lunghi; non come quando, da piccola, staccava solo la testa del fiore, e poi bisognava farla galleggiare in un portauovo.
   Non le piaceva camminare da sola. Però la mamma di Marte era passata a prendere Marte e Silje. Dove andavano non glielo avevano detto. Le avevano solo fatto ciao con la mano dal lunotto della macchina.
   Le farfare avevano bisogno d'acqua. Alcune le erano già appassite sulle dita. Emilie cercò di non stringere troppo il mazzetto. Un fiore cadde a terra e lei si chinò a raccoglierlo.
   - Ti chiami Emilie ?
   L'uomo sorrideva. Emilie lo guardò. Non c'era nessun altro in vista sul sentiero fra le due strade trafficate, una scorciatoia che abbreviava di dieci minuti il tragitto verso casa. Lei farfugliò qualcosa di incomprensibile e indietreggiò.
   - Emilie Selbu ? Sei tu, vero ?
   Non parlare mai con gli sconosciuti. Non andare mai con chi non conosci. Sii gentile con gli adulti.
   - Sì, - sussurrò lei cercando di svicolare.
   La scarpa, quella da ginnastica nuova con le stringhe rosa, affondò nel fango e le foglie morte. Emilie quasi perse l'equilibrio. L'uomo la afferrò per un braccio. Poi le mise qualcosa sul viso.
   Un'ora e mezza dopo fu denunciata la scomparsa di Emilie Selbu alla polizia. 

© 2008, Einaudi 

Quello che ti meriti – Anne Holt
422 pag., 16,80 € – Edizioni Einaudi 2008 (Stile libero Big)
ISBN 978-88-06-19247-1  


L'autrice



11 settembre 2008 Di Marilia Piccone

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